DESCRIPTION HERE
http://informazioneconsapevole.blogspot.it/
Codici ‘invisibili’ da applicare su merci e prodotti per garantire la tracciabilità e rafforzare il circuito del riciclo delle plastiche. È questo il cuore del progetto ‘Eliset’, finanziato con 2,6 milioni di euro dal programma europeo Eic Transition e portato avanti dall’Alma Mater di Bologna. La soluzione sviluppata dai ricercatori si basa su nanocristalli di silicio luminescenti: sono invisibili a occhio nudo, e non alterano l’aspetto dei prodotti, ma consentono un’identificazione rapida e affidabile tramite sistemi ottici dedicati. Oltre al ‘colore’ di emissione, la tecnologia sfrutta anche il tempo di decadimento della luminescenza: una firma temporale che rende la codifica più efficace sia per la tracciabilità sia per l’anticontraffazione.
Il progetto ‘Eliset’ “si colloca in un momento cruciale per l’Europa- spiega Paola Ceroni, docente del dipartimento di Chimica ‘Giacomo Ciamician’ dell’Alma Mater- la filiera del riciclo delle plastiche sta affrontando una fase complessa, tra pressioni economiche, richieste di qualità e quantità sempre più elevate e necessità di rendere il riciclo davvero competitivo. In questo contesto, la disponibilità di flussi di materiali più facilmente identificabili e più puri diventa un elemento decisivo: è la condizione per aumentare il valore del riciclato e rafforzare la sostenibilità industriale del settore”.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.dire.it/10-03-2026/1221713-arriva-il-codice-invisibile-per-tracciare-i-prodotti-lo-hanno-creato-i-ricercatori-dellalma-mater/
La guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran sta avendo ripercussioni anche in Giordania. Per quanto ad oggi non risultino attacchi diretti, sono oltre 150 gli oggetti militari caduti sul suolo del regno hashemita dal 28 febbraio. Da allora, sirene antimissile suonano regolarmente nelle città principali del Paese per annunciare l’arrivo di un potenziale pericolo, la cui efficacia tuttavia è messa in dubbio dalla popolazione, preoccupata da pezzi di missili e droni che colpiscono per lo più aree civili (vedi qui e qui ).
“La protezione di Israele prima della sicurezza della popolazione”, è uno tra i commenti più moderati sui social media tra i giordani, che rivela l’origine di questi incidenti. Come avvenuto già nel 2024 e nel 2025, è l’aviazione giordana ad intercettare i missili iraniani diretti verso Israele, determinandone la caduta sul proprio territorio. Ufficialmente, queste azioni sono a “difesa dello spazio aereo sovrano”, ma di fatto rispondono alle esigenze delle alleanze con l’Occidente. In primis con gli Stati Uniti, che da decenni mantiene una presenza militare nel regno (oltre ad altri Paesi, tra cui l’Italia). Con oltre tremila truppe già presenti, lo scorso 20 febbraio il New York Times svelava l’arrivo di circa 60 aerei della marina USA nella base di Muwaffaq Salti, nella provincia di Azraq ad ovest del Paese. Mentre i media giordani – per oltre il 90% controllati dal governo – si sono affrettati a chiarire che “Amman non avrebbe permesso dal suo territorio attacchi contro l’Iran”, la notizia dimostrava l’importanza strategica giordana per gli USA in caso di guerra. Che una volta scoppiata, ha visto i caccia giordani attivarsi subito in volo, probabilmente, come avvenuto in passato, anche con il supporto di Stati uniti e Gran Bretagna. In un simile contesto, non sono passate inosservate le dichiarazioni del re Abdulla II che ha fortemente condannato gli attacchi di Tehran sui Paesi del Golfo senza però menzionare quelli israeliani in Iran da cui è scoppiato il conflitto.
Dietro queste dichiarazioni si riassume la relazione tra il governo giordano e Israele, emersa in tutte le sue contraddizioni dopo il 7 ottobre 2023. Con quasi il 70% della popolazione di origine palestinese, i giordani continuano a vivere in maniera diretta il genocidio ancora in corso a Gaza. Mantenendo l’amministrazione civile della Cisgiordania fino al 1988, oltre ad accogliere oltre 2.4 milioni di rifugiati dalla Nakba del 1948 e la Naksa del 1967, Amman ha anche concesso la cittadinanza a gran parte dei palestinesi. Ciononostante, sin dagli anni Cinquanta ha intrapreso rapporti con Israele, prima in segreto, e poi con il trattato di pace firmato nel 1994 con Tel Aviv.
Non c’è da sorprendersi, dunque, che mentre Amman condannava fortemente le azioni di Israele su Gaza e facilitava l’arrivo di aiuti umanitari nella Striscia, in Giordania si sviluppavano le più grandi manifestazioni di solidarietà con la vicina Palestina di tutta la regione. Tra queste, anche importanti azioni di boicottaggio contro beni e imprese legate a Israele e l’Occidente che hanno portato alla chiusura della catena Carrefour in tutto il Paese. Inizialmente tollerate, queste sono state gradualmente represse con leggi contro la libertà di espressione (come la famigerata “Cybercrime Law”) e decise azioni di controllo sociale da parte dei servizi segreti. Parallelamente, altre misure venivano dettate più dalla politica estera che da bisogni interni – come il supporto a Israele per superare il blocco commerciale nel Mar Rosso nel 2024 o la messa al bando della Fratellanza Musulmana lo scorso aprile. Quest’ultima mossa servì soprattutto a ingraziarsi la nuova amministrazione USA, che aveva portato Donald Trump a congelare gli aiuti a fondo perduto alla Giordania – circa due miliardi di dollari all’anno essenziali per il funzionamento della macchina statale giordana – se questa non si fosse allineata alle sue politiche su Gaza.
Questo delicato equilibrio politico, in cui la Giordania naviga da anni, è messo ora a durissima prova. Mentre l’Iran questa volta potrebbe attaccare direttamente obiettivi USA sul territorio giordano, sono l’accelerata annessione israeliana della Cisgiordania e le dichiarazioni sempre più frequenti sul “Grande Israele” da parte di esponenti del governo Netanyahu a preoccupare maggiormente Amman. La cosiddetta “patria alternativa” – un’idea israeliana di vecchia data secondo cui la Giordania dovrebbe diventare lo Stato di Palestina – è un incubo che si sta tramutando in realtà negli ambienti politici giordani. Al riguardo, le recenti dichiarazioni dell’ambasciatore statunitense a Tel Aviv sulla possibilità che Israele si espanda «tra il Nilo e l’Eufrate», suggeriscono quale alleato Washington sceglierebbe nel caso in cui quest’idea “messianica” si attuasse.
FONTE: https://it.insideover.com/guerra/guerra-iran-israele-usa-il-delicato-ruolo-della-giordania.html
Stai camminando verso il supermercato, e il tuo smartphone vibra: meno 20% sulla pizza surgelata, proprio quella che compri sempre il martedì. Comodo, no? Ecco: lo stesso sistema che sa che il martedì compri pizza sa anche che leggi notizie sulla Cina prima di dormire, che il video sui droni militari ti ha tenuto attaccato 47 secondi in più, che tendi a fidarti di fonti locali più che nazionali. Sa, insomma, come parlarti di una guerra. E qui la guerra cognitiva smette di essere un concetto da think tank e diventa qualcosa di molto più vicino: il tuo feed, il tuo quartiere, il tuo martedì sera.
Lo sostiene Justin Pelletier, ricercatore di sicurezza del Rochester Institute of Technology, in un’analisi che collega il marketing algoritmico alla propaganda bellica personalizzata. Una tecnologia già operativa, che usiamo ogni giorno per ricevere sconti.
Al centro di tutto c’è una parola che suona innocua: geofencing. Serve capirla bene, perché è il meccanismo che trasforma il tuo telefono in un bersaglio.
Immagina un recinto invisibile disegnato su una mappa digitale: attorno a un negozio, un quartiere, uno stadio. Quando il tuo telefono entra in quel perimetro (il GPS, il Wi-Fi o le antenne cellulari lo rilevano), scatta un’azione automatica: una notifica, un coupon, un annuncio. Tu non vedi il recinto, ma il recinto vede te. È marketing di prossimità: ti parla nel momento giusto, nel posto giusto. Il problema è che “il momento giusto” e “il posto giusto” funzionano anche per chi vuole venderti qualcosa di diverso da una pizza.
Quando le aziende di marketing combinano il geofencing con i dati comportamentali (cosa cerchi, cosa guardi, quanto tempo ci passi, con chi interagisci), possono segmentare le persone non solo per gusti commerciali, ma per paure, valori e vulnerabilità cognitive. L’algoritmo che sa che compri pizza surgelata il martedì sa anche che ti fermi 12 secondi in più sulle notizie di conflitti e che condividi articoli sulle minacce alla sicurezza nazionale. Queste informazioni, spiega Pelletier, permettono di progettare una guerra cognitiva su misura: non un messaggio unico sparato a milioni di persone, ma migliaia di varianti testate simultaneamente su gruppi diversi.

L’idea di vincere senza combattere è vecchia quanto la guerra stessa. Sun Tzu la teorizzò nel V secolo a.C. e da allora ogni stratega militare ha cercato il modo di piegare il nemico senza sparare un colpo. Il nome tecnico è “controllo riflessivo”: far sì che l’avversario compia volontariamente azioni vantaggiose per chi lo manipola. Ecco, la guerra cognitiva moderna fa esattamente questo, solo che l’avversario non è un esercito: sei tu, mentre scorri il telefono sul divano.
La differenza con la propaganda della Guerra Fredda è strutturale. All’epoca si trasmetteva un messaggio unico a milioni di persone e si sperava che funzionasse. Oggi gli strateghi (governi, attori statali, gruppi di interesse) usano annunci social a pagamento, influencer, contenuti generati dall’intelligenza artificiale e persino account social falsi per orientare l’opinione pubblica. Non devono convincere tutti: basta spostare abbastanza persone al momento giusto per cambiare l’esito di un’elezione, forzare una politica interna o (non è fantascienza) scatenare tensioni etniche.
Uno studio pubblicato su PNAS Nexus da ricercatori di Stanford e Georgetown ha misurato quanto sia persuasiva la propaganda generata dall’intelligenza artificiale: con un minimo intervento umano nella fase di editing, supera in efficacia quella scritta interamente da esseri umani. Insomma: la macchina non solo è più veloce, ma convince di più.
Pelletier tocca un nervo scoperto. La teoria della guerra giusta presuppone che i cittadini possano dare un consenso ragionato all’uso della forza: che siano informati, che possano distinguere un’aggressione reale da una narrativa costruita. La guerra cognitiva algoritmica mina esattamente questo presupposto. Se le tue opinioni su un conflitto sono state modellate da contenuti personalizzati che sfruttano i tuoi bias cognitivi (e tu non lo sai), il tuo “consenso” alla guerra vale ancora qualcosa?
Il quadro si complica con un dato che abbiamo già raccontato su Futuro Prossimo: gli americani, e non solo, si fidano più delle notizie locali che di quelle nazionali. E questa fiducia viene sfruttata con le cosiddette “pink-slime news”, siti che sembrano testate locali autentiche ma producono contenuti generati dall’IA con bias politici sottili. Tecnicamente accurati, emotivamente orientati. Un po’ come ricevere un coupon che non hai chiesto ma che sembra fatto apposta per te (perché lo è). Per l’Italia, che è come un unico “paesone”, le notizie locali diventano quelle di cronaca: il processo diventato famoso, il lutto improvviso, la protesta di piazza, perfino il gossip. Tutte queste notizie, raccontate con bias politici sottili, possono contribuire ad orientare il dibattito sull’Ucraina, sul Medioriente, o magari su un referendum. Ehi, era solo per fare un esempio e darvi un’idea, eh?

Attenzione: non sto dicendo di buttare il telefono. Sto dicendo che serve consapevolezza. La guerra cognitiva funziona meglio quando il bersaglio non sa di essere un bersaglio. E allora serve qualche gesto concreto, che mi permetto umilmente di consigliare.
Primo: controlla i permessi di localizzazione delle tue app. Anche di quelle che non ti mandano notizie. Non tutte hanno bisogno di sapere dove sei, sempre. Disattiva il GPS per le app che non lo richiedono e imposta il tracciamento su “solo durante l’uso” per quelle che lo richiedono davvero. Secondo: diversifica le fonti. Se leggi notizie solo dal feed, stai leggendo quello che l’algoritmo ha deciso per te, non quello che esiste. Cercati le notizie attivamente, confronta, e soprattutto diffida di contenuti che confermano perfettamente quello che già pensi (sono quelli più probabilmente costruiti su misura). Terzo: quando un contenuto ti provoca una reazione emotiva forte e immediata (rabbia, paura, indignazione), fermati. È esattamente quel tipo di risposta che la guerra cognitiva cerca di attivare. L’emozione intensa disattiva il pensiero critico: è biologia, non debolezza.
Il geofencing combinato con l’intelligenza artificiale e la profilazione comportamentale è già operativo per scopi commerciali, e le stesse tecnologie sono già utilizzate da attori statali per operazioni di influenza. L’AI Act europeo e il GDPR offrono protezioni parziali, ma la velocità dell’innovazione supera quella della regolamentazione. Nei prossimi 2-3 anni, con l’esplosione degli agenti AI personalizzati, il confine tra marketing e propaganda diventerà ancora più sottile.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.futuroprossimo.it/2026/02/guerra-cognitiva-gli-algoritmi-dei-coupon-ti-arruolano-per-la-propaganda/
Lo scandalo degli Epstein files fa cadere nuove teste, sfiora il nome illustre più impensabile e torna a pendere su Donald Trump. Nel giorno dell’attesa deposizione di Hillary Clinton, a porte chiuse da Chappaqua, New York, alla commissione parlamentare di vigilanza, si susseguono nuovi sviluppi dell’impatto devastante che ha avuto la pubblicazione degli “archivi Epstein” da parte del Dipartimento della Giustizia Usa.
In ordine di tempo, le ultime dimissioni dell’élite mondiale a causa dei collegamenti con il finanziere pedofilo, condannato per tratta di minorenni, morto suicida in carcere nel 2019, sono quelle di Borge Brende, presidente e Ceo del World Economic Forum di Davos. Brende, ex ministro delle finanze norvegese, ha annunciato oggi, giovedì 26 febbraio, le sue dimissioni, poche settimane dopo che il forum ha avviato un’indagine indipendente sulla sua relazione con Jeffrey Epstein. L’inziativa del Wef è scattata in seguito alle pubblicazioni e rivelazioni del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, secondo cui il norvegese aveva avuto tre cene di lavoro con Epstein e aveva anche comunicato con il finanziere caduto in disgrazia tramite e-mail e messaggi. Nella lettera di addio Brende non fa riferimento al finanziere statunitense defunto. Tuttavia, ai media norvegesi ha ammesso di essere dispiaciuto per come aveva gestito i suoi rapporti con lui e di non volere che la questione compromettesse l’immagine del forum. Lo stesso Brende in precedenza aveva sostenuto di non essere a conoscenza del passato e delle attività criminali di Epstein.
A precedere la decisione di Brende, il giorno prima, sono state le dimissioni di Larry Summer, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti, dall’insegnamento all’Università di Harvard, alla fine dell’anno accademico. A spingerlo ad abbandonare la cattedra le notizie della sua corrispondenza stretta con Epstein, rimbalzata dalla pubblicazione degli Epstein file, anche se non sono emerse prove di illeciti da parte di Summers.
L’ombra di Epstein offusca anche la memoria di un altro nome eccellente: il quotidiano britannico Telegraph ha pubblicato una foto del 2006, finita negli Epstein files, che ritrae lo scienziato Stephen Hawking, morto nel 2018 e affetto da sempre da una grave sclerosi laterale amiotrofica. L’immagine ritrae lo scienziato a bordo della piscina dell’hotel Ritz, sull’isola caraibica di St Thomas, a margine di un congresso scientifico tra i cui relatori c’era Hawking, che aveva parlato di cosmologia quantistica, e a cui aveva preso parte anche Epstein. Si ipotizza che due donne in bikini che lo affiancano possano essere modelle ingaggiate dal finanziere. La famiglia di Hawking però ha smentito qualsiasi allusione, spiegando che le ragazze. i cui volti sono oscurati- erano invece due caregiver di lunga data dello scienziato, e che viaggiavano con lui dal Regno Unito. Non si spiega però come mai quella foto sia finita negli archivi delle indagini sul finanziere.
Diverse testate statunitensi sono tornate in questi giorni sui in-dubbi rapporti tra Trump ed Epstein, che il presidente Usa ha sempre minimizzato. La Cnn, il Nyt e l’emittente pubbica Npr hanno infatti rilanciato la notizia di un ‘buco’ nei file pubblicati dal Dipartimento di oltre cinquanta pagine che riguarderebbero il presunto rapporto tra Donald Trump e una minorenne. In particolare, nelle pagine scomparse vi sarebbero gli appunti dell’FBI su una donna che ha accusato Trump, in una causa poi archiviata di averla violentata quando aveva 13 anni. Inoltre, nei fogli scomparsi, ci sarebbe anche la deposizione all’FBI di una delle vittime di Epstein che aveva affermato cdi essere stata presentata a Trump ad una festa dalla complice di Epstein, Ghislane Maxwell. La reazione dei Democratici a questa inchiesta non si è fatta attendere: hanno infatti annunciato l’apertura di un’indagine parallela su questo presunto insabbiamento.
Nel frattempo oggi è il giorno della deposizioni di Hillary, che precede di un giorno quella del marito Bill Clinton, ai membri della Commissione di Vigilanza della Camera. I Clinton hanno accettato di testimoniare sotto giuramento per evitare una denuncia per oltraggio al Congresso. Bill Clinton dovrà rispondere in merito a diverse fotografie emerse dai file, tra cui una che lo ritrarrebbe in una vasca idromassaggio con Epstein e una donna la cui identità è attualmente oscurata (omissis). La deposizione si sta tenendo a porte chiuse a Chappaqua, New York, ed è, spiega la Cnn, “il culmine di una vigorosa battaglia” sia dell’ex Segretario di Stato che dell’ex Presidente Democratico Bill Clinton sulla possibilità di testimoniare in quello che hanno denunciato come un complotto repubblicano contro di loro. “Perché vogliono trascinarci in questa storia? Per distogliere l’attenzione dal Presidente (Donald) Trump. Non è complicato”, ha più volte denunciato l’avversaria, poi sconfitta, da Trump alle presidenziali del 2016.
AgoraVox Italia