Enzo Favata e Tenores di Bitti al Teatro Toniolo
Il musicista sardo ha presentato a Mestre Polyphony of Stones, in cui i fiati si intrecciano con le voci del “canto a tenore”.

Gli amici della musica di Mestre, giunti alla 40-esima edizione della stagione di Musica da Camera, artisticamente diretta dal violoncellista Mario Brunello, hanno proposto una serata che ha messo in luce la bellezza del canto a tenore del centro della Sardegna.
Prima di iniziare, in maniera sintetica, Favata (Alghero, 17 novembre 1956) ha narrato la sua storia di musicista Jazz in diversi contesti. Soprattutto si è soffermato su un episodio capitatogli mentre guidava dalla sua città natale verso Cagliari. Stava ascoltando Bitches Brew, la svolta elettrica di Miles Davis, allorchè una radio libera si sovrappose alla trasmissione diffondendo il canto a tenore. Fu un cortocircuito sonoro che mi colpì come una rivelazione. Due mondi lontanissimi che, per un attimo, si parlavano. In quel momento ho capito che quella frattura poteva diventare una direzione di ricerca. Favata così prosegue in un’intervista che si può leggere nel sito degli Amici della musica di Mestre : Da lì è iniziato un lungo percorso. Ho cominciato a viaggiare in tutta la Sardegna, in quella che amo definire la mia “università della musica sarda”: feste religiose, pranzi interminabili, cantine, ovili, incontri informali in cui la musica nasceva senza palchi né microfoni. Lì ho fatto la gavetta incontrando i grandi maestri della cultura popolare sarda, dai suonatori di launeddas a quelli di organetto, stringendo amicizie nelle comunità dei pastori, frequentando le montagne, studiando i costumi, le tradizioni, l’antropologia visiva, il rapporto tra suono e territorio. In quel percorso ho incontrato i vecchi Tenores di Bitti, custodi di un sapere antico che oggi in gran parte non esiste più o sopravvive con fatica. Da quell’incontro è nato uno studio profondo, un legame umano e artistico che mi ha accompagnato per decenni e che mi ha portato a registrare dischi, a viaggiare, a portare quel suono nei festival e nei teatri di tutto il mondo. Ho capito che il canto a tenore non è solo una forma musicale: è un modo di stare insieme, di respirare nello stesso tempo, di raccontare una comunità.
Dopo oltre vent’anni insieme al gruppo storico Remunnu ‘e Locu (poeta satirico del XIX° secolo di Bitti, a cavallo tra oralità e scrittura) – di cui è rimasto in vita il solo Daniele Cossellu, 94enne fondatore e leader carismatico del gruppo - è maturata in me l’esigenza di cambiare rotta. Non per rompere con il passato, ma per trovare un modo nuovo di affrontare il canto: una forma capace di restare fedele alla tradizione e allo stesso tempo di proiettarla nel presente.
Il progetto nasce da una riflessione maturata nel tempo: il canto a tenore non può essere considerato un oggetto da conservare, ma un organismo vivo, capace di dialogare con il presente senza perdere la propria identità. In questo lavoro le voci arcaiche si intrecciano con il respiro del jazz, con i paesaggi dell’elettronica, con strumenti acustici e con l’improvvisazione, creando una drammaturgia sonora che cambia ogni sera.
Nel Recital, seguito con attenzione da un pubblico numeroso, dopo un inizio in solitudine dei fiati di Favata – clarinetto basso, clarinetto e sax soprano – con il coinvolgimento di un’elettronica non invasiva, forse con il compito di creare colori, è iniziato un dialogo a 5 voci : il quartetto vocale Mialinu Pirra - intitolato allo scrittore e intellettuale Michelangelo Pirra, noto a Bitti come "Mialinu 'e Crapinu" - e la quinta voce dei fiati.

Ma la novità del progetto “Polifonia delle pietre” - un suono antico, minerale, stratificato, che porta dentro di sé secoli di storia e allo stesso tempo vibra nel presente. Le pietre come memoria e permanenza; la polifonia come movimento, trasformazione, relazione – è che due dei quattro Tenores hanno suonato anche degli strumenti : Omar Bandinu, in sardo ‘oche bassu, voce basso, che si mantiene sulla stessa tonalità della voce solista, con suono grave e fortemente nasale che lo distingue dalla contra, Marco Serra, dal suono gutturale profondo, quasi tellurico -.
Bandinu ha suonato una tastiera elettronica dai vari registri e in un brano la tromba, mentre Serra ha simulato il suono di una batteria completa, utilizzando solo rullante e Hi Hat, ma avvalendosi di una serie di Pad percossi mediante un pedale a riprodurre la grancassa e, con le bacchette, i diversi tom, anche se il suono che ne derivava era molto stoppato.
Soltanto voci invece Bachisio Pira e Arcangelo Pittudu, entrambi ‘oche e mesu oche.
Favata, prima di iniziare, ha spiegato che non avrebbe rivelato i titoli dei brani : chiudete gli occhi e lasciatevi andare.
La scaletta comprendeva brani religiosi come Anghelos o devozionali come Grobbes, accanto a canti festosi – Cantu a ballu Lestru, assai veloce ; Cantu a ballu Seriu, moderato - Cantu a Boghe Notte, “canto a voce di notte”, in cui si sentiva il verso dei grilli.
Personalmente ho apprezzato di più i momenti esclusivamente vocali, in uno dei quali si è aggiunta anche la voce di Favata.
Ad ogni modo, affinché il canto a tenore continui a vivere e ad essere conosciuto in diverse latitudini, forse la soluzione/progetto di Favata potrebbe essere efficace.
Infine, ricordo che Bitti è una comunità simbolo della Barbagia, culla del canto a tenore, consacrato dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità.
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