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Caro Roberto, ecco perché non pago 10€ per il "Servizio Pubblico"

Bisogna pretendere un servizio pubblico serio all'interno dell'azienda Rai, puntando sulle trasmissioni d'inchiesta di qualità come Report o Presa Diretta. Il problema dell'informazione italiana non dipende solo dalle pressioni e censure che arrivano da una parte politiche; ma anche dall'incapacità di elaborare nuove alternative ad un mercato dell'informazione che è basato solo sul marketing, e quindi si serve di icone e personaggi televisivi per business, ignorando in questo modo di raccontare anche storie importanti, solo perché non generano profitto. Servizio pubblico significa dare voce a chi non ce l'ha, raccontando ciò che è di interesse pubblico.

Roberto Saviano sostiene "Servizio Pubblico".

Questo slogan, scritto in terza persona, appare sulla pagina Facebook dell’autore del Bestseller Gomorra: anche Roberto sostiene il progetto- programma di Santoro. Quindi (questo è l’invito) partecipa anche tu: contribuisci al servizio pubblico versando 10€.

Certamente il programma-evento di Santoro, adottando una nuova forma “ibrida”, dà una boccata d’ossigeno al panorama d’informazione italiano, ahimè ancora lottizzato dai diversi partiti politici.

Ma bisognerebbe replicare che noi il servizio pubblico già lo paghiamo con il canone Rai e pretendere un servizio di qualità all’interno dell’azienda è un dovere. Quindi perché pagare 10 € per qualcosa che già dovrebbe essere garantito?

Le battaglie politiche andrebbero fatte prima partendo da questa premessa.
Ma sarebbe erroneo adesso rispondere in merito: cioè prendere uno dei ruoli prestabiliti che ti impongono – dall’alto - lasciandoti la falsa libertà di tifare l’uno o l’altro. Perché appunto la vera degenerazione del sistema d’informazione è rappresentata dalle solite false dicotomie: “pro o contro Saviano”, o “pro o contro Santoro”. Questa stessa dicotomia rappresenta il già avvenuto imbarbarimento del linguaggio del sistema d’informazione.

Il vero problema in Italia non è solo rappresentato dalle diverse pressioni e censure che arrivano, chiaramente e evidentemente, da una parte; ma è altresì rappresentato da una finta opposizione a questa disinformazione, che illudendo di rappresentare/riflettere la sola e vera alternativa, fanno abdicare al “tele-cittadino” la scelta di pensare e interrogarsi in modo diverso ad una nuovo modo di fare informazione. Un modo di fare informazione che possa generare la partecipazione attiva dei cittadini.

Il personaggio televisivo Saviano (e non dico lo scrittore), rappresenta per certi aspetti questo paradosso: rockstar televisiva, la sua autorità è garantita dalla sua popolarità e visibilità.

È diventato un simbolo: parla infatti da Guru-vate. Le sue trasmissioni seguono un certo ritualismo (per dirla con Grasso), e la forma narrativa è appunto quella del monologo. Non vi è una visione pluralista e dialettica della verità: ma il simbolo sentenzia, il suo volto si pone tra telespettatore e gli argomenti. Quelle storie vengono “personalizzate”, dandone una visione manichea (bene contro male, salvatore contro Gomorra) etc. Non voglio andare oltre, ma purtroppo credo che il personaggio Saviano abbia distrutto lo scrittore Saviano. La parola può cambiare le cose, ma l’immagine distrugge la parola. Banalizza il tutto.

Saviano è ormai una brand. E i brand sono appunto marchi, quindi si accettano solo per prestigio della visibilità non per i contenuti. In effetti è un po’ ipocrita il fatto che colui che è diventato il paladino della libertà di stampa quereli Liberazione solo perché evidentemente si metteva in risalto con toni fastidiosi la notizia della diffida centro Peppino Impastato.

Allora, per quanto riguarda la libertà d’informazione, la cosa tragica è che il vero padrone della Mondadori, prima ancora che essere Berlusconi, è il mercato: la notizia è quindi solo marketing. Al mercato servono questi simboli.

L’etichetta Saviano fa bene al mondo dell’editoria ma non certo a quello dell’informazione.

Esistono notizie e storie che non vengono raccontate solo perché non “vendono”; l’importanza di un racconto è determinato solo dalla capacità fare profitto ,questa è la vera censura determinata dal monopolio delle grosse multinazionali dell’editoria. Questo è il vero dramma.

Per rimanere in tema, un modo diverso di fare informazione è rappresentato, per esempio, dall’antologia “Strozzateci Tutti”, un racconto corale, dialogico, riflessivo fatto dal basso e pluralista che affronta su livelli diversi il problema criminale camorra. Un racconto collettivo, appunto, i cui proventi sono andati ad Agoravox, il primo sito partecipativo in Italia. Questa è una nuova e originale forma di fare informazione: dare voce a chi non ce l’ha, partendo dal basso e soffermandoci più sulle parole che sui simboli.

L’informazione italiana ha bisogno di partecipazione attiva dal basso, non di guru da venerare.

Bisognerebbe quindi puntare sulle trasmissioni d'inchiesta di qualità, come Report o Presa diretta, che già ci sono.

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.83) 24 ottobre 2011 19:11

    Hai ragione il problema centrale della informazione italiana è rappresentato dalla "finta opposizione". Un giornalista può criticare duramente una parte politica se è coperto dall’altra, ma mai tutte e due, senza copertura non arriva al secondo giorno. Si può denunciare lo scandalo (dell’altra parte politica) ma mai si può fare - ad esempio - una trasmissione nella quali si cerchi di capire perché le due parti politiche non hanno alcuna proposta seria per delbellare la piaga della corruzione. Idem per la mafia! provate a cercare qual’è, ad esempio,la proposta politica per sconfiggere definitivamente le mafie italiane a destra e a sinistra, non esiste. E così via!
     Parlare così è Qualunquismo, antipolitica !??!!??
     No !!! io sono politico e in questo mometo sto facendo politica, gli antipolitici sono i membri della casta dei mandarini e i loro servi.

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