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Il mondo infestato dalle metafore

Non possiamo fare a meno di utilizzare metafore. Razionalmente, cosa implica questa esigenza? Ne parla Paolo Ferrarini sul n. 3/2021 della rivista Nessun Dogma.

«Volete dire allora che per esempio, non so se mi spiego, che il mondo intero, no?, il mondo intero proprio, dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole […] è la metafora di qualcosa?» Nel film Il postino (1994), il personaggio di Massimo Troisi, alla scoperta del potere seduttivo della poesia sul genere femminile, rivolge questa domanda a Pablo Neruda in un candido momento di rivelazione in riva al mare. Se al posto di un sommo poeta folgorato dall’inaspettata saggezza di un minus habens, Troisi fosse stato in spiaggia con un linguista, questo gli avrebbe risposto: «Ma certo! In media una parola ogni 10-25 che pronunciamo è una metafora. Statisticamente, sono sei metafore (declinate in similitudini, paragoni, allegorie, metonimie, associazioni simboliche…) al minuto».

Che ce ne rendiamo conto o no, anche senza alcuna velleità poetica, moltissime cose che diciamo sono concettualizzate ed espresse lessicalmente attraverso l’associazione metaforica con elementi tratti dall’esperienza fisica. Non possiamo farne a meno. In italiano, lingua di una nazione particolarmente appassionata di cucina, molte idee vengono verbalizzate in termini di cibo: Rigirare la frittata, masticare una lingua, una minestra riscaldata, non te la sarai bevuta?, la ciliegina sulla torta, rimangiarsi la parola, tutto fumo e niente arrosto, pane per i tuoi denti, farina del tuo sacco, il succo del discorso, mangiare la foglia…».

Ma questo non è certamente l’unico menu dal quale scegliamo le nostre parole: un ateo di lingua italiana deve continuamente mordersi la lingua per non inciampare nel frasario della religione: «È vivo per miracolo, un peccato di gola, non sono una santa, dopo la terapia è risorto, ognuno ha le sue croci da portare, un errore veniale, essere al settimo cielo, l’hanno messo in croce, un paradiso fiscale, questa casa è un inferno!, un piano diabolico, ha affrontato un calvario, un dio del rock, restare in religioso silenzio, è una benedizione, una manna dal cielo, una bolgia infernale, la Lonely Planet è la bibbia del viaggiatore…» Una manciata di esempi, tuttavia, non basta a rendere soddisfacentemente l’idea del continuo, inevitabile ricorso che facciamo alle espressioni metaforiche. Un illuminante esercizio può essere quello di analizzare un proprio testo marcando in corsivo, come ho fatto anch’io in questo articolo, le metafore (almeno le più evidenti) che si sono utilizzate.

Sulla base di simili osservazioni, a partire dagli anni ’80, il linguista George Lakoff e il filosofo Mark Johnson hanno teorizzato che l’uso verbale che facciamo delle metafore – sia attingendo al repertorio di quelle più standardizzate, ma soprattutto nel ricorso che ne facciamo creativamente per esprimere le nostre idee – non sarebbe soltanto indice della nostra destrezza retorica, ma addirittura aprirebbe una finestra sui meccanismi più profondi di elaborazione del linguaggio e del pensiero, meccanismi che operano dal concreto all’astratto, usando la nostra esperienza fisica e corporea come materia prima. Il concetto figurato di “grande pennello” emergerebbe quindi, tramite operazioni associative, dall’idea più tangibile di “pennello grande”.

Sottese alle espressioni che utilizziamo esisterebbero infatti latenti, implicite metafore “concettuali” che collegando diversi aspetti della nostra esperienza senso-motoria in un complesso sistema di mappatura dei domini concettuali porterebbero all’emergere del linguaggio preverbale e, a cascata, di quello verbale. Dire, in riferimento a una relazione d’amore: «Siamo a un bivio, non andiamo da nessuna parte, è finita/iniziata, in cosa ci siamo imbarcati, ognuno per la sua strada, l’amore è arrivato…» significa quindi pensare a un’astrazione come l’amore secondo la metafora concettuale amore = viaggio. La misura di quanto fisico, tattile, carnale, o più tecnicamente embedded/embodied, sia il nostro modo di pensare e quindi di esprimerci, ci è data dalle moltissime metafore spaziali («Sentirsi un po’ giù, sprofondare dalla vergogna, trascinare qualcuno in una discussione, rialzare la testa, salire di livello, su con la vita, in fondo non è male, altamente improbabile, e persino lo storico slogan Uaar volare alto…») che correlano concetti astratti a posizioni e movimenti nello spazio. In altre parole, è il nostro corpo a dettare come pensiamo: se fossimo granchi, anziché dire/pensare «Hai tutta la vita davanti», diremmo/penseremmo «Hai tutta la vita di lato».

Un modello di cognizione che, fin dall’uscita del pionieristico libro di Lakoff e Johnson Metafora e vita quotidiana(1980), ha scosso le fondamenta del paradigma “chomskiano” della linguistica formale, e che ancora oggi divide il mondo accademico, trovando però sia precursori illustri nella storia della filosofia (AristoteleGiambattista VicoP.B. ShelleyNietzsche) sia riscontri in esperimenti psicologici. Per esempio, Sam Glucksberg, con un test analogo a quello di Stroop, ha dimostrato che i significati metaforici, laddove presenti, non possono essere ignorati dalla mente e vengono interpretati altrettanto velocemente e automaticamente delle asserzioni letterali.

Indipendentemente da quanto riveli sulla natura del pensiero, la metafora ha il potere di comunicare in modo implicito e immediato tutta una serie di informazioni attraverso le sue connotazioni e riferimenti. A partire dall’equazione X = Y, dove X è il significato letterale e Y il significato metaforico, esercitando la nostra capacità di elaborazione del testo possiamo inferire quali aspetti di Y siano rilevanti per X. Per esempio, la metafora del pastore, molto usata in ambito religioso, non allude tipicamente alla figura di un uomo che tiene le pecore prigioniere in un ovile dove le sfrutta per la lana e il latte, se gli va ne abusa sessualmente e infine se le mangia pure; al contrario ha la connotazione di una figura che protegge le pecore, anche da loro stesse e dalla loro ignoranza, conducendole benevolmente in un posto sicuro dove se ne prende cura. Oppure la metafora della vita come dono, con cui non si vuole implicare un passaggio di proprietà tale per cui uno a quel punto fa quello che gli pare di una cosa che gli appartiene, bensì l’imperativo moralistico dell’aver cura di tale dono per rispetto reverenziale nei confronti di chi l’ha fatto.

Questo set di informazioni implicite costituisce un framing, ossia un inquadramento, una sorta di premessa sottesa che induce a concettualizzare un soggetto nel modo prestabilito da chi ne parla. Ben noto a chi fa politica è il potere retorico del rigirare la frittata, ossia creare il framing più efficace per vendere ai cittadini una determinata presa di posizione o un provvedimento. Gino Strada ha in più occasioni denunciato il framing dell’intervento militare in Iraq o Afghanistan come “missione di pace”, e altrettanto scandalo ha suscitato negli USA la connotazione neutrale data alla tortura negli anni dell’amministrazione Bush con l’uso dell’espressione “tecniche di interrogatorio avanzate”. Spesso le grandi battaglie culturali assumono la forma di uno scontro tra framing rivali, come accade con il movimento antiabortista il quale, qualificandosi in positivo come “per la vita”, vorrebbe implicitamente far passare chi invece è “per la scelta” come a favore della morte, oppure quando l’espressione positiva “per la famiglia” viene sinistramente usata per significare “contro i diritti Lgbt”, o ancora quando i vegani militanti cercano di suscitare il nostro disgusto nel consumare uova ricordando che sono le mestruazioni delle galline (tralasciando però convenientemente di sottolineare che la loro insalata di quinoa è un bel piatto di sperma vegetale).

In tutto questo, la metafora ha un ruolo preponderante e spesso pieno di implicazioni. L’effetto fortemente disumanizzante dell’etichettare gruppi di persone come “scarafaggi”, “parassiti”, “animali”, “corpi estranei”, “zombie”, “invasori”, “orango”, “cancro”, ha riempito la storia e l’attualità di violenza, morte e discordia. La metafora dello stato azienda ha contribuito a persuadere l’elettorato di vari paesi a mandare al potere governi che hanno messo a dura prova i rispettivi sistemi democratici. Analoghe conseguenze ha la concezione di stato come casa, dove essere padroni. Con l’intramontabile metafora delle mele marce, il clero puntualmente si smarca dalle proprie responsabilità istituzionali nei casi di pedofilia, comunicando in due parole l’idea che tutte le altre mele sono sane e soprattutto che il cesto che le contiene non ha nulla a che fare con il problema. In Malesia, un padre, dopo avere abusato sessualmente della figlia piccola, si è difeso dicendo: «Come padre, ho piantato il seme prima che mia figlia nascesse. Ho tutto il diritto quindi di assaporare il frutto prima di chiunque altro». Con una metafora, ci si può a posteriori giustificare per tutto.

Naturalmente, lo stupratore malese è finito comunque in prigione, ma non si può assolutamente sottovalutare il potere persuasivo del pensiero metaforico, perché quando un significato figurato viene considerato vero, il primo istinto è quello di considerare vero anche il significato letterale. Uno scrittore frustrato lamenta su Twitter: «Dire che le autopubblicazioni sono inferiori ai libri pubblicati dalle case editrici è come dire che una torta fatta in casa è inferiore a una torta confezionata». Difficile non essere d’accordo sul significato metaforico, ma per quanto l’impulso sia tipicamente quello di annuire (il post ha ricevuto centinaia di Like), resta il fatto che con tutta probabilità i suoi libri non sono granché.

Agendo a livello profondo e in tandem con altre euristiche e processi cognitivi, la metafora crea anche una forte e immediata sensazione di sapere, di aver capito qualcosa, di avere afferrato un concetto, e di conseguenza la tentazione è quella – per usare un’efficace metafora anglosassone – di abbracciarlo. Chi si occupa di scienza deve stare particolarmente attento a questo effetto, consapevole della sottile linea che separa il produrre conoscenza dal produrre una narrazione convincente: in tal senso, la metafora rischia di diventare un’insidiosa fallacia. Scrive E. O. Wilson: «Gli scienziati di maggiore successo pensano come poeti, ma lavorano come contabili. È in quest’ultimo ruolo che il mondo li vede. Quando scrive un articolo per una rivista scientifica, o quando parla a una conferenza di colleghi, lo scienziato evita di usare metafore. Fa molta attenzione alle parole che sceglie, per non essere accusato di retorica o di usare un linguaggio poetico. Sono poche le espressioni colorite che può permettersi di usare, limitatamente ai paragrafi introduttivi e nella discussione che segue la presentazione dei dati, e al massimo se possono servire a chiarire il significato di un concetto tecnico; in ogni caso, non sono mai usate allo scopo di suscitare emozioni. Il linguaggio dell’autore deve sempre essere contenuto e obbedire alla logica della dimostrabilità dei fatti presentati».

Per contro, i divulgatori fanno ampio ricorso alle metafore per aiutarci a comprendere concetti nuovi o complessi. Chi ha avuto modo di partecipare a qualche conferenza Uaar con Margherita Hack ricorderà per esempio quanto fosse affezionata alla metafora culinaria della zuppa di particelle, per descrivere lo stato primordiale della materia. Carl Sagan usa (nella versione originale) ben due metafore nel titolo di uno dei suoi libri più famosi: «Il mondo infestato dai demoni. La scienza come una candela nel buio».

Ci sono però teorie scientifiche particolarmente ostiche da spiegare senza il ricorso alle narrazioni figurate. L’evoluzione, notoriamente, è un concetto che fa a pugni con le nostre facoltà di comprensione, al punto da essere rifiutata da molte persone che preferiscono ripiegare su seducenti narrazioni concorrenti – vedi il creazionismo – di dimostrabile falsità ma di più immediata mappabilità concettuale perché più vicine alla nostra esperienza sensoriale. Darwin stesso, ne L’origine delle specie deve più volte difendere l’uso che fa delle metafore nel descrivere i meccanismi della selezione naturale: «Si è detto che parlo della selezione naturale come di una forza attiva, o una divinità […] Tutti sanno cosa si intende ed implica con tali espressioni metaforiche, ed esse sono quasi necessarie per brevità. È difficile evitare di personificare la parola Natura…»

Esistono anche dibattiti espliciti, nella comunità scientifica, rispetto a quali teorie descrivano legittimamente fenomeni del mondo reale, e quali abbiano invece pura valenza metaforica. Chomsky, per esempio, ritiene che il concetto dawkinsiano di meme vada inteso esclusivamente come metafora dell’evoluzione e non come valido oggetto di studio a sé stante, in contrapposizione a Daniel Dennett e Susan Blackmore che lo considerano sufficientemente concreto da fondarci un’intera disciplina, la memetica.

Uscendo dall’ambito scientifico, regolato da accorgimenti intesi a garantire la correttezza dell’informazione, ci si addentra in un mondo in cui il dominio del pensiero metaforico è pressoché assoluto. La storia della filosofia stessa, propongono Lakoff e Johnson, in certa misura può essere riletta come una successione di reinterpretazioni della realtà che ruotano attorno a diverse narrazioni metaforiche. Per esempio, la metafora del “fantasma nella macchina” (corpo/mondo fisico = contenitore), che esprime il dualismo cartesiano, si è rivelata un’idea irresistibile e di enorme successo nella storia del pensiero, al punto da essere tuttora irriflessivamente data per scontata in molti ambiti, legata per esempio all’immarcescibile concetto di anima, nonché responsabile dell’infinita quantità di film su fantasmi e possessioni demoniache che un pubblico filosoficamente al passo con i tempi dovrebbe trovare inguardabili perché incapace di sospendere il giudizio a fronte dell’implausibilità della premessa.

E tutto ciò prima ancora di entrare nel vero reame della metafora, la religione, un immaginario fatto di oscurità e di luce, dove il bene è in alto e il male in basso, generando un trafficato sali-scendi non solo di anime ma anche di personaggi chiave (dio discende e la madonna ascende), dove si vive “in una valle di lacrime”, si “portano croci”, si fanno sacrifici (nell’islam anche letterali), dove il profeta è “la via, la verità e la vita”, dove il pensiero irrazionale è celebrato come “dono della fede”, dove lavare significa purificare, battezzare significa togliere un’inesistente macchia morale, e dove la divinità di riferimento è concettualizzata come padre: un framing infantilizzante che relega i fedeli per tutta la vita al ruolo figli che non crescono mai, in una metaforica famiglia dalle connotazioni disfunzionali, dove la regola è «Fa’ come ti pare, in ogni caso dovrai renderne conto a papà, che detta insindacabilmente la legge». Data la sostanziale assenza di significati letterali, fuor di metafora, si potrebbe dire che nella religione «In principio – ma anche alla fine! – era la parola».

C’è poi quell’insidiosa area grigia di disonestà intellettuale e scorrettezza metodologica che, imitando il linguaggio della scienza, persuade a credere in infondate fantasie. «Molti praticanti dell’era scientifica premoderna», scrive Steven Pinker, «gran parte degli approvvigionatori di pseudoscienza di oggi, mescolano indisciplinatamente le loro metafore, incrociando a caso i collegamenti, seducendo con somiglianze superficiali. Gli alchimisti, per esempio, equiparavano il sole all’oro, perché entrambi sono gialli; Giove allo stagno, perché Giove è il Dio del cielo e si pensava che il cielo fosse fatto di stagno; Saturno era il piombo, perché si muove lentamente, come se fosse pesante come il piombo, ed essendo il più lontano dal sole, creatore di vita, veniva considerato il signore della morte. L’accumulo di allusioni metaforiche e metonimiche che si pensava rendere una teoria più convincente, ne riduce al contrario la credibilità in base agli standard scientifici odierni. Oggi, questo confuso simbolismo, superficiali somiglianze e volubili mappature sono il marchio di molti tipi di ciarlatanerie».

È con queste dinamiche che l’“energia” passa dal dominio della fisica a quello della spiritualità, diventando una metafora del concetto astratto di vita, in tutta una serie di credenze pseudoscientifiche che richiamano il vitalismo, filosofia cooptata dalla comunità scientifica fino all’epoca vittoriana e poi definitivamente abbandonata: si va dalle energie sottili, alla lettura dell’aura, al reiki, alla cristalloterapia, ai chakra e allo tsunami di immagini evocative e vuote offerte dalle filosofie orientali tradizionali. La “memoria” diventa una metafora nell’omeopatia, dove a ricordare sarebbe l’acqua. A tale stravagante idea non corrisponde assolutamente nulla di dimostrato nella realtà, ma il giro d’affari generato da questa pseudoscienza, oltre ad essere un inno all’effetto placebo, è anche un tributo al potere seduttivo del pensiero magico/associativo.

Non tutte le conseguenze del pensiero metaforico sono però innocue come l’effetto placebo. I rinoceronti rischiano l’estinzione perché portano sul naso un simbolo fallico impiegato come rimedio tradizionale per la fertilità. La metafora della luce come nutrimento porta a pericolose dottrine come l’alimentazione pranica. La metafora semitica del sangue mestruale come marchio di impurità della donna ha condizionato per secoli il ruolo del genere femminile nelle società giudaiche, cristiane e musulmane. Si muore, per il rifiuto di una trasfusione di sangue. Si muore di esorcismo.

Sono i demoni da cui ci metteva in guardia Carl Sagan nel suo famoso saggio, mostri generati dalla mente quando non opera secondo la logica, ma si ferma al primitivo piacere che prova nel riconoscere dei pattern. In un mondo infestato dalle metafore, godiamoci allora la poesia, la letteratura, gli sboccati proverbi fiamminghi («Chi mangia fuoco caca fiamme»), gli strani modi di dire anglosassoni, («Sto comodo come un insetto in un tappeto»), i dubbi apprezzamenti dei poemi dell’Arabia preislamica, dove l’amata è bella «come un uovo di struzzo, il cui biancore si mescola al giallo», ma quando si tratta di pensare, cerchiamo di essere un po’ come il protagonista del romanzo di Mark Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, la cui mente, incapace di interpretare le metafore, lo porta a considerarle semplicemente come «[…] una bugia, perché il cielo non si riesce a toccarlo con un dito e la gente non tiene gli scheletri nell’armadio. E quando mi concentro e cerco di rappresentare nella mia testa frasi come queste non faccio altro che confondermi, perché immaginare qualcuno con dei diavoli attaccati ai capelli mi fa dimenticare di cosa sta parlando la persona che ho di fronte».

Paolo Ferrarini

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Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Truman Burbank (---.---.---.132) 26 maggio 10:02
    Truman Burbank

    Sarebbe forse utile dare un cenno alla metafora del vaccino, oggi molto attuale: una parola usata per indicare un derivato del siero di vacca, capace di proteggere dal vaiolo, è in seguito diventata una parola "passepartout" (altra metafora) per indicare svariati prodotti capaci di fornire protezione da particolari malattie. Oggi tende a indicare farmaci genetici che dovrebbero proteggere dalle infinite variazioni di un virus originariamente riscontrato in Cina, forse parente dei pipistrelli.

    E giù milioni di persone a iniettarsi metafore tossiche. (Si, perchè farmaco vuol dire veleno, non mi pare sia una metafora).

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