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Come sarebbe la nostra vita senza moneta?

Un numero crescente di economisti illuminati (tra i quali figura il prof. Pierangelo Dacrema dell’Unical) da tempo muove critiche all’attuale assetto del sistema economico-finanziario.

La moneta è nata come strumento in grado di facilitare gli scambi. Il suo obiettivo era quello di eliminare tutti gli inconvenienti ricollegati al baratto. Essa, pertanto, avrebbe dovuto rispondere a delle precise esigenze degli operatori economici: essere utilizzata come mezzo di pagamento, riserva di valore e unità di misura dei beni (prezzo).

A seguito dell’introduzione del denaro si delinearono nel sistema economico due circuiti: uno reale e uno monetario. Da quel momento in avanti ogni transazione commerciale avrebbe generato due flussi: uno fatto di beni e servizi (reale) e uno monetario (pagamento del prezzo). In questa logica alla moneta veniva attribuito un ruolo secondario, di semplice supporto alle esigenze dell’economia reale.

Proprio per queste ragioni in molti equiparano il ruolo affidato alla moneta nel sistema economico a quello svolto dal lubrificante nel motore di un’autovettura, che ha il solo scopo di rendere fluidi e rapidi i movimenti di tutti gli ingranaggi. La quantità di moneta in circolazione, pertanto, avrebbe dovuto essere funzionale a questa esigenza e non, come sta accadendo, prescindere da quest’ultima. La vera ricchezza è rappresentata dai beni reali (pane, carne, abbigliamento, ecc.) prodotti dalle aziende, non da un numero, non dal danaro.


La conseguenza di questo disallineamento progressivo tra sistema finanziario ed economia reale ha determinato un eccesso di liquidità e un indebitamento stratosferico, sia nel settore pubblico che in quello privato. La realizzazione di strumenti finanziari del tutto svincolata dalle esigenze del mondo della produzione ha ingenerato la convinzione che si potesse creare ricchezza e benessere a prescindere dall’economia reale.

Da qualche lustro a questa parte, infatti, assistiamo allo strano fenomeno del “sopravvento” del denaro rispetto ai beni. Un sacco di gente lavora dietro la moneta, ma in realtà non produce niente di utile, di indispensabile alla vita degli esseri umani. Si tratta in definitiva di una molteplicità di operazioni e intrecci finanziari che hanno però un costo elevatissimo. Talmente elevato che molto spesso i poveri imprenditori (che pure producono beni utili al sostentamento dell’uomo) finiscono per essere strangolati da ingranaggi (difficoltà di accesso al credito, tassi elevati, ecc..) che nulla hanno a che fare con l’economia reale.

Proprio per queste ragioni un numero crescente di economisti illuminati comincia a mettere seriamente in discussione l’attuale assetto del sistema economico-finanziario avanzando forti critiche alla moneta. Tra questi economisti figura il prof. Pierangelo Dacrema, docente di economia degli intermediari finanziari dell’università della Calabria, il quale è arrivato a teorizzare la “morte” del denaro (La morte del denaro. Una rivoluzione possibile – Marinotti Editore) e ad immaginare un mondo migliore con una “nuova moneta” capace di dare un valore diverso alle cose che non sia mai più soltanto un prezzo.

Forse è proprio questa la vera grande rivoluzione che attende l’umanità divenuta ormai schiava del denaro. Se l’uomo troverà la forza di liberarsi dalla sua stessa “creatura” (moneta) forse riscoprirà tutti quei valori che danno un senso alla vita, forse riscoprirà, come afferma correttamente il prof. Dacrema, che il “valore ha un senso e non un prezzo”.

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