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“Bloody Sunday”: dopo quasi 50 anni, un soldato britannico a processo

“Per quanto tempo dovremo suonare questa canzone?“, recita il testo di “Sunday bloody sunday” degli U2. Ancora per altro tempo.

Il soldato F, oggi 66enne, dovrà rispondere della morte di due dei 14 nazionalisti irlandesi uccisi nel “Bloody Sunday”, la domenica di sangue del 30 gennaio 1972 in cui i parà britannici stroncarono una protesta a Londonderry, Irlanda del Nord.

Una buona notizia, certo, ma che giunge dopo decenni di ritardi maturati dalle varie commissioni d’inchiesta governative.

L’incriminazione del soldato F è il frutto di una campagna per la giustizia durata quasi mezzo secolo da parte dei familiari delle vittime del “Bloody Sunday”: il loro mutuo sostegno, la loro incessante solidarietà reciproca meritano applausi, stima e commozione.

Ma se dopo 47 anni un soldato è chiamato a processo per la morte di due persone, i responsabili delle altre 12 uccisioni restano impuniti.

E questo è l’ennesimo segnale dell’incapacità se non della mancanza di volontà dei governi, compresi quelli europei, di fare i conti con le violazioni dei diritti umani del passato.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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