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Armi italiane non solo in Yemen

L’Italia ha firmato una cinquantina di accordi di cooperazione militare bilaterale anche con Paesi non Nato o non Ue, alcuni in guerra o che non rispettano i diritti umani, dieci a gennaio da questo governo. Così si facilita l’export di armi aggirando la normativa 185 e la trasparenza.

di Maurizio Simoncelli (*)

Gli accordi di cooperazione militare bilaterale sono strumenti di politica internazionale che i governi adottano con altri Paesi nel campo della difesa per realizzare intese collaborative. Sono diversi dai patti stipulati nell’ambito di alleanze militari come quelli vigenti in ambito NATO o UE, che, tra l’altro, presuppongono clausole di reciproca difesa in caso di emergenza.

Nel caso specifico dell’Italia tali accordi sono stati stipulati con numerosi Paesi con i quali si è instaurato un regime speciale, comunque per certi versi simile a quello esistente con i Paesi NATO e UE. 

Una ricerca dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo IRIAD “La cooperazione bilaterale dell’Italia nell’ambito della difesa”, a firma di Maria Carla Pasquarelli, ha messo in evidenza come nel corso degli anni il nostro Parlamento abbia ratificato una serie crescente di accordi arrivando al numero significativo di una cinquantina.

Tali accordi operano su tre piani con lo scopi di “promuovere rapporti amichevoli e forme di collaborazione; dare impulso allo sviluppo dell’industria italiana della difesa; favorire il processo di ammodernamento dello strumento militare”.

Sul piano pratico questi accordi consentono lo scambio di esperti e di informazioni, la cooperazione nel settore formativo, lo scambio di conoscenze specialistiche nel campo dell’addestramento militare, lo svolgimento di esercitazioni congiunte, scambi di materiali d’armamento, nonché ricerca, sviluppo e produzione di materiali di interesse comune. 

Pasquarelli nota in particolare che i suddetti accordi “garantiscono l’uso esclusivo di informazioni, documenti e materiali che le Parti potranno scambiarsi nello svolgimento delle attività di cooperazione militare, nonché – aspetto fondamentale – un trattamento di riservatezza non inferiore a quello accordato allo stesso tipo di informazioni dall’ordinamento del Paese di origine delle stesse. È proprio la riservatezza, congiuntamente all’instaurazione di un regime preferenziale per gli scambi di sistemi d’arma, che pone un grave problema rispetto alla trasparenza in materia richiesta dall’ordinamento italiano”.

La formulazione standard dell’accordo ratificata in sede parlamentare rimane generica nella maggior parte dei casi, al punto che di solito si parla di: “a) politica di sicurezza e di difesa; b) ricerca e sviluppo, supporto logistico ed acquisizione di prodotti e servizi per la difesa; c) operazioni di mantenimento della pace e di assistenza umanitaria; d) organizzazione ed impiego delle Forze Armate, nonché strutture ed equipaggiamenti di unità militari e gestione del personale; e) formazione ed addestramento in campo militare; f) questioni ambientali e relative all’inquinamento provocato da attività militari; g) sanità militare; h) storia militare; i) sport militare; j) altri settori militari di comune interesse per le Parti”, come nel caso dell’accordo con il Niger o in quello con la Corea.

Riservando a tali Paesi partner un trattamento analogo per certi versi a quelli NATO e UE, l’export di armi appare decisamente facilitato al punto che il numero dei nostri clienti appare in decisa crescita rispetto agli anni precedenti: dai 56 nel primo quinquennio degli anni ’90 agli 85 odierni. Infatti nella Relazione governativa presentata al Parlamento nel 2018 e relativa all’export nel 2017 si legge: “Per il 2015 l’Italia é stata classificata terza per numero di Paesi di destinazione delle vendite, dopo USA e Francia, a dimostrazione di una capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero”.

Diverse iniziative promozionali non a caso sono state dirette anche verso questi Paesi, come la crociera denominata “Sistema Paese in movimento” della portaerei Cavour, nave ammiraglia della flotta militare italiana, nel 2013 in Medio Oriente e in Africa, o quella più recente della fregata Asw tipo Fremm “Carlo Margottini” (gennaio 2019) con destinazione nuovamente il Medio Oriente.

Pur essendo vigente la legge 185/90 che vieta l’export di materiali d’armamento a paesi in guerra o i cui governi non rispettano i diritti umani, tali accordi permettono di eluderne l’applicazione in quanto, come recita l’art. 1, comma 9, alla lettera B, ne sono escluse le esportazioni o concessioni dirette da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi internazionali”. Già nel maggio 2005 lo stesso Sergio Mattarella, ministro della Difesa tra il 1999 e il 2001, rilevò che così si vanificava la legge evidenziando un “aggiramento in buona misura del controllo sul commercio delle armi previsto dalla legge 9 luglio 1990, n. 185”.

Infatti la maggior parte di tali accordi di cooperazione bilaterale in materia di difesa nell’ultimo ventennio, realizzati con Paesi non-Nato e non-UE, è stata presentata al Parlamento con un’apposita relazione del governo in cui veniva specificato che per quanto concerne l’interscambio dei materiali d’armamento tale norma costituisce “un’apposita intesa governativa”, rientrando appunto in quel particolare regime privilegiato.

L’Italia ha siglato circa 50 accordi di cooperazione militare con Paesi extra NATO e UE, tra cui Egitto, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Somalia, Afghanistan (questi ultimi due indicati ripetutamente dall’ONU come utilizzatori abituali di bambini-soldato). Anche l’Arabia Saudita è stata accusata di utilizzare minori yemeniti e nel Darfur, reclutati con la promessa di lavorare come cuochi e invece inviati al fronte a combattere contro gli Houthi, secondo una recente inchiesta di Al-Jazeera. Non può non preoccupare il fatto che molti di questi Paesi siano in guerra e vi sia anche una forte repressione dei diritti umani. 

Tra l’altro molti di questi accordi prevedono un rinnovo tacito ogni cinque anni o addirittura con durata indeterminata, evitando di riproporne l’opportunità della conferma all’attenzione del legislatore (ed anche eventualmente dell’opinione pubblica).

Considerando i Paesi con cui sono stati avviati o conclusi tali accordi di cooperazione militare, è possibile rilevare come molti di essi appartengano all’area del Mediterraneo allargato (non solo i Paesi rivieraschi e balcanici, ma anche una decina di quelli mediorientali e altrettanti africani subsahariani). Nello scorso gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato dieci disegni di legge di ratifica ed esecuzione di 9 accordi internazionali e uno scambio di note con Kenya, Argentina, Ciad, Congo, Corea, Macedonia, Messico, Mongolia, Turkmenistan e Uruguay, a conferma dell’ulteriore globalizzazione dell’azione italiana.

In conclusione, se l’uso degli accordi di cooperazione militare bilaterale è importante nelle relazioni tra gli Stati, la loro eccessiva proliferazione appare rispondere più ad esigenze commerciali dell’industria degli armamenti che ad interessi di stabilità e di sicurezza internazionali.

(*) articolo tratto da Sbilanciamoci

Questo articolo è stato pubblicato qui

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