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Il federalismo fiscale e il trionfo delle oligarchie

Le dichiarazioni di De Magistris, che auspica l’autonomia della Città Metropolitana di Napoli per poi proseguire con l’autonomia del Sud da contrapporre alle istanza autonomiste delle regioni centrosettentrionali, sono la prova della subordinazione culturale della sinistra, in questo caso quella radicale, al pensiero unico neoliberista. 

Le affermazioni di De Magistris fanno da eco ai sondaggi relativi alle intenzioni di voto alle prossime elezioni Europee. Andiamo alla genesi di questo modello di Unione Europea e alla filosofia politica che sta alla base e che vede le destre, per capirci quella nazionalista e quella europeista, convergere, in prospettiva, sullo stesso piano e cioè quello di riformare le istituzioni UE in funzione del mercato e degli interessi del capitalismo sovranazionale che a sua volta vede nell’esaltazione del localismo lo strumento per poter continuare ad esercitare la propria egemonia.

L’uscita di De Magistris è solo una boutade in funzione delle prossime elezioni europee. Il processo di decentramento viene da lontano ed ha nella sottoscrizione del Trattato di Maastricht il passaggio fondamentale. Come scrive Cianfaroni, in un interessante studio dal titolo “Le Regioni Europee tra coesione e rappresentanza”:

"Nel 1992, con il Trattato di Maastricht sull’Unione Europea, le Regioni assumono un ruolo istituzionale a livello comunitario. Le enunciazioni di principio presenti nella Dichiarazione Comune e nella Carta Comunitaria avevano trovato spazio tra le novità fondamentali che il Trattato introduceva in materia di Regioni e regionalizzazione.

Si sollecitava quello che tutti sapevano essere un arduo adempimento, ossia la progressiva omogeneizzazione degli istituti sub-statali; il che significherebbe l’obbligo del loro potenziamento laddove sono ancora deboli e la loro creazione dove essi ancora non esistono.(…) Superando l’impostazione iniziale che riservava la rappresentanza degli Stati membri ad esponenti dei rispettivi Governi centrali, il Trattato di Maastricht ha modificato l’art. 146 del Trattato CE, facendo cadere il riferimento ai Governi nazionali e consentendo – in presenza di determinati requisiti – agli Stati membri di lasciarsi rappresentare nelle varie sedute da componenti dei Governi regionali. (…) L’entrata in funzione definitiva del Mercato unico nel 1993, suggellando un’altra tappa nel processo di integrazione europea, ha tolto ancora competenze agli Stati nazionali e allargato le competenze regolative dell’Unione, questo può esser sicuramente considerato un trasferimento che offre maggiore spazio di manovra agli enti sub-statali".

É proprio sull’idea di “mercato comune” che bisogna riflettere per capire come il processo di regionalizzazione ha la sola funzione di abbattere il ruolo degli Stati – Nazione in funzione delle esigenze del mercato e non certamente di una maggiore Democrazia e di politiche attente al Sociale. A partire dagli anni 90 i governi di centrosinistra per far fronte alle istanze autonomiste e secessioniste organizzate attorno alla Lega Nord e per ottemperare agli obblighi rivenienti dal Trattato di Maastricht fanno propria l’idea federalista. Da qui la modifica del Titolo V della Costituzione.

L’iter iniziato con l’approvazione del disegno di legge costituzionale da parte del governo D’Alema il 9 marzo 1999 verrà portato a termine dal successivo Governo Amato nel 2001 con la conferma da parte degli elettori chiamati a pronunciarsi a seguito di referendum consultivo. Solo per inciso la partecipazione fu di poco superiore al 34% degli iscritti nelle liste elettorali, a pronunciarsi a favore delle modifiche al Titolo V della Costituzione furono 10 milioni di elettori cioè un quarto del corpo elettorale.

Il centrosinistra prima e il PD dopo hanno assecondato il processo di destrutturazione dello Stato nazionale in funzione degli interessi del sistema produttivo Padano sempre di più integrato nella economia mitteleuropea che ha nella Germania il suo perno. Pensare che il centrosinistra e il PD abbiano inseguito la Lega è riduttivo. Da quanto scrive Marco Esposito nel suo recente saggio “ Zero al Sud. La storia incredibile (e vera) dell’attuazione perversa del federalismo fiscale” si evince chiaramente come gli interessi dei ceti dominanti attraversassero trasversalmente gli schieramenti politici. Piero Fassino nel 2008 candidato in tandem con Rutelli per il centrosinistra dichiarò << Nel mio ruolo mi concentrerò in una attenzione particolare verso il Nord del Paese. La sede della mia attività sarà Milano>> .

Isaia Sales, nel suo libro “ Napoli non è Berlino”, riferisce di una telefonata in merito alla questione federale intercorsa tra lui e Fassino, quest’ultimo messo allo strette chiudeva la telefonata dicendo << Andate a lavorare voi napoletani>>. Per non parlare del ruolo avuto da Marattin, uomo di fiducia dell’allora Presidente del Consiglio Renzi, nel coordinare il gruppo di lavoro relativo all’attuazione del Federalismo Fiscale. Non è un caso che ad animare il dibattito interno al PD fu Chiamparino il quale proponeva un PD del nord attento alla sola questione settentrionale. Guardando i risultati elettorali relativi alle ultime elezioni politiche possiamo dire che il centrosinistra prima e il PD dopo, visto il ridimensionamento elettorale in regioni quali Emilia Romagna e Toscana, sono stati solo utili idioti al servizio degli interessi economici rappresentati dalla Lega.

È proprio sulla scia del PD che si colloca De Magistris quando sostiene l’idea di un referendum autonomista che dovrebbe interessare prima la sola città di Napoli e poi l’intero Mezzogiorno. Una tale posizione scimmiotta rigurgiti neoborbonici e localistici funzionali alle logiche del mercato che negli indirizzi di politica economica e finanziaria che vengono da questa UE trovano fondamento. Il divario tra Nord e Sud si è ridotto quando l’Italia è stata governata da classi politiche che, pur se portatrici di culture politiche alternative, avevano una visione di Stato e di unità nazionale. Ha dichiarato De Magistris <<Resistiamo senza soldi a breve entrerà a regime la criptomoneta partenopea stiamo lavorando per la delibera di cancellazione del debito storico illegittimo. Siamo per l’unità nazionale, ma se altri vogliono strappi costituzionali noi, nel solco della Costituzione, diciamo no all’autonomia differenziata delle regioni e sì a un’autonomia totale delle città>>.

Una tale affermazione dà la misura della demagogia alla Masaniello che ne contraddistingue l’azione politica e amministrativa e i limiti che vengono dal non essere capace di uscire dal ruolo di sindaco seppure di una grande città. L’unica cosa che mi viene da pensare è che siamo in presenza di una ricerca di visibilità ad ogni costo. Affermazioni come quelle di De Magistris mi richiamano alla mente quanto dichiarato da Alain de Benoist il teorico delle Nouvelle Droite in una intervista di qualche hanno fa << I piccoli paesi potrebbero federarsi tra di loro, mentre i grandi potrebbero federalizzarsi. Un posto tutto particolare dovrebbe anche essere attribuito alle regioni di frontiera. Che sono “vocate” a trasformarsi in euroregioni. Ma come precedente tutto questo suppone un’azione di base che privilegi il localismo e la vita comunitaria locale al fine di favorire la democrazia partecipativa (dem di base, diretta) di rimediare allo scollamento sociale e di creare una nuova forma di vita pubblica, cioè di cittadinanza. >>.

De Magistris con il suo movimento politico che si richiama ai DIEM di Varoufakis non propone nulla di alternativo rispetto alle destre. Stando ai sondaggi la destra liberale e la destra nazionalista, accomunate entrambe dalle stessa politica economica e dalla difesa degli stessi interessi, vareranno un governo dell’UE che le vedrà alleate proprio come sta succedendo in Austria. Questa alleanza modificherà l’assetto Comunitario a favore delle “piccole patrie” perché meglio rispondenti alle esigenze del mercato. Non è assecondando processi di destrutturazione degli Stati Nazione che si riesce a portare avanti politiche Democratiche e Sociali.

Le indicazioni in materia di politica economica che vengono dall’UE favoriscono il dumping sociale e quindi la concorrenza basata sulla svalutazione del lavoro e nel contempo su modelli di coesione sociale che contrappongono le comunità basate sull’autonomia regionale e metropolitana o delle piccole patrie per dirla alla Benoist da contrapporre tra di loro. E’ questa un’idea sulla quale si tende a modellare le stesse relazioni industriali nel momento in cui si immagina l’azienda come un unico corpo che tiene insieme datore di lavoro e prestatori di opera in concorrenza con altre imprese. Una tale idea sia se applicata alle comunità locali che all’azienda mira al superamento dell’unico vero conflitto e cioè quello di classe. Il tema politico non è assecondare questi processi di disgregazione ma quella di ricostruire l’identità di classe all’insegna di un nuovo internazionalismo che ha nella riconquista del governo degli stati nazionali il punto di partenza per una nuova stagione politica. In conclusione l’ipotesi di De Magistris non fa altro che assecondare le oligarchie finanziarie e tecnocratiche che egemonizzato l’U.E.. Più il sistema viene destrutturato in realtà locali e più c’è bisogno di governance e non di governo quindi di Tecnocrazia e non di Democrazia.

Bibliografia:

  • Paolo Cianfarani – Le Regioni Europee tra coesione e rappresentanza. Consultabile in rete.
  • Alessandro Ambrosino – Integrazione Europea e Regioni – Pandora Rivista di teoria e politica maggio 2017
  • Isaia Sales – Napoli non è Berlino – Ed. Baldini e Castoldi
  • Marco Esposito – Zero a Sud. Ed Rubettino
  • Gianfranco Viesti – Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionali – ed. Laterza scaricabile gratis dal sito della casa editrice. 
  • CACIAGLI, Regioni d’Europa, Devoluzioni, regionalismi, integrazione europea. Ed il Mulino.

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