Sito ufficiale del teologo Vito Mancuso
Nell’ambito di «Crema del Pensiero, l’incerto confine tra Genio e Follia» Quinta Edizione, San Francesco d’Assisi. Vito Mancuso: «Perchè amiamo San Francesco?». Ingresso libero.
ACQUASPARTA (TR) lunedì 8 giugno, Chiostro di Palazzo Cesi ore 21:30
Nell’ambito de “La Festa del Rinascimento”, lectio del prof. Vito Mancuso: «Il senso della vita nell’epoca dell’intelligenza artificiale».
Biglietti al link [Ticketitalia]
PERUGIA martedì 9 giugno Sala Conferenze Galleria Nazionale dell’Umbria ore 16:30
Lectio Magistralis del prof. Vito Mancuso: «Perchè essere responsabili?». Etica del vivente e fondamento del nostro agire. Evento in presenza su invito, e diretta Streaming al link di prossima segnalazione.
BASSANO DEL GRAPPA (VI) giovedì 11 giugno, Castello degli Ezzelini, ore 21:15
Nell’ambito della rassegna culturale “Resistere 2026” il prof. Vito Mancuso presenta il libro «Gesù e Cristo» (Garzanti). L’incontro fa parte del decennale della rassegna “Resistere”, organizzata dalla Libreria Palazzo Roberti con il Comune di Bassano del Grappa. Ingresso libero.
RAGUSA domenica 14 giugno, Piazza Pola, ore 20:30
Nell’ambito del Festival Letterario “A Tutto Volume – Libri in festa a Ragusa” dall’11 al 14 giugno 2026, il prof. Vito Mancuso presenta il saggio “Gesù e Cristo”(Garzanti). Conduce Salvatore Cannata.
TAORMINA (ME) giovedì 18 giugno, Palazzo dei Duchi di Santo Stefano ore 18:30
Nell’ambito del Taormina Book Festival 2026, lectio del prof. Vito Mancuso dal titolo: «Avere fede nella fiducia». Ingresso con prenotazione.
CADEO (PC) venerdì 26 giugno, Castello di Cadeo ore 21:00
«Una vita in ricerca» conversazione con il teologo Vito Mancuso a partire dal libro “Gesù e Cristo”. Ingresso gratuito.
MACERATA venerdì 3 luglio Piazza Vittorio Veneto (in caso di maltempo Cinema Italia) ore 21:15
Nell’ambito della XVI edizione di Macerata Racconta, Vito Mancuso: «Tra Umano e Divino», Gesù e Cristo l’attrazione trascendente. Introduce Loredana Lipperini. Ingresso libero senza prenotazione fino ad esaurimento posti.
FANO (PU) sabato 25 luglio, Arena BCC Strada Petruccia 16, ore 21:15
Cultura sotto le stelle, prima edizione 2026; Vito Mancuso: «Il senso della vita al tempo dell’Intelligenza Artificiale».
Ha affermato Hannah Arendt che “il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più”. Parole bellissime che nell’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana portano d’istinto a chiedersi: qual è allora il suddito ideale di una repubblica democratica? La risposta è in questa frase di Alcide De Gasperi (recentemente citata da Andrea Malaguti): “Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l’era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi” …
Il suddito ideale di una repubblica democratica, quindi, non è un suddito ma un cittadino, laddove la differenza tra i due consiste nella responsabilità, esercitata anzitutto come capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il nome di questa capacità è cultura. È la cultura che consente alla mente di non farsi sedurre dai vari tipi di propaganda (politica, economica, ecclesiastica…) e di leggere il reale con lucidità. È la cultura che preserva da ogni tipo di sudditanza.
C’è una sudditanza esteriore, che si comprende facilmente da sé, e c’è una sudditanza interiore, che è più subdola, invisibile, riguarda non il corpo ma la mente: è su questa che oggi fanno leva le potentissime forze antidemocratiche e antirepubblicane che minacciano il nostro essere cittadini responsabili e che ci vogliono ricondurre alla condizione di sudditi. Tale sudditanza della mente si esplicita oggi come sempre (anche nel 1951, quando Hannah Arendt pubblicò “Le origini del totalitarismo” da cui proviene la frase citata) nel disprezzo della cultura e nell’orientamento della mente verso il consumo e il divertimento. Ovvero “panem et circenses”, l’anti-cultura con cui nell’antica Roma l’Impero sostituì gli ideali della Repubblica, passando da uomini della statura morale di Catone e Cicerone a personaggi come Caligola e Nerone. Anche noi siamo passati dai Padri costituenti (tra cui De Gasperi, Togliatti, Nenni, Dossetti, La Pira, Calamandrei, Iotti) ai politici attuali, così come gli Stati Uniti sono passati da presidenti del calibro di George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin all’attuale. Quale catastrofe è in corso e come salvarsi? È questa la domanda da porsi per celebrare degnamente l’anniversario della nostra Repubblica.
La risposta l’affido a queste straordinarie parole di Antonio Gramsci che risalgono al 29 gennaio 1916 e che indicano nel modo più chiaro la strada da seguire: “La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri”. Quando un essere umano nasce non è un cittadino. Già Aristotele lo definì un “animale sociale” e aveva a tal punto ragione che dal tipo di socialità da cui un essere umano è circondato e nutrito dipende la sua essenza. Se questa socialità è intrisa di cultura, allora l’essere umano esce dallo stato di natura ed entra nello stato di cultura o di civiltà: diviene un cittadino. Si tratta della “coscienza superiore” di cui scrisse Gramsci, che si esplica comprendendo il proprio “valore storico”, nel senso che noi da cittadini cominciano ad esistere non più solo in funzione di noi stessi e della riproduzione della specie (come sarebbe se rimanessimo solo animali) ma ci realizziamo nella costruzione di una società basata sulla libertà, le pari opportunità, la solidarietà, lo studio, la ricerca.
Tutto questo è già contenuto in nuce nel nome “repubblica”. Il termine viene dal latino “res publica”, alla lettera “la cosa pubblica”, laddove l’aggettivo pubblica viene dal sostantivo populus, per cui repubblica significa “la cosa del popolo”. Il potere viene qualificato in questo modo come appartenente a tutti. Nessun’altra forma di potere politico mediante cui gli esseri umani organizzano il loro vivere insieme ha questa dimensione universale: non così la monarchia assoluta, la tirannide, l’aristocrazia, l’oligarchia, e anche quando si trattasse della dittatura del proletariato sarebbe sempre una parte che detiene il potere sull’altra, senza universalità. Invece la repubblica è la cosa di tutti, la casa di tutti. Solo retorica? Dipende dalla cultura dei singoli cittadini.
Il fatto è che la democrazia autentica così strettamente legata alla cultura richiede lavoro. Il primo articolo della nostra Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, dei social e in genere dei mezzi di distrazione di massa, è il momento di comprendere che l’Italia può rimanere veramente una repubblica democratica solo se viene fondata sul “lavoro interiore” dei cittadini che si esplica come ricerca di informazione di qualità, come studio, come riflessione; in una parola sola, come cultura. Al cospetto degli attuali potentati mondiali immensamente più forti non solo di noi in quanto singoli ma anche di noi in quanto stato italiano, noi potremo rimanere un’autentica “repubblica democratica” solo se sapremo investire sul lavoro interiore. Sembra una contraddizione, in realtà è una dialettica profondissima: più si coltiva nella solitudine il proprio valore di individuo, più si diviene un vero cittadino.
Vito Mancuso, La Stampa 2 giugno 2026
Nell’ambito di «Crema del Pensiero, l’incerto confine tra Genio e Follia» Quinta Edizione, San Francesco d’Assisi. Vito Mancuso: «Perchè amiamo San Francesco?». Ingresso libero.
ACQUASPARTA (TR) lunedì 8 giugno, località e ora in fase di definizione
Nell’ambito de “La Festa del Rinascimento”, lectio del prof. Vito Mancuso: «Il senso della vita nell’epoca dell’intelligenza artificiale».
PERUGIA martedì 9 giugno Sala Conferenze Galleria Nazionale dell’Umbria ore 16:30
Lectio Magistralis del prof. Vito Mancuso: «Perchè essere responsabili?». Etica del vivente e fondamento del nostro agire. Evento in presenza su invito, e diretta Streaming al link di prossima segnalazione.
BASSANO DEL GRAPPA (VI) giovedì 11 giugno, Castello degli Ezzelini, ore 21:15
Nell’ambito della rassegna culturale “Resistere 2026” il prof. Vito Mancuso presenta il libro «Gesù e Cristo» (Garzanti). L’incontro fa parte del decennale della rassegna “Resistere”, organizzata dalla Libreria Palazzo Roberti con il Comune di Bassano del Grappa. Ingresso libero.
RAGUSA domenica 14 giugno, Piazza Pola, ore 20:30
Nell’ambito del Festival Letterario “A Tutto Volume – Libri in festa a Ragusa” dall’11 al 14 giugno 2026, il prof. Vito Mancuso presenta il saggio “Gesù e Cristo”(Garzanti). Conduce Salvatore Cannata.
TAORMINA (ME) giovedì 18 giugno, Palazzo dei Duchi di Santo Stefano ore 18:30
Nell’ambito del Taormina Book Festival 2026, lectio del prof. Vito Mancuso dal titolo: «Avere fede nella fiducia». Ingresso con prenotazione.
CADEO (PC) venerdì 26 giugno, Castello di Cadeo ore 21:00
«Una vita in ricerca» conversazione con il teologo Vito Mancuso a partire dal libro “Gesù e Cristo”. Ingresso gratuito.
MACERATA venerdì 3 luglio Piazza Vittorio Veneto (in caso di maltempo Cinema Italia) ore 21:15
Nell’ambito della XVI edizione di Macerata Racconta, Vito Mancuso: «Tra Umano e Divino», Gesù e Cristo l’attrazione trascendente. Introduce Loredana Lipperini. Ingresso libero senza prenotazione fino ad esaurimento posti.
FANO (PU) sabato 25 luglio, Arena BCC Strada Petruccia 16, ore 21:15
Cultura sotto le stelle, prima edizione 2026; Vito Mancuso: «Il senso della vita al tempo dell’Intelligenza Artificiale».
IL TAPIS ROULANT DELLA VITA
«Mentre intorno a noi tutto scorre imperterrito, ci chiediamo quale sia il nostro posto. La fiducia nel futuro è un sintomo primordiale dell’essere umano, il vero cammino è interiore».
Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” …
Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”.
Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisi, Carl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta.
Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta?
Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui Planck, Heisenberg, Schrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via).
Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia.
Vito Mancuso, La Stampa 10 maggio 2026
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