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Banche rotte, contagi garantiti e salassi statali

Dietro la nuova policrisi bancaria, cresce il rischio di una stretta creditizia globale e di nuovi interventi pubblici a sostegno, per chi potrà permetterseli

 

Al termine di un fine settimana ad alta tensione, Credit Suisse è stato acquisito dall’altra banca elvetica, UBS, dopo intervento delle autorità svizzere, politiche e di mercato, che non si vuol fare passare per bailout ma che ne ha alcuni tratti caratteristici, oltre ad aver spazzato via in emergenza il mito della Svizzera rispettosa delle sacralità delle norme. L’operazione causa anche un forte sommovimento planetario su una categoria di debito bancario fortemente subordinata e rischia di alimentare nuovi contagi, come ho segnalato solo tre giorni addietro e nel podcast settimanale. Ma andiamo con ordine.

ADDIO COCO BOND

Agli azionisti di Credit Suisse andrà una azione UBS ogni ogni 22,48 azioni Credit Suisse possedute, equivalente a 0,76 franchi per azione. Venerdì l’azione CS valeva 1,86 franchi. UBS e CS ottengono anche due linee di credito da cento miliardi di franchi l’una. Al compratore vanno 9 miliardi di garanzie pubbliche per fronteggiare eventuali perdite dopo i primi cinque miliardi, che dovrà assorbire direttamente. L’acquisizione non dovrà passare attraverso la ratifica dell’assemblea dei soci, come invece di solito previsto. E qui si vede che, di fronte all’emergenza, anche la Svizzera si sbarazza delle regole e ne crea di nuove.

Di particolare rilevanza e criticità il fatto che le autorità abbiano proceduto ad azzerare i cosiddetti CoCo bond (o Additional Tier 1, AT1), il debito fortemente subordinato creato durante la Grande Crisi Finanziaria per essere sacrificato ove la capitalizzazione delle banche scendesse sotto dati livelli minimi. Tutti si attendevano che gli azionisti sarebbero stati spazzati via prima di procedere all’azzeramento degli AT1, e invece i primi si sono “salvati”, si fa per dire.

Pare che la FINMA, il regolatore svizzero, disponesse dell’autorità per scegliere di agire come ha fatto, ma questo non sta evitando che il mercato globale degli AT1 sia scosso da tremori. Al netto del legittimo sospetto di non aver voluto dare un eccessivo dispiacere agli azionisti sauditi e del Qatar, vale quanto scritto nei prospetti di questi bond all’atto dell’emissione. Anche se SRB, EBA e vigilanza Bce oggi dichiarano che in Ue le cose non funzionano così, riguardo all’ordine di azzeramento durante una crisi, dovremmo tuttavia aver compreso che in emergenza i contratti e le norme possono diventare rapidamente carta straccia. E questa presa di coscienza determina violenti spasmi sui mercati.

La Svizzera ora ha un’unica entità bancaria, la cui sistemicità globale è tale da tenere svegli la notte. Soprattutto pensando al processo di scoperta dei danni che UBS farà quando si addentrerà nei bilanci del Credit Suisse. Ma tutto il quadro del credito mondiale pare aver fatto un passo avanti verso mega entità formalmente private che di fatto diventano un’articolazione degli stati, in modo più o meno dissimulato. Ma ha anche una forte emicrania politica: il parlamento svizzero dovrà votare sull’operazione entro sei mesi. La regola costituzionale che mette un freno al debito limita i margini di manovra in caso di nuove spese conseguenti a concessione di garanzia. Ogni deroga deve essere approvata dalle due camere dell’Assemblea Federale. Il Partito Popolare, di destra fiscalmente ultra conservatrice, potrebbe mettersi di traverso col suo peso elettorale. Oppure potrebbe trovare sulla propria strada la realtà del fatto compiuto.

BANCHE PRIVATE MA REPARTI DELLO STATO

Nel frattempo, negli Stati Uniti, proseguono gli spasmi delle banche regionali, delle quali ora tutti si affannano a lanciare simulazioni su quanto capitale verrebbe spazzato via se il loro portafoglio di prestiti e titoli venisse valutato a prezzi di mercato o di verosimile realizzo. Come se questo non fosse l’unico esercizio da svolgere, costantemente, per valutare un istituto di credito. Nel frattempo, l’associazione delle banche americane di medie dimensioni chiede al governo federale di garantire tutti i loro depositi, senza limiti, per un paio di anni. Come se fosse possibile credere che, tra due anni, in caso di concessione di quella garanzia, sarà possibile rimuoverla senza ulteriori problemi. C’è un “contagio delle garanzie” che rischia di creare guai molto seri.

Azzardo morale, cattura del regolatore, il problema esiziale del rapporto tra principale e agente, col secondo che si fa gli affari propri e il primo che lo insegue cercando di delimitarne gli abusi, sono alla base di questi eclatanti fallimenti che scoppiano a intervalli più o meno regolari. Segue abituale litania di falsi scoop, quelli dove “spuntano” documenti che ci informano, per sdegnarci a puntino, che “le banche centrali sapevano, i regolatori avevano segnalato, le banche d’affari pure”. Eppure.

STRETTA CREDITIZIA

Veniamo al secondo aspetto della crisi: che faranno le banche centrali della loro stretta monetaria, dopo questa policrisi bancaria? Cesseranno i rialzi per passare più o meno rapidamente allo stimolo monetario oppure proseguiranno a passo più lento? Lo vedremo ma serve essere consapevoli di un aspetto: questo shock alle banche, soprattutto alle regionali statunitensi, causerà con elevata probabilità una stretta creditizia. Il costo del loro capitale azionario e del loro indebitamento è destinato a impennarsi, e questo si rifletterà sulle condizioni di credito. Quindi avremo una stretta che sull’economia reale farà ampia parte del lavoro delle banche centrali.

Abbiamo in corso quello che si chiama repricing degli attivi e delle prospettive economiche. Chiaramente, in peggio. C’è poi un ulteriore aspetto critico: dall’aumento della rischiosità percepita delle banche e dal rischio di profezie che si autoavverano, discende quello che segnalavo sopra, e cioè l’avanzata del processo di trasformazione dei sistemi creditizi in “reparti dello stato”, nella misura in cui gli stati intervengano con misure di supporto.

Per supportare, occorre avere i soldi. Che accade ai paesi sprovvisti di tale capacità fiscale? Il pensiero, con scarsa fantasia, corre subito all’Italia. Sentiremo invocare un nuovo Recovery Fund bancario, dalle nostre parti? Oppure un rapido dispiegamento dell’incompiuta unione bancaria europea, che non si compie perché i paesi fiscalmente solidi non intendono salvare indirettamente il nostro debito pubblico, di cui le nostre banche sono ancora piene?

Una strada sempre più stretta di salvataggi che non si vogliono chiamare così, e di dannazioni incrociate: dannato se usi soldi pubblici per il bailout, dannato se cerchi di far pagare il settore privato tramite bail-in. Che, come direbbe qualcuno, era caduto in desuetudine.

 

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