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La nuova stretta statunitense contro Cuba segna un passaggio che va ben oltre il tradizionale embargo. Il vero obiettivo non è solo politico, ma energetico: privare l’isola delle forniture di petrolio significa colpire il cuore della sua sopravvivenza economica e sociale. La decisione di imporre tariffe e restrizioni anche sul greggio proveniente da Paesi terzi introduce una dimensione extraterritoriale, trasformando la sanzione in uno strumento di interdizione globale.
Il risultato è immediato. Cuba, già fragile, si trova improvvisamente isolata dal sistema energetico internazionale. Senza carburante, si fermano trasporti, industria e produzione elettrica. Non è una pressione simbolica: è una leva strutturale pensata per accelerare una crisi interna e aumentare il costo della resistenza politica del governo cubano.«Sapevi che da qualche parte sulle colline fuori dallo Zorro Ranch, due ragazze straniere sono state sepolte su ordine di Jeffrey e della Signora G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish». Il 21 novembre 2019, il conduttore radiofonico Eddy Aragon ricevette una mail da un presunto ex dipendente dello Zorro Ranch di Jeffrey Epstein, in New Mexico. Il mittente sosteneva che due giovani erano state sepolte nelle colline circostanti su ordine del finanziere e di «Signora G», verosimilmente Ghislaine Maxwell. Chiedeva un bitcoin in cambio di sette video che avrebbero mostrato Epstein fare sesso con minorenni. Aragon non trattò e inoltrò immediatamente la mail all’FBI. A oltre sei anni dai fatti, il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ha annunciato di aver aperto un’indagine sull’accusa.
La segnalazione era rimasta sepolta tra gli atti, ora è riemersa tra gli Epstein Files pubblicati il 30 gennaio dal Dipartimento di Giustizia americano. La mail riporta il tentativo di estorsione con un elenco dei video che il mittente avrebbe ceduto in cambio del pagamento in criptovalute, ma non fornisce riscontri oggettivi sull’esistenza di corpi o su attività di occultamento. Lo scrivente precisava che «Ciò che è incriminante riguardo a Jeffrey Epstein deve ancora essere scritto», senza allegare, però, fotografie o coordinate per individuare il luogo in cui sarebbero stati seppelliti i corpi. Alla luce della nuova ondata di pubblicazioni e del rinnovato interesse mediatico sul caso Epstein, il United States Department of Justice del New Mexico ha deciso di non ignorare la pista. «Stiamo indagando attivamente su questa accusa», ha dichiarato la portavoce Lauren Rodriguez, precisando che è stata richiesta una copia non censurata dell’e-mail del 2019 per esaminarne integralmente contenuti, intestazioni e metadati. È un passaggio tecnico ma sostanziale: significa verificare provenienza, eventuali tracce digitali e dettagli che nelle versioni pubbliche risultano oscurati.
Lo Zorro Ranch, esteso complesso di oltre 3.000 ettari a circa 48 chilometri da Santa Fe, è stato per anni uno dei luoghi simbolo dell’universo Epstein. Meno mediatico rispetto alla townhouse di Manhattan o all’isola privata nelle Isole Vergini, Little Saint James, il ranch del New Mexico è rimasto in secondo piano dopo l’arresto del 2019 e la morte del finanziere nel carcere federale di New York. Eppure, nelle carte processuali e nelle testimonianze raccolte in diversi procedimenti civili, la proprietà compare più volte come scenario di incontri e permanenze di giovani donne e minori. In particolare, lo Zorro Ranch era stato pensato dal finanziere per ospitare un laboratorio in cui giovani donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. In una occasione, durante una cena organizzata nella residenza di Epstein nell’Upper East Side di Manhattan, Jaron Lanier, pioniere e teorico della realtà virtuale, ha raccontato di aver avuto una conversazione che lo aveva profondamente colpito: tra gli invitati, una scienziata che lavorava per la NASA gli avrebbe spiegato che Epstein coltivava il progetto di mettere incinte contemporaneamente venti donne all’interno dello Zorro Ranch. Durante la conversazione, questa ricercatrice avrebbe illustrato come il finanziere immaginasse una sorta di “fucina di bambini”, ispirata a un precedente reale: il Repository for Germinal Choice, un controverso progetto nato negli anni Ottanta con l’intento dichiarato di migliorare il patrimonio genetico dell’umanità attraverso la raccolta di sperma di uomini ritenuti eccezionali, in particolare vincitori del Premio Nobel.
Ex dipendenti hanno parlato di un via vai costante, di misure di sicurezza e della presenza di ospiti illustri nella tenuta di Epstein. Nulla, finora, ha mai attestato l’esistenza di sepolture clandestine. La mail fa riferimento alla morte delle due giovani per “strangolamento”, durante pratiche di sesso estremo. La principale accusatrice di Epstein, Maxwell e dell’ex principe Andrea, Virginia Giuffre, nel suo libro di memorie pubblicato postumo, racconta che a un certo punto, agli inizi degli anni Duemila, il finanziere aveva iniziato a interessarsi di sadomasochismo: «Aveva iniziato a usare fruste, corde e altri strumenti di tortura». In Nobody’s girl, Giuffre riferisce di queste pratiche massacranti a che veniva sottoposta e che le procuravano talmente tanto dolore da “pregare di svenire”: «Quando succedeva, mi risvegliavo solo per subire altre molestie».
Al momento non risultano scavi, rilievi forensi o accertamenti sul terreno dello Zorro Ranch. L’indagine annunciata dal Dipartimento di Giustizia del New Mexico è ancora in fase preliminare e si concentra sull’analisi documentale e sulla tracciabilità della segnalazione del 2019. Resta però un dato politico e giudiziario: a distanza di anni dalla morte di Epstein, nuove accuse continuano a emergere dagli archivi, costringendo le istituzioni a tornare su un caso che si voleva archiviato. E mentre le autorità verificano la veridicità dei documenti desecretati, una domanda resta inevasa: quante parti della storia di Jeffrey Epstein non sono mai state realmente indagate?
Il modello open‑source di OpenClaw è diventato il protagonista indiscusso di un’ascesa stellare. Nato per permettere lo sviluppo di agenti di IA direttamente sui dispositivi degli utenti, si è trasformato in breve tempo in un fenomeno performativo: spesso più spettacolare che utile, ma capace di catalizzare l’attenzione del pubblico e, soprattutto, delle grandi aziende tecnologiche. Passato sotto l’ombrello di OpenAI, azienda leader del settore, il progetto sembra ora destinato a un’espansione esponenziale e questo nonostante le sue evidenti criticità di sicurezza. Una prospettiva che sta allarmando osservatori, ricercatori e corporate, preoccupati dall’impatto di un sistema tanto potente quanto ancora privo di adeguate garanzie.
La tecnologia è stata lanciata nel novembre 2025 con il nome di Clawdbot, un’etichetta dal tono leggero che giocava sulla parola claw – “chela” in inglese – e che richiamava al contempo anche il noto bot Claude di Anthropic. Un parallelismo forse troppo evidente, tanto che il progetto è stato presto ribattezzato Moltbot e, infine, OpenClaw: un nome che richiama al tempo stesso la sua natura open‑source e l’ormai consolidato ecosistema di OpenAI. Fin dalle prime versioni, OpenClaw è entrato rapidamente nel radar di chi sperimenta con gli agenti di intelligenza artificiale, sia in ambito privato sia aziendale. La notorietà pubblica, però, è arrivata solo con la popolarità di Moltbook, il social network riservato alle IA, che ha trasformato il progetto in un fenomeno virale. E con la viralità è giunto il successo.
Domenica 15 febbraio, il fondatore di OpenClaw, Peter Steinberger, è stato arruolato nelle fila della società guidata da Sam Altman; un’operazione che arriva in un momento delicato per la società, la quale è impegnata a riaffermare la propria competitività in un settore sempre più affollato e in un clima in cui iniziano a emergere dubbi sulla sua traiettoria, mentre anche la fiducia dei partner storici mostra segni di incrinatura. Per entrambe le parti si tratta dunque di un’intesa di grande valore: Steinberger può contare sul supporto di una delle realtà più influenti dell’IA per proseguire la sua ricerca, mentre OpenAI può attingere alla sua esperienza per esplorare soluzioni agentiche che, al momento, restano difficili da replicare per la concorrenza. Allo stesso tempo, l’unione rientra nell’ormai consolidato modello imprenditoriale del “move fast and break things”, nel dare la priorità alla velocità a discapito della sicurezza.
Attingendo direttamente ai dati presenti sul dispositivo su cui vengono eseguiti, gli agenti di OpenClaw possono accedere a tutte le informazioni conservate sul computer degli utenti che non hanno avuto l’accortezza di utilizzare una macchina dedicata – scelta peraltro non necessariamente semplice, dato che l’ondata di entusiasmo per questi agenti ha impattato sulle scorte di Mac Mini e mini‑PC. Il risultato è che la natura stessa del sistema può esporre contenuti che si vorrebbero mantenere privati: numeri di carte di credito, email personali, documenti sensibili legati al lavoro. Come la maggior parte dei modelli generativi, anche OpenClaw si basa infatti su un funzionamento stocastico, ovvero statistico, ma con una componente aleatoria che introduce variabilità nelle risposte. Questo lo rende inevitabilmente imprevedibile: lo si può orientare, certo, ma non si può mai avere la garanzia assoluta dell’esito finale. Ancor più che gli agenti possono essere ingannati dalle persone con cui interagiscono con lo scopo di far loro compiere azioni dannose per l’utente che li ha creati.
L’accessibilità degli agenti IA di OpenClaw ne ha alimentato una diffusione senza precedenti, innescando una sorta di corsa agli armamenti tra coloro che ne vogliono sfruttarne per primi le potenzialità. Ma la fretta, in questo caso, è un pessimo alleato. Come riportato da Wired, aziende di primo piano – tra cui Meta – hanno imposto ai propri dirigenti e dipendenti il divieto assoluto di sperimentare autonomamente con OpenClaw, arrivando a prevedere il licenziamento immediato per chi dovesse ignorare la direttiva. Una misura drastica che riflette la crescente preoccupazione per i rischi di sicurezza associati a questi agenti, ma che evidenzia anche le tensioni che si stanno sviluppando nella contrapposizione tra modelli “open” e quelli integrati in ecosistemi chiusi.
La Central Intelligence Agency (Cia), la più importante e strutturata delle agenzie di spionaggio statunitensi, sta rafforzando il suo processo di acquisizione di tecnologie critiche e intende aumentare il partenariato col settore privato. Lo ha annunciato il 9 febbraio lo stesso direttore John Ratcliffe varando il nuovo Cia Acquisition Framework, che taglierà nettamente i tempi per concretizzare la collaborazione con le aziende tecnologiche e potenziare le sue strutture operative con innovazioni e prodotti all’avanguardia.
Essenzialmente, il vertice di Langley porterà al limite i propri poteri per ottimizzare le scelte e bypassare il tradizionale termine lungo degli appalti pubblici. Questo, nell’ottica della Cia, risponde alla necessità di fare dell’intelligence il perno dell’applicazione operativa delle tecnologie dirompenti in un contesto di aperta competizione con i rivali di Washington.
Ratcliffe, dall’ascesa alla guida della Cia con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ha chiarito di voler mettere al centro la Human Intelligence e un approccio più “aggressivo” (sic) per la Cia e, in tal senso, operazioni come quelle condotte in Venezuela prima della cattura di Nicolas Maduro o al servizio del Pentagono per individuare le reti di narcotraffico e attaccare i battelli tra Oceano Atlantico e Pacifico, mostrano la nuova rotta, ben più assertiva.
In tal senso, la leadership tecnologica è considerata al servizio di questa nuova proiezione, garanzia dell’incorporazione spinta dei nuovi ritrovati dell’intelligenza artificiale e dei suoi applicativi nelle procedure operative. Washington ha un’ansia: il sorpasso cinese. Demis Hassabis, Ceo di Google DeepMind, dice che la Cina è “pochi mesi” dietro gli Usa sull’IA; Michael Burry, tra i più noti finanzieri Usa, prevede il crollo in borsa di Palantir, azienda simbolo del legame tra IA, sicurezza nazionale e intelligence; Sam Altman, Ceo di OpenAI, chiede che gli Usa facciano il possibile per rispondere a una corsa “incredibilmente rapida”. Pechino applica a pioggia i suoi ritrovati tecnologici in un apparato industriale enorme e utilizzando la società come laboratorio sperimentale. Gli Usa vogliono rispondere. E gli apparati dello Stato profondo plasmano una risposta dinamica.
La Cia non parte impreparata. Come ha ricordato Giuseppe Gagliano su queste colonne, vanta anche un vero e proprio fondo di venture capital affiliato, In-Q Tel, che mira ad accelerare start-up e aziende promettenti. Nel suo portafogli In-Q Tel ha ad, oggi, uno spaccato del meglio delle esigenze industriali e tecnologiche statunitensi: aziende che sviluppano batterie al litio, processori per l’edge AI a basso consumo energetico, tecnologie per la litografia a raggi ultravioletti estremi, sistemi di apprendimento automatico, tecnologie di biologia computazionale.
Parliamo di un mondo nuovo al confine della frontiera infinita della tecnologia che per Langley deve oggigiorno essere portato con maggiore velocità nei processi operativi. Gli Usa sono la patria di un capitalismo tecnologico fondato sul partenariato pubblico-privato. Ratcliffe, sostanzialmente, immagina la Cia come un incubatore per una Start-up nation dell’intelligence sul modello israeliano e cerca l’egemonia tecnologica come obiettivo. Una mossa che può creare anche cortocircuiti: in Germania, ad esempio, i venti di autonomia strategica europea stanno ponendo in dubbio un contratto sui droni da combattimento tra la Bundeswehr e Stark Defence, nel cui capitale c’è proprio In-Q Tel assieme al miliardario Peter Thiel. Ciononostante, l’intelligence gioca la partita del sostegno alla leadership americana in settori chiave per coordinare l’attenzione verso il possibile sorpasso cinese. E ibridare un nuovo complesso militare-industriale-tecnologico in cui anche la Cia intende avere voce in capitolo.
Nel silenzio internazionale la guerra in Sudan ha superato i mille giorni di ostilità, portando con sé crisi umanitarie, sfollamenti e decine di migliaia di vittime. Le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto su uno degli eventi più sanguinosi del conflitto: la presa di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, da parte delle Forze di supporto rapido (RSF). Per conto dell’ONU, una missione internazionale indipendente ha accertato i fatti avvenuti tra il 26 e il 27 ottobre 2025, descrivendoli come «un’operazione pianificata e organizzata secondo le caratteristiche distintive del genocidio», che ha preso di mira le comunità non-arabe. Il riferimento giuridico resta, come per quanto riguarda le indagini sul massacro israeliano in Palestina, la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.
Per la Convenzione del 1948 si palesa il crimine di genocidio quando «l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso» viene concretizzata attraverso almeno uno dei seguenti atti: «misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro; uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale». Le ultime tre fattispecie si sarebbero verificate in Sudan per mano dei miliziani delle RSF, nell’ambito della guerra contro l’esercito regolare che va avanti da tre anni. A stabilirlo è la missione indipendente composta da esperti di diritto che le Nazioni Unite avevano attivato per far luce su quanto accaduto a El Fasher nell’ottobre 2025.
Nel rapporto presentato al Consiglio ONU per i diritti umani — dal titolo eloquente “Tratti di genocidio in El Fasher” — la missione di inchiesta ha descritto «la campagna di distruzione, pianificata e dai contorni genocidari, contro le comunità non-arabe» della capitale del Nord Darfur. «L’intento genocidario — si legge nel rapporto — emerge come l’unica conclusione ragionevole alla luce del carattere sistematico delle uccisioni su base etnica, delle violenze sessuali, della distruzione e delle dichiarazioni pubbliche delle RSF che chiedono apertamente l’eliminazione delle comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur». La presa di El Fasher è stata preceduta da un assedio durato un anno e mezzo, che ha indebolito la popolazione attraverso l’uso della fame come arma, la deprivazione e il trauma fisico e psicologico.
La missione di inchiesta, oltre a documentare i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dalle RSF, li inquadra dunque in un più ampio contesto genocidario, portando l’ONU a parlare per la prima volta della guerra sudanese in questi termini. Da novembre a gennaio gli esperti hanno intervistato 320 persone, tra vittime e sopravvissuti, raccogliendo diverse testimonianze su uccisioni di massa, torture e violenze sessuali. A tali testimonianze è stata poi affiancata la consultazione di diverse fonti indirette, come rapporti, video e incontri con ong e agenzie presenti sul territorio. La missione d’inchiesta ha denunciato la mancata collaborazione del Sudan, le cui Forze armate rappresentano la controparte in guerra con le RSF. Un silenzio, quello delle istituzioni sudanesi, che fa rumore se si pensa alle accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità rivolte nei mesi scorsi proprio contro l’esercito regolare. Crimini su cui l’ultima missione d’inchiesta non ha potuto indagare: il mandato, affidato dal Consiglio ONU per i diritti umani con la risoluzione S-38/1 del 14 novembre 2025, riguardava esclusivamente i fatti di El Fasher.
La presa della capitale del Darfur settentrionale rappresenta uno degli eventi più sanguinosi della guerra in Sudan, che in tre anni ha comportato la più grave crisi umanitaria al mondo, milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime. Mentre sul conflitto soffiano i venti degli interessi globali, i civili pagano le conseguenze maggiori. «Nessun posto del Sudan è salvo dal pericolo di attacchi», ha detto Rosemary Dicarlo, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite.
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