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A Verona 21 fotografi propongono la loro prospettiva tra geometria, astrazione e metafisica.

Nei pressi di Ponte Aleardi in città, la Sala Birolli ospita un’interessante mostra fotografica inaugurata sabato 5 ottobre alle ore 18. L’esposizione, ideata e curata da Federico Martinelli dell’Associazione Culturale Quinta Parete di Verona, con il patrocinio del Comune di Verona Assessorato al Decentramento Marco Padovani, resterà disponibile al pubblico fino al prossimo 20 ottobre da mercoledì a venerdì dalle 17.00 alle 19.30 e sabato e domenica dalle 10.30 alle 12.30 e nel pomeriggio dalle 15.00 alle 19.30. Alla kermesse denominata “Natura, geometria, astrazione e metafisica” partecipano ventuno espositori.

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Mara Balabio, Sarah Baldo, Omar Bonfante, Serena Bottura Baccarini, Stefano Campostrini, Lou Casanova, Valentia Dal Corso, Chiara Fogliati, Stefano Mazzi, Ivano Mercanzin, Michele Minoia Zegarelli, Alberto Moreira, Livio Nogarin, Marta Pasini, Luca Romanella, Tatiana Samodurova, Andrea Sartori, Ergita Sela, Mariuccia Scarmagnani, Mattia Veronesi, Paola Zacchè. Molto interessanti le opere in esibizione che spaziano in vasti spettri di colori con particolare attenzione al bianco nero che riserva sempre un particolare fascino. Ogni scatto racconta un’approfondita ricerca di luce, contrasto e sperimentazione in evoluzione. Un chiaro percorso personale di ogni autore che racconta attraverso la fotografia, qualcosa di sé senza porre alcun limite alla fantasia e allo studio.

Abbiamo avvicinato Ivano Mercanzin che nasce a Vicenza all’inizio degli anni sessanta. Vive a Montecchio Maggiore dal 1991. Segue un percorso molto particolare che certamente incuriosisce. Studia disegno e pittura con il maestro Vincenzo Ursoleo e partecipa a concorsi di poesia ricevendo premi e menzioni. La lettura di autori classici e contemporanei accompagnano il suo cammino attraverso le mostre di grandi pittori, scultori moderni e contemporanei che concorrono a completare la sua formazione. Nel 2011 esplode dentro di sé il desiderio di esplorare il mondo della fotografia e nel dicembre dello stesso anno si procura la prima macchina fotografica digitale.
Inizia presto a sperimentare e le immagini permeano l’autore fino a catturane gli anfratti della memoria. Venezia, Terra Madre, The Face(s)of NYC, Coney Island, Fornace Venini, 21 grammi, Boys don't cry, Lio Piccolo sono alcuni dei suoi progetti.
Nel 2017-2018 partecipa al Masterclass Pro-Photographer di Paolo Marchetti, pluripremiato fotografo internazionale, per apprendere le tecniche del reportage.

La scelta di avvicinarsi alla fotografia è stata in qualche modo influenzata maggiormente dagli studi sul disegno e sulla pittura oppure è un prosieguo della sua vena poetica, identificata come immagine che diventa poesia?

Una sintesi che ho sempre trovato perfettamente attinente è questa frase di Ansel Adams, fotografo statunitense degli anni 20, grande paesaggista: “Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato”. Ecco quindi che quando mi trovo nella fase dello scatto o meglio l’attimo prima quando ho individuato la scena da fissare, tutte queste componenti, citate da Adams, inconsciamente si riaffacciano in una frazione di tempo e lì decido il momento dello scatto. A volte invece lo scatto è già presente in qualche meandro della mia mente o del mio cuore e vado alla ricerca all’esterno di me delle componenti per racchiudere nel frame le mie sensazioni. Ecco quindi che il racconto in immagine fuoriesce perché sento la necessità di portarlo all’esterno nella speranza a volte che la forza evocativa della fotografia possa arrivare all’osservatore e attraverso un processo di transfer condividere le stesse emozioni. 

 

Lo sviluppo tecnologico, dall’analogico al digitale ha rivoluzionato di fatto lo scatto fotografico nella sua interezza: dalla creazione dell’immagine, le impostazioni, la scelta delle ombre fino al prodotto finale. Secondo lei è più corretto parlare di progresso o di regresso fotografico e fino a che punto la fantasia e la creatività sono state sostituite dalla tecnologia?

Purtroppo leggo spesso in gruppi fotografici e in circoli un disquisire infinito di questo tema: analogico-digitale, progresso o meglio regresso fotografico. A me sembra che spesso è come parlare di nostalgie, di tempi passati, di realtà che non ci sono più se non nel nostro immaginario come i vinili, il vintage, le videocassette etc. La tecnologia esiste e spesso per facilitarci i compiti che prima erano relegati ad ore e ore in camera oscura. Un errore che si commette spesso è quello di soffermarci sul tipo di macchina fotografica, su quale post produzione, se analogico o digitale, quali ISO, tempi e diaframmi sono stati usati, dimenticando spesso il motivo del perché sto facendo fotografia: raccontare qualcosa di me attraverso la rappresentazione di un paesaggio, di un ritratto, di un selfie, di un reportage di un popolo etc., di uno still life o altro. Certo ci sono milioni di fotografie soprattutto in questo periodo, quasi una sovra produzione e che molti fotografi alla moda e in maniera molto critica ritengono inutili ma perché? per chi le ha scattate hanno rappresentato qualcosa oppure nulla in ogni caso un momento della loro vita. Non vinceranno concorsi ne saranno pubblicate in magazine, ne saranno in mostra ma per chi le ha scattate sono importanti nello stesso modo. Poi ci sono gli “autori” quelli che invece preparano a priori un progetto, lo realizzano, lo espongono, pubblicano dei libri, organizzano mostre e magari vincono premi, ma qui si parla di altro. La fotografia che si promuove come opera d’arte o come linguaggio universale per raccontare il mondo in cui viviamo. Ci sono immagini che sono diventate icone la cui visione rimanda immediatamente all’evento, al periodo alle emozioni vissute in quel periodo, siano esse tragiche o meno.

Le propongo cinque importanti esponenti della pittura metafisica: Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi e Mario Sironi; in quale di questi Maestri, si identifica come risvolto fotografico di un’evoluzione pittorica?

Ha citato artisti che amo incondizionatamente e che non saprei quale scegliere Giorgio de Chirico con le sue piazze deserte che spesso anch’io cerco di riproporre nella mia fotografia, o certe marine di Carlo Carrà raccontate con pochi ed essenziali elementi, come sospeso nel tempo e nello spazio, come anch’io cerco di rappresentare cercando di sottrarre elementi per rendere il frame essenziale, o De Pisis con il suo segno abbozzato, a volte in movimento, quasi mosso, o Giorgio Morandi per la sua immensa capacità di raccontare le nature morte con sapienti velature di colore apparentemente indistinguibili come la mia tavolozza di grigi delle mie foto in bianco e nero , per arrivare a Mario Sironi e le sue periferie, le città industriali, solitarie e dormienti dove respiri l’affanno e ti manca il respiro. 

Il prossimo obiettivo di Ivano Mercanzin?

Oggi ho in corso tre mostre : una a Lio Piccolo in provincia di Venezia dove espongo da settembre a ottobre le foto di questo borgo nate per un libro di poesie di Lino Roncali scritte proprio lì, una a Bassano del Grappa in occasione di Bassano Fotografia 2019, fino al 03 novembre dove espongo “Boys don’t cry” un racconto in cui ho cercato di rappresentare la metamorfosi di genere, scattate a Scano Boa , un isolotto a Porto Tolle, in cui un’amica fotografa si è prestata come performer, e per finire una collettiva a Verona , in Sala Birolli fino al 20 ottobre dove espongo alcune foto proprio di Scano Boa. Per il futuro ho tre progetti da iniziare: due reportage su alcune regioni straniere poco conosciute a raccontare gli usi e costumi e un progetto con un gallerista che ha messo insieme una scrittrice, un pittore e me per un lavoro che andrà a raccontare ognuno con il suo linguaggio 13 oggetti che confluiranno in una esposizione a Maggio 2020.

Durante il periodo di permanenza della mostra sono in calendario diversi eventi di ampio interesse. Gia domenica 6 ottobre alle ore 16.00 è presente un laboratorio di origami per ogni età, presentata da Nicola Bello in collaborazione con la libreria Parentesi. Mercoledì 9 ottobre alle ore 18.00 Marco Caliari terrà una conferenza sulla “Simbologia della Natura” e dalle ore 16.00 una lettura dei tarocchi. Giovedì 10 ottobre, Vito Franchini darà seguito ad una presentazione letteraria “Savanna. Dove balla la vita”. Dialogherà Ernesto Kieffer, giornalista de “Il nazionale Verona”. Venerdì 11 ottobre alle 20.45, “Poesia e Fotografia”: presentazione del libro “Lio Piccolo” di Lino Roncali, con le fotografie di Ivano Mercanzin, espositore in questa mostra. Sabato 12 alle 15.30 una tavola rotonda con gli studenti a cura della Cooperativa sociale Si-Fa, mentre alle 20.45 la serata proseguirà con i fotografi in mostra con brevi proiezioni per conoscerli meglio. Domenica alle 18.30 reading poetico accompagnato da musica ed immagini “Natura in versi” a cura dei Lettori Liberi per terminare alle 20.45 con un concerto di musica classica a cura di Dejan Tinto. Giovedì 17 alle 18.00 ancora una presentazione letteraria “Siamo suono e luce” di Luca Donini e dialogo di Bartolomeo Barry Dassisti. Gli appuntamenti terminano il 19 alle 20.45 con una proiezione fotografica “Kenya. La grande migrazione degli gnu” a cura di Mara Balabio, anche lei espositrice, e a seguire una lettura di Alessandro Ambrosi tratta da “L’uomo che piantava gli alberi”.

 
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