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L’emigrazione vista da vicino: quando ad emigrare eravamo noi

Storia di ordinaria emigrazione di una famiglia calabrese, tra racconto e intervista. 

Ho appena terminato la lettura del racconto-intervista “L’emigrazione vista da vicino”, di Vito Pirruccio. Il libro narra la storia della famiglia dell’autore, che ha vissuto la triste esperienza dell’emigrazione sin dai primi lustri del ‘900, ma soprattutto racconta di una relazione padre-figlio, la quale, dietro un’apparente conflittualità generazionale, cela una stima reciproca e un amore profondo.

E’ difficile ultimare la lettura del libro senza inumidirsi gli occhi o avvertire un groppo in gola. Le pagine illustrano problematiche che quasi tutti i figli di Calabria hanno vissuto sulla loro pelle. In qualche circostanza il racconto offre al lettore la chiave per decodificare e comprendere anche vicende familiari proprie, intime, che il dolore e l’inesorabile trascorrere del tempo avevano oramai riposto nel dimenticatoio della storia personale di ciascuno. La rivitalizzazione di antichi ricordi finisce per innescare un’esplosione a catena di emozioni e sentimenti contrastanti: l’emigrazione ha strappato a tutti i calabresi un pezzetto di cuore (padri, figli, sorelle, fratelli).

 

Ma al contrario di altri autori, che sovente individuano lontano dal Sud cause e responsabilità del fenomeno migratorio, Vito Pirruccio, pur partendo da fatti e situazioni personali/familiari, non sottovaluta gli errori dall’intera comunità meridionale, alla quale va attribuita una grande responsabilità: aver ceduto alle lusinghe di una classe politica corrotta e clientelare, che ha finito per ingigantire le dimensioni del fenomeno migratorio. L’alto “tasso di corruzione e una caduta verticale dell’etica del lavoro e della responsabilità”, a giudizio dell’autore, hanno contribuito al progressivo espandersi di un fenomeno che non accenna ad arrestarsi, anzi rischia di inasprirsi dando vita ad una nuova fase, per certi versi ancora più devastante, che Pirruccio definisce “emigrazione del non ritorno”.

L’approccio critico e realistico, tuttavia, non si limita ad offrire una chiave di lettura di eventi oramai appartenenti al passato (si pensi alle devastanti conseguenze delle politiche democristiano-socialiste, durate circa 40 anni), ma si proietta verso il futuro, indicando nitidamente la strada da percorrere per uscire fuori dal pantano dell’immobilismo. Infatti, a dispetto della velata rassegnazione, che di tanto in tanto traspare nelle pagine del libro, l’autore non perde completamente la speranza in un futuro migliore e individua in una scuola efficiente l’unica possibile via d’uscita. Se “l’andazzo lassista perpetuato per 40 anni”, che “ha consegnato alla nuda terra i temi della discordia generazionale”, dovesse continuare, c’è il rischio concreto che, nel prossimo futuro, vengano definitivamente recisi quei legami millenari che hanno caratterizzato il rapporto tra l’emigrante e la terra natia, tra i quali vanno annoverati quegli “obblighi filiali” a cui l’autore, con un pizzico di tristezza, fa riferimento.

Nel contesto del racconto-intervista trovano inoltre una coerente collocazione gli allegati in appendice, tutti concepiti da Vito Pirruccio in chiave critica e autocritica, ma sempre proiettati verso la risoluzione dei problemi, con proposte concrete e credibili. L’esperienza di padre e uomo di scuola, che ha saputo fare tesoro dei preziosi insegnamenti di un grande Maestro (il preside Carmelo Filocamo), regalano oggi alla Calabria un formidabile educatore e una penna colta e di assoluta integrità morale.

(Foto: piervincenzocanale/Flickr)

Questo articolo è stato pubblicato qui

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