Dieci anni senza Giulio e senza Giustizia
Il 25 gennaio ricorreva il decimo anniversario della scomparsa di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano rapito a il Cairo, brutalmente torturato e ucciso.
Con dignità commovente, i genitori Paola Deffendi e Claudio Regeni hanno trasformato il loro dolore in impegno civile, portando avanti senza sosta una "battaglia" pubblica per far luce sulla verità. Recentemente i coniugi hanno espresso profonda gratitudine verso tutti i cittadini e la "scorta mediatica" che in questo lungo periodo hanno impedito che il caso di loro figlio venisse dimenticato.
Regeni è stato rapito la sera del 25 gennaio 2016, è stato torturato per diversi giorni ed il suo corpo ritrovato il 3 febbraio 2016 lungo la strada tra il Cairo e Alessandria. Giulio era un dottorando dell'Università di Cambridge e per la sua tesi si era recato al Cairo per studiare i sindacati indipendenti dei venditori ambulanti. In un clima di forte repressione del dissenso, il tema della sua ricerca è stato visto, dalle autorità egiziane, come una minaccia per la sicurezza nazionale ed un possibile atto di spionaggio.
I servizi segreti egiziani (National Security) lo hanno sorvegliato e monitorato per mesi. Erano convinti fosse una spia straniera, a causa di una falsa denuncia di Mohammed Abdallah, il rappresentante di venditori ambulanti, con cui Giulio era in contatto. Le indagini della Procura di Roma, hanno ricostruito la vicenda e accertato che il movente fosse legato alla sua attività di ricercatore sui sindacati indipendenti. Giulio è stato prelevato il 25 gennaio 2016 alla stazione della metropolitana di Dokki.
La perizia del medico-legale del professor Fineschi ha confermato che Giulio è stato sottoposto a violenze disumane e sproporzionate, inflitte per circa nove giorni, e la tipologia delle stesse indicano che si è trattato di "violenze di Stato". Gli imputati per il sequestro, la tortura e l'uccisione sono quattro ufficiali della National Security egiziana. Il percorso giudiziario è stato lungo e irto di ostacoli, con rallentamenti e momenti di stallo. Il principale ostacolo è la mancata collaborazione, fin dall'inizio, dell'Egitto. Le autorità egiziane non hanno mai voluto fornire gli indirizzi di residenza dei quattro ufficiali imputati, e senza tali dati non è stato possibile notificare gli Atti giudiziari. Ammettere le responsabilità degli ufficiali della National Security significherebbe riconoscere le colpe di Stato.
Il processo è formalmente aperto e in fase dibattimentale.
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