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Nell’ottobre 2021 Facebook formalizzó il cambio di nome in Meta, una mossa che – almeno ufficialmente – voleva chiarire sin da subito l’ambizione del CEO Mark Zuckerberg: archiviare progressivamente i social “statici” per costruire un universo virtuale in cui socializzare, lavorare e giocare, il cosiddetto metaverso. A meno di cinque anni di distanza, quel progetto si è però completamente sgonfiato. L’idea di un mondo digitale immersivo targato Meta è naufragata e lo stesso Zuckerberg ha tirato i remi in barca per concentrare gli sforzi sull’intelligenza artificiale e negli accessori indossabili, le nuove pentole d’oro verso cui stanno convergendo tutte le grandi aziende del digitale.
Più che un commiato, quello di Meta nei confronti di Horizon Worlds somiglia a un vero e proprio post‑mortem lapidario. In una nota di poche righe pubblicata sul blog ufficiale, l’azienda ha comunicato l’intenzione di separare i progetti di realtà virtuale (VR) dalla piattaforma dedicata al metaverso, confinando questa al solo ecosistema mobile. Horizon Worlds continuerà dunque a esistere – almeno per ora – sullo schermo di uno smartphone, ma rinuncia alla dimensione immersiva delle tre dimensioni vissute attraverso le lenti di un visore: proprio la modalità di fruizione che Meta ha cercato disperatamente di imporre per anni.
Il CTO Andrew Bosworth ha rassicurato i pochi fan rimasti spiegando che il sistema resterà operativo per gli utenti già iscritti. Ha però ammesso che lo sviluppo non proseguirà con nuovi contenuti poiché l’azienda ha deciso di concentrare le proprie energie altrove. In sostanza, è un morto che cammina – una condizione che riassume bene l’intera parabola di quella che era stata presentata come “la nuova frontiera” dei social. All’epoca l’idea aveva persino trovato terreno fertile: si usciva dalle quarantene pandemiche, la digitalizzazione correva veloce e lo smart working stava entrando nella coscienza collettiva. Ma da allora le persone hanno ricominciato a incontrarsi dal vivo e molte aziende, comprese le Big Tech, hanno rivisto le loro politiche sul lavoro da remoto. Alla fine, Horizon Worlds era così poco popolare che Meta si era persino trovata a imporre contrattualmente ai propri dipendenti l’uso della versione aziendale del metaverso.
La corsa al metaverso immaginata da Zuckerberg era probabilmente condannata al fallimento sin dai primissimi passi. Per accedere al servizio, infatti, un utente doveva dotarsi di un visore VR costoso e di un computer sufficientemente potente da supportarlo: un investimento da migliaia di euro per un prodotto di cui, in fondo, nessuno sentiva davvero la necessità. Le campagne di promozione di Horizon Worlds non hanno aiutato. Gli avatar e gli ambienti apparivano come simulacri senz’anima, lontani anni luce dall’idea di un mondo digitale vibrante e coinvolgente. E non che ci si aspettasse molto di meglio da Zuckerberg, lo stesso che nel 2017 aveva promosso la sua realtà virtuale inviando una versione digitale e sorridente di sé a “visitare” le strade di una Puerto Rico devastata da un uragano.
I social in realtà virtuale esistevano ben prima di Horizon Worlds e certamente gli sopravviveranno. Restano però fenomeni di nicchia, incapaci di soddisfare le ambizioni di Zuckerberg, che puntava verosimilmente a costruire un proprio “App Store” del metaverso, applicando commissioni a chiunque volesse partecipare all’ecosistema. In altre parole, replicare il duopolio Android‑Apple nel mobile, ma proiettato in un territorio ancora inesplorato. Dire che la scommessa non abbia funzionato è un eufemismo. Lo scorso gennaio la divisione aziendale dedicata al progetto ha registrato una perdita operativa di sei miliardi di dollari, la quale si aggiunge ai salassi passati per raggiungere la cifra stimata di 80 miliardi di dollari. Pochi giorni dopo è trapelata la notizia del licenziamento del 10% del personale del settore.
Meta, ormai, non parla quasi più del metaverso. Zuckerberg rilancia sull’intelligenza artificiale, dichiarandosi disposto a sperperare fino a 200 miliardi di dollari pur di sviluppare un prodotto capace di reggere la competizione e, magari, avvicinarsi alla cosiddetta “superintelligenza artificiale”. Parallelamente, la Big Tech sta ottenendo risultati ben più concreti con la collaborazione con EssilorLuxottica: gli smart glasses stanno conquistando gli appassionati grazie a un prezzo più accessibile e a una praticità che nessun visore VR è mai riuscito a garantire. Detto questo, anche questi occhiali non sono esenti da criticitá notevoli.
Dal punto di vista aziendale, gli smart glasses raccolgono una quantità di dati difficilmente immaginabile; dall’altro, non mancano esempi di utenti che sfruttano la possibilità di registrare video in modo discreto per attività che vanno dallo spionaggio alle molestie sessuali. Non solo. Secondo quanto riportato dal New York Times, Meta starebbe valutando di spingere ulteriormente lo sviluppo del dispositivo verso tecnologie di riconoscimento facciale, approfittando di quello che l’azienda avrebbe definito “un contesto politico dinamico, in cui molti gruppi della società civile da cui ci aspetteremmo di essere attaccati hanno investito le loro risorse in altre battaglie”. Una direzione talmente distopica da aver allarmato persino il Senato statunitense.
Il sostegno a Kiev non vacilla nelle parole, ma si incrina nei fatti. Le rassicurazioni del generale Alexus Grynkewich servono prima di tutto a contenere un rischio politico: quello che a Kiev, a Bruxelles e nelle capitali dell’Europa orientale maturi la convinzione che la guerra con l’Iran stia già divorando attenzione, risorse e munizioni destinate all’Ucraina. Dire che il sostegno militare continua è necessario. Ma il punto vero non è la continuità nominale degli aiuti. Il punto è la loro qualità, la loro intensità e soprattutto la loro priorità strategica nel momento in cui Washington si trova coinvolta su un altro teatro ad alta intensità.
Il problema, infatti, non è se l’Ucraina continuerà a ricevere armi. Il problema è quali armi riceverà, in quali tempi, in quali quantità e con quale grado di affidabilità politica. Ed è qui che la guerra mediorientale comincia a pesare. Perché i sistemi di difesa aerea, e in particolare gli intercettori Patriot, non sono beni astratti: sono risorse limitate, costose, lente da produrre e oggi richieste contemporaneamente da due fronti strategici. Da una parte l’Ucraina, che ne ha bisogno per difendere città, reti elettriche e infrastrutture critiche dagli attacchi russi. Dall’altra il Medio Oriente, dove Stati Uniti e alleati stanno consumando enormi quantità di munizioni per intercettare missili balistici e droni iraniani.
La vera novità di questa fase è proprio questa: la guerra con l’Iran ha creato una concorrenza diretta tra il fronte ucraino e il fronte del Golfo per l’accesso allo stesso tipo di armamenti ad alta tecnologia. Finché il conflitto mediorientale restava contenuto, Washington poteva sostenere Kiev senza mettere in discussione il proprio equilibrio di scorte. Ma quando gli Emirati dichiarano di aver subito migliaia di attacchi e quando Bloomberg Intelligence stima l’impiego di centinaia, se non di mille intercettori PAC-3, allora il problema non è più teorico. Diventa industriale, operativo e politico.
Sul piano militare il nodo è evidente. La difesa aerea non si improvvisa. E non basta promettere nuove produzioni se l’aumento della capacità richiederà anni. L’industria americana può triplicare gli obiettivi sulla carta, ma tra annuncio e disponibilità reale passa un tempo che la guerra non concede. Per questo i timori europei sono fondati: se Washington deve proteggere i propri assetti e quelli dei partner del Golfo, l’Ucraina rischia di essere servita per seconda, o comunque in misura inferiore al necessario.
Dal punto di vista russo, la crisi è quasi ideale. L’aumento del prezzo del petrolio rafforza le entrate energetiche di Mosca proprio mentre l’attenzione occidentale rischia di disperdersi. È il doppio dividendo geopolitico della guerra con l’Iran. Da un lato, il Cremlino beneficia di mercati energetici più tesi e redditizi. Dall’altro, può sperare che la saturazione strategica americana rallenti il flusso di armi verso Kiev e apra nuove finestre operative sul terreno.
Non è un caso che Antonio Costa e Friedrich Merz insistano sul pericolo di una distrazione occidentale. Perché la Russia non ha bisogno che l’Occidente abbandoni formalmente l’Ucraina. Le basta che il sostegno diventi più lento, più costoso, più controverso. In guerra, spesso, non decide solo la quantità degli aiuti, ma la loro regolarità. E proprio su questo terreno la nuova crisi mediorientale può produrre i danni maggiori: interruzioni, ritardi, riallocazioni, esitazioni politiche.
Le parole del generale NATO servono anche a coprire un’altra verità scomoda: il sostegno occidentale all’Ucraina continua a dipendere in modo eccessivo dalla volontà politica americana e dalla centralità dell’industria bellica statunitense. Il programma PURL ha tamponato il problema, consentendo agli europei di acquistare materiale americano per poi trasferirlo a Kiev. Ma questa soluzione conferma, più che risolvere, la dipendenza strutturale dell’Europa.
Il timore espresso da funzionari europei e atlantici è dunque fondato: se Trump decidesse di piegare ulteriormente gli accordi alle proprie priorità politiche, o se il Pentagono dovesse privilegiare in modo più netto il Medio Oriente, l’Ucraina si troverebbe esposta in una fase particolarmente delicata. Ecco perché la richiesta finlandese di un pilastro industriale europeo e ucraino non è una semplice formula burocratica. È il riconoscimento tardivo di una realtà: l’Europa non può sostenere una guerra lunga contro la Russia se resta dipendente, nei nodi decisivi, dalle scorte, dai tempi e dalle scelte di Washington.
La questione, in fondo, non è solo strategica. È anche geoeconomica. Le guerre contemporanee si combattono con i missili, ma si vincono o si perdono anche nelle catene di produzione, nella capacità di sostituzione delle perdite e nella tenuta della base industriale. Se i prezzi dei sistemi americani raddoppiano, se la produzione resta insufficiente e se ogni nuova crisi apre una gara globale per le stesse munizioni, allora il problema dell’Ucraina non è più solo ricevere aiuti, ma inserirsi in una competizione mondiale per risorse scarse.
Questo significa che il conflitto con l’Iran sta accelerando una verità che l’Europa ha troppo a lungo evitato: la difesa del continente non può poggiare soltanto sull’acquisto di sistemi americani in un mercato sotto stress. Serve una capacità produttiva autonoma, rapida, integrata e politicamente protetta. Altrimenti ogni escalation esterna, dal Golfo a Taiwan, finirà per sottrarre aria al fronte ucraino.
La NATO continua dunque a dire che il sostegno a Kiev non vacillerà. Ed è comprensibile: non può dire altro. Ma sul piano reale la guerra con l’Iran ha già modificato il contesto della guerra in Ucraina. Ha reso più costosa la difesa aerea, più incerta la pianificazione delle forniture, più esposta l’Europa alle oscillazioni delle priorità americane e più forte la posizione relativa della Russia sul piano energetico e temporale.
Il paradosso è che nessuno, formalmente, sta abbandonando Kiev. Eppure Kiev rischia di pagare ugualmente il prezzo di una guerra combattuta altrove. È il destino dei conflitti intrecciati del nostro tempo: un missile intercettato sopra il Golfo può tradursi, qualche settimana dopo, in una centrale elettrica colpita in Ucraina. Non perché la NATO abbia cambiato linea, ma perché la storia strategica non si scrive nei comunicati. Si scrive nelle scorte, nei ritmi industriali, nelle priorità nascoste e nella brutalità della scelta implicita tra un fronte e l’altro.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.lindipendente.online/2026/03/14/bruno-contrada-una-vita-tra-antimafia-accuse-e-misteri-di-stato/
Circa mezzo secolo fa, nel 1972, il meteorologo e matematico Edward Lorenz formulò una domanda che divenne l'emblema della "teoria del caos": può il battito d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas? In altre parole, piccoli cambiamenti iniziali possono produrre conseguenze imprevedibili su sistemi molto più grandi e complessi?
In un mondo interconnesso, decisioni politiche prese da poche persone - spesso facenti parte di ristretti centri di potere, tutt'altro che democratici (nel senso etimologico del termine) - generano effetti a catena che stravolgono economie, mercati energetici e società su tutto il pianeta. La globalizzazione ha reso il contesto internazionale strettamente interconnesso. L'economia si basa sulle rotte commerciali, i mercati finanziari, le catene di approvvigionamento e soprattutto i flussi energetici. Tutti parti di un unico sistema. È sufficiente che un evento (voluto o casuale) colpisca uno dei punti nevralgici di questa rete per generare conseguenze in tutto il sistema. Un esempio è il trasporto via mare. In un mondo globalizzato, la maggior parte delle merci e delle materie prime viaggiano dia mare. Anni fa una grossa nave porta container si intraversò nel canale di Suez bloccandolo e mettendo in crisi per settimane gli scambi internazionali. Le conseguenze economiche furono enormi.
Nelle scorse settimane, le tensioni politiche o militari che da anni interessano il Medio Oriente, regione da cui proviene una quota significativa del petrolio e del gas consumati nel mondo, hanno prodotto qualcosa di analogo. La decisione arbitraria e unilaterale di due personaggi politici di attaccare uno Stato sovrano (senza nessuna reale motivazione e senza l'avallo dell'Organizzazione delle Nazioni Unite) ha generato la sua reazione. La conseguenza è stata il blocco degli scambi commerciali che passano per lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo dal quale transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Il primo effetto è stata l'impennata del prezzo dell’energia. Nonostante le promesse di liberare i paesi dalla dipendenza dai combustibili fossili, questi sono ancora fondamentali. I grandi produttori di petrolio e i mercati finanziari hanno colto al balzo la possibilità di specularci. Alcuni Stati arabi hanno bloccato le forniture. Questo ha causato, quasi istantaneamente, un aumento del prezzo del petrolio. Paesi che sembrano non aver imparato nulla dal passato. Si tratta di fenomeni ben noti. Un'impennata non del tutto giustificata visto che le riserve dei singoli Stati dovrebbero consentire di rispondere a questi eventi. Nel 1979, dopo la Rivoluzione iraniana e la successiva crisi energetica, il prezzo del petrolio quadruplicò in pochi mesi, provocando inflazione, recessione e una lunga fase di instabilità economica in molti paesi industrializzati. Ora invece, la speculazione finanziaria ha prodotto un nuovo aumento del prezzo di tutti i combustibili fossili.
Il sistema economico è da sempre sensibile a queste dinamiche. Energia e trasporti sono la base di quasi tutte le attività produttive: quando il costo dell’energia aumenta, l’intera economia ne risente. L'aumento dei prezzi energetici ha conseguenze immediat: le industrie devono sostenere costi di produzione più elevati, il trasporto delle merci è più caro e la logistica internazionale rallenta (le gigantesche navi porta container devono seguire tratte lunghissime ma più sicure). Ovviamente questo ha conseguenze rilevanti sui prezzi finali di beni e servizi. Il risultato è un aumento generalizzato del costo della vita. Anche in questo caso si tratta di fenomeni ben noti agli economisti: quando i prezzi del petrolio e del gas salgono, l'inflazione tende a crescere. Questo causa un aumento del costo del denaro e del debito degli Stati più scoperti. Le conseguenze arrivano fino alla vita quotidiana delle persone. L'aumento dei costi energetici fa crescere il prezzo dei fertilizzanti, dei trasporti e della produzione agricola. Di conseguenza aumentano anche i prezzi dei generi alimentari e dei beni primari. Nei supermercati pane, pasta, carburante, tutto diventa immediatamente più caro.
Una reazione assolutamente prevedibile ad un attacco ingiustificato ed arbitrario ha creato una crisi geopolitica. Ma gli effetti economici non colpiscono tutti allo stesso modo. Come spesso accade in questi casi, sono i gruppi più vulnerabili i più colpiti: le famiglie con redditi bassi, i lavoratori precari, i pensionati e i piccoli imprenditori. Per loro, l'aumento delle bollette o ni essenziali non rappresenta semplicemente una difficoltà economica: rischia di mandare in crisi l'equilibrio familiare e, a volte, la stessa sopravvivenza. Le conseguenze sociali sono rilevanti: nel mondo, come in Italia, il numero di persone in condizioni di povertà multifunzionale MPI (come definito dall'UNDP) continua ad aumentare. Il rischio, per i governi, è dovere prevedere maggiori aiuti per le fasce più deboli della popolazione. Per farlo, non c'è altro modo che aumentare le tasse. Ovvero costringere quelli (sempre meno) che ancora possono farlo a pagarne sempre di più. Oppure indebitare i cittadini mettendo sul mercato nuovi titoli di Stato (rendendo così la gestione della cosa pubblica sempre più schiava della finanza speculativa). Alla fine le conseguenze non sono soltanto economiche: l’aumento dell’inflazione e la riduzione del potere d’acquisto può generare tensioni sociali, proteste e instabilità politica.
Tutto questo perchè? Per una decisione azzardata presa da una paio di personaggi pubblici al capo opposto del pianeta, i quali hanno deciso senza alcun rispetto non solo della sovranità nazionale degli altri Stati, ma anche delle regole di diritto internazionale che per decenni hanno consentito la convivenza quasi pacifica (in realtà, le guerre e le pressioni su altri Stati non sono mai mancate).
Il sistema geopolitico internazionale appare oggi incredibilmente fragile e interconnesso. Le economie dipendono da catene di approvvigionamento lunghe e complesse e da equilibri geopolitici instabili e imprevedibili. E la politica è controllata da pressioni e speculazioni economiche che spesso generano tensioni geopolitiche (a trarre beneficio di tutto questo sono stati un ristretto gruppo di persone e imprese che hanno beneficiato dell'aumento del prezzo del petrolio).
La globalizzazione ha reso il mondo vulnerabile ed è rischioso permettere ad un ristretto gruppo di persone di prendere decisioni militari o politiche che possono produrre effetti globali difficili da prevedere.
Proprio come nella teoria dell'effetto farfalla. Solo che, questa volta, le tempeste che si formano colpiscono i mercati, le economie nazionali e centinaia di milioni di cittadini.
*Scrittore e Chair MSNA e MS del Kiwanis. I suoi articoli sono stati pubblicati su numerosi giornali: Notizie Geopolitiche, Lo Spessore, In Terris, Scenari Economici, La Voce di New York, Giornale l’Ora e molti altri.
È anche autore di diversi libri tra i quali: “Guerra all’acqua”, “Castelli di Carta“ e altri.
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