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Felicia Bartolotta Impastato. Il coraggio di una madre che sfidò la mafia

Nel 21° anniversario della scomparsa di Felicia Bartolotta, il 7 dicembre scorso, “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” di Cinisi ha organizzato l’evento “Felicia e le altre madri che resistono“. Un omaggio dedicato alle donne che hanno affrontato la mafia e l’ingiustizia, con coraggio e tenacia.

Sono state ricordate le figure esemplari di Emanuela Sansone, la prima vittima di mafia nel 1896, e la madre Giuseppa di Sano, prima collaboratrice di giustizia; Lia Pipitone, una giovane artista palermitana assassinata nel 1983 per essersi ribellata al contesto mafioso e patriarcale della sua famiglia; Vincenzina Mangano, moglie, compagna di vita e di lotta di Danilo Dolci, il noto sociologo, educatore e attivista non violento. Ha affiancato il marito nella sua lotta contro la povertà e contro la mafia, per una rinascita della Sicilia. Loredana Zerbo, mamma di Paolo La Rosa, giovane ucciso a Terrasini, al culmine di una rissa, nel 2020. Da allora è diventata una figura simbolo dell’impegno per la legalità e la giustizia. A raccontare le loro storie, sono intervenuti: Umberto Santino, Libera DolciAlessio Cordaro e Alessandra Dino. Con il coordinamento di Luisa Impastato.

E naturalmente un omaggio a Felicia Bartolotta, per tutti la “madre coraggio” che è stata capace di affrontare a testa e con dignità la mafia. Denunciò pubblicamente che suo figlio Peppino era stato ucciso per ordine del capomafia Gaetano Badalamenti. Fu un gesto rivoluzionario per l’epoca.

Dopo la tragedia che l’ha travolta, Felicia non si è chiusa nel suo dolore, ha reagito con una straordinaria forza d’animo e non si è fermata un istante. Fin da subito ha scelto la strada che l’avrebbe condotta, dopo lunghe battaglie, alla verità. Non ha mai accettato la versione ufficiale che voleva far credere ad un suicidio oppure ad un attentato dinamitardo finito male. Peppino era stato assassinato, e lei non si è mai arresa, nemmeno dopo la chiusura delle prime indagini che escludevano la pista mafiosa (nel 1984) e l’archiviazione del caso. L’inchiesta fu riaperta formalmente nel 1998 dalla Procura di Palermo, dopo la richiesta avvenuta nel 1994 del Centro di documentazione “Giuseppe Impastato” ed in seguito a dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia. Nel 2001 venne condannato Vito Palazzolo come esecutore materiale, e nel 2002 Gaetano Badalamenti condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.

L’impegno di Felicia ha avuto un impatto importante sulla società civile ed il suo esempio ancora oggi parla a gran voce, coinvolge le persone e soprattutto molti giovani, che quando è morto Peppino non erano ancora nati. Nonostante siano trascorsi molti anni, la figura e le battaglie di Peppino Impastato continuano a vibrare con forza tra le nuove generazioni. Da Radio Aut, a Terrasini, Peppino conduceva “Onda Pazza“, un programma satirico e di denuncia: derideva i mafiosi locali e ne smascherava i loschi affari. L’uso dell’ironia e della satira fu un’arma innovativa in quel periodo, per ridimensionare la paura imperante, rompere l’omertà ed informare i cittadini. Parlava soprattutto di Gaetano Badalamenti, già chiamato da tutti “Don Tano“, che lui aveva ribattezzato Tano Seduto, un richiamo al capo indiano Toro Seduto, e di Mafiopoli, nome fittizio riferito a Cinisi. Venivano denunciate speculazioni edilizie, affari illeciti, traffici di droga. Le azioni di Peppino rappresentavano una minaccia diretta al potere e all’immagine stessa di Cosa nostra. Lui aveva scelto coraggiosamente di non tacere, e di combattere apertamente un sistema che si basava sul silenzio e sulla paura della gente.

La voce di Felicia ha rotto il muro di silenzio e di paura che pervadeva l’atmosfera di Cinisi, ed ha trasformato la sua casa in un simbolo pulsante di legalità, di lotta alla mafia e di memoria civile, aperta a tutti coloro che desideravano conoscere la storia di suo figlio. Dopo la morte di Felicia, nel 2004, l’associazione “Casa memoria“, fondata nel 2005, ha continuato a mantenere vivo e attivo il suo impegno. La casa è diventata un simbolo di Resistenza, un punto di riferimento per le scuole, studiosi e cittadini, un luogo storico e di memoria che accoglie ogni anno migliaia di visitatori.

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