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Italia Punto Zero. Lavoro, salari, stipendi, inflazione e fisco

Due professori universitari hanno pubblicato un libro sintetico, chiaro e preciso: "Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell'Italia dell'inflazione" (Egea Editore, casa editrice dell'Università Bocconi, Milano, 2025, 140 pagine, euro 16,50).

Basterebbe iniziare con pochi numeri per capire bene l'attuale situazione italiana, più volte registrata come la peggiore, o tra le peggiori, da quando l'Italia è entrata in Europa. Un fenomeno storico enorme, avvenuto con un cambio monetario che è risultato a noi troppo sfavorevole.

Forse è meglio evidenziare le cose subito con la precisione dei numeri: il salario di un insegnante con 18-24 anni di esperienza, ha perso ben 2.308 di potere di acquisto; un operaio metalmeccanico ha visto diminuire le sue entrate dell'8 per cento; un quadro che incassa meno di 40 mila euro ha subito imposte in crescita di quasi 900 euro all'anno. Gli autori sono giustamente molto precisi.

Bisogna poi ricordare il quasi misterioso Fiscal drag (drenaggio fiscale): un aumento automatico della pressione fiscale nei periodi di alta inflazione. Cioè i salari aumentano, i lavoratori finiscono in scaglioni fiscali più alti, pagano più tasse e non hanno un aumento reale del potere di acquisto. E naturalmente gli eventuali aumenti avvengono in estremo ritardo. Se in nazioni come Francia e Germania i lavoratori "hanno migliorato il potere d'acquisto del 30 per cento nel corso di tre decenni... da noi si è ridotto del 2 per cento" (p. 7). Chissà... Potrebbe essere che i cittadini più buoni d'Europa vivono nel territorio con i sindacalisti peggiori d'Europa...

Perciò non si tratta di scelte temporanee, ma bensì di scelte ben precise a vantaggio di tutti gli ultimi governi. Naturalmente i sindacati sono stati lungamente ben ammaestrati dai politici romani. E la triste conclusione è questa: siamo "un Paese che cresce nei numeri ma si impoverisce nella realtà". Attualmente siamo semplicemente quasi tutti più poveri (p. 133). In Italia "i salari in termini reali sono fermi da più di trent'anni e negli ultimi cinque, con il picco d'inflazione del 2021-2023, hanno subito un crollo dell'8 per cento" (p. 6).

Le piccole e le medie imprese, investono mediamente troppo poco in ricerca e sviluppo e nel settore digitale (p. 8). Inoltre "anche negli altri Paesi i salari sono diminuiti ma poi sono subito risaliti: nel 2024 il potere d'acquisto del 2019 era già recuperato. L'unico Paese dove l'andamento dei salari reali è rimasto negativo è l'Italia, e ciò non è spiegabile con fattori strutturali di lungo periodo" (p. 8). La cosa è del tutto spiegabile con le motivazioni politiche di vari governi.

Purtroppo "Il paradosso è che le manovre fiscali degli ultimi anni, presentate come "riduzioni di tasse", sono state in realtà restituzioni parziali di imposte pagate in eccesso" (p. 138). Questo è un fenomeno molto italiano. Poi basta indicare che "il 64 per cento del carico IRPEF sta sulle spalle del 17 per cento dei contribuenti che guadagnano più di 35.000 euro l'anno... l'intero sistema si regge su una minoranza di lavoratori dipendenti e pensionati con redditi medio-alti" (p. 138). Per fortuna quasi niente può durare per troppo tempo.

Questo sistema reggerà l'Italia fino a domani, ma secondo alcune persone ha raggiunto il limite. Nel Belpaese, "l'inflazione del biennio2022-2023 è sta causata in larga parte da shock energetici che hanno contribuito fino al 60 per cento dell'inflazione complessiva" (p. 14). Inoltre, "dopo il 1992, anche in un contesto di bassa inflazione, la crescita dei redditi reali in Italia si è rivelata debole, con ampie fasce della popolazione escluse dai benefici della crescita", mentre in Germania e in Francia sono saliti di oltre il 30 per cento (p. 13). Il nociolo di tutta la questione economica e politica è tutto qui.

In definitiva "la perdita di valore del lavoro non nasce con l'inflazione del 2022", ma con il fatto "che l'inflazione ha reso improvvisamente visibile" la cosa. Quindi risulta "normale che quando arriva l'inflazione i salari scendano, ma presto devono tornare su. Questo è accaduto negli altri paesi, ma non in Italia" (conclusioni).

E se inoltre venisse considerato anche lo scarso lavoro burocratico e non burocratico dei grandi sindacalisti romani?

 

Marco Leonardi insegna Economia Politica all'Università degli Studi di Milano.

Leonzio Rizzo insegna Scienze delle Finanze all'Università degli Studi di Ferrara.

 

Nota europea - Basta sapere che "In Germania gli aumenti del pubblico impiego hanno compensato le perdite: in Francia il salario minimo, aggiornato automaticamente, ha trascinato vero l'alto gli altri contratti; in Spagna le clausole di salvaguardia hanno impedito che i salari restassero fermi" (p. 135).

Nota generale - Oggi "l'Italia è diventata più attrattiva per gli investimenti esteri, con un boom di progetti nel 2024 che l'hanno collocata al quarto posto in Europa... anche il basso tasso di omicidi o la qualità della vita nelle città italiane rafforzano l'immagine favorevole" (p. 5).

Nota specialistica - Segnalo che l'indice utilizzato per recuperare i costi dell'inflazione, "quello al netto dei costi energetici... già sottostima l'inflazione effettiva di questi anni: è, di per sé, un indicatore prudente" (conclusioni).

Nota storica - "L'inflazione del 2022 passerà ai libri di storia come la prima grande fiammata dei prezzi affrontata senza recessione e disoccupazione di massa". Però "il prezzo di quella vittoria (il prezzo nascosto) è stato pagato dai lavoratori" (p. 140). Dal 1992, "La fine della scala moobile e la necessità di entrare nell'Unione europea ci costrinsero a un nuovo patto della contrattazione collettiva (il cosiddetto Protocollo Ciampi-Giugni), quello di cui ci sarebbe bisogno oggi" (p. 12).

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