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Il Segretario di Stato Marco Rubio ha parlato alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco rispondendo, nei fatti, al cancelliere tedesco Friedrich Merz e al suo appello a rilanciare su nuove basi l’ordine internazionale. Rubio, senza citare Merz ma rispondendo ai suoi pungoli sulla presunta incapacità americana di muoversi in solitaria in un mondo competitivo, ha sostanzialmente riadattato al secondo quarto di XXI secolo il messaggio che a inizio millennio le élite di stampo neoconservatore provarono a imporre durante le guerre mediorientali dell’amministrazione di George W. Bush tra Afghanistan e Iraq.
Ieri come allora: l’idea che il livello dello scontro non sia solo elevato oltre i termini politici, tra un “noi” che bisogna difendere a spada tratta e un “loro” minaccioso e assertivo. A cui si aggiunge un’idea sostanziale: quella di poter, con strumenti politici, militari e culturali, avviare un processo di trasfigurazione del mondo. Ai tempi si chiamavano “guerra al Terrore” o “esportazione della democrazia”. Oggi è la spinta occidentalista, una versione XXL della teoria dello scontro di civiltà.
Rubio, improvvisandosi storico, traccia un’idea dell’espansione dell’Occidente da Cristoforo Colombo in avanti e perora una missione di civiltà: tornare nuovamente a rendere tale espansione possibile. Ignorando le guerre intestine al campo del futuro Occidente, dalla Guerra dei Trent’Anni e quella dei Sette Anni al ciclo di conflitti napoleonici, Rubio ricorda che “per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente si era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo”. Ebbene, per l’ex senatore della Florida:
Nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, si stava contraendo. L’Europa era in rovina. Metà viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla di lì a poco. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale, accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e da rivolte anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire.
In questo contesto, allora come oggi, molti giunsero a credere che l’era del dominio dell’Occidente fosse giunta al termine e che il nostro futuro fosse destinato a essere una debole e pallida eco del nostro passato. Ma insieme, i nostri predecessori riconobbero che il declino era una scelta, e si rifiutarono di farla. Questo è ciò che abbiamo fatto insieme una volta, ed è ciò che il Presidente Trump e gli Stati Uniti vogliono fare di nuovo ora, insieme a voi.
L’amministrazione di Trump, dunque, come riscattatrice dell’Occidente dal declino. E Rubio indica un bersaglio in particolare, l’Europa, come fatto l’anno scorso dal vicepresidente J.D. Vance. L’anno scorso l’Europa era indicata dall’amministrazione americana come potenzialmente antidemocratica. Oggi Rubio la invita a riscoprire la sua coesione all’Occidente collettivo, perché “non vogliamo un’Europa debole. Vogliamo alleati che sappiano difendersi, orgogliosi della loro cultura e del loro retaggio”. Sembra di tornare a quando gli apprendisti stregoni neoconservatori dividevano l’Europa in una componente marziale, riferita ai Paesi dell’Est postcomunista, e in una legata a Venere, molle e non avvezza ai tempi che corrono.
Rubio, che dieci anni fa sfidava Trump alle primarie repubblicane come uomo di punta erede del movimento neoconservatore, è ora il Segretario di Stato che, nota Bloomberg, fa da ponte tra neocon e mondo Maga nel plasmare una visione del mondo imperiale adattata alla logica di Trump. L’espansionismo geopolitico e territoriale si salda con l’occidentalismo spinto, i discorsi della destra populista sul declino della civiltà che verrebbe da woke, ambientalismo, migranti e il nativismo prendono la forma della critica a un’Europa imbelle e che dovrebbe conformarsi all’Occidente a guida americana, il mondo di ieri è riletto attraverso le chiavi politiche dell’oggi per far remare tutti in un’unica direzione: evitare quel declino americano che proprio la hybris neocon ha accelerato e per cui Rubio ora incolpa tutti, fuorché i repubblicani Usa.
“Non possiamo anteporre l’ordine globale agli interessi vitali dei nostri popoli. Le istituzioni internazionali devono essere riformate, non usate contro di noi”, dice il politico conservatore, dimenticando che proprio gli Usa svuotarono sostanzialmente l’Onu nei decenni scorsi.
“Abbiamo abbracciato una visione dogmatica del libero scambio senza restrizioni, mentre altre nazioni proteggevano le loro economie e indebolivano le nostre, deindustrializzando le nostre società e cedendo il controllo delle catene di approvvigionamento critiche”, aggiunge. Peccato che fu l’America a perorare questa narrazione al resto del mondo, guidandola in prima persona su molti dossier ma guardandosi bene dal far cadere le prescrizioni che tutelavano la sua sicurezza nazionale e beandosi dell’espansione dei servizi finanziari, tributari, consulenziali americani a tutto il mondo e al trionfo dell’innovazione e dell’economia dei servizi a stelle e strisce.
“Abbiamo imposto politiche energetiche che ci impoveriscono, mentre i nostri avversari sfruttano petrolio, carbone e gas naturale come leve contro di noi”, parla Rubio, capo della diplomazia di un Paese che è il primo produttore di gas e petrolio al mondo. E da anni usa proprio con l’Europa questa leva.
In sostanza, come dice Bloomberg, Rubio sta riaggiornando il glossario neoconservatore per l’era Maga. Contribuendo a un progetto geopolitico estremamente assertivo e interventista che parte da presupposti diversi da quello dell’era Bush (all’epoca si trattava di esaltare l’egemonia americana, ora di ritardarne il declino soprattutto di fronte all’ascesa cinese) ma è accomunato dalla prospettiva di aver reso il mondo più incerto e pericoloso. Parlano chiaramente operazioni come i dazi e la riscrittura delle regole commerciali globali, gli interventi in Iran e Venezuela, le picconate al multilateralismo. Il neoconservatorismo si fa Maga, lo scontro di civiltà si fa guerra culturale mondiale, il fil rouge non cambia: un’America divisa all’interno cerca l’affermazione esterna. E rischia di doverlo fare a scapito dell’intera stabilità del pianeta.
Il nuovo processo di registrazione, che potrebbe iniziare già da quest’anno, riguarderà la cosiddetta Area C della Cisgiordania, una delle tre aree in cui il territorio venne suddiviso quando furono firmati gli Accordi di Oslo negli anni Novanta. Dell’Area C fanno parte le zone della Cisgiordania che gli accordi di Oslo assegnavano a un futuro stato palestinese, ma la cui gestione civile e militare è rimasta nelle mani di Israele. L’Area C costituisce circa il 60 per cento dell’intero territorio su cui Israele esercita un controllo e ci vivono più di 300mila palestinesi.
Concretamente significa che quando Israele avvierà la procedura di registrazione per una determinata area, chiunque avrà diritto di proprietà su quella terra dovrà presentare dei documenti che la dimostrino. Ma dopo decenni di guerra e occupazione, molti dei documenti potrebbero essere andati persi o distrutti e questo potrebbe portare a un’espropriazione di massa dei territori palestinesi.
La scorsa settimana il gabinetto di sicurezza del governo israeliano aveva già approvato una serie di misure per espandere il controllo della Cisgiordania, tra cui l’annullamento del divieto di vendita di terreni in Cisgiordania agli israeliani ebrei e la pubblicazione dei registri catastali del territorio, che finora erano documenti riservati, per rendere più facili le vendite. Il divieto di vendita di terreni a persone non musulmane risaliva al periodo in cui la zona era amministrata dalla Giordania (fra il 1948 e il 1967): finora chi non era musulmano non poteva acquistare la terra a titolo personale, ma solo tramite società private.
Il movimento non governativo israeliano Peace Now ha paragonato il processo di registrazione approvato domenica a un’enorme e drastica appropriazione indebita ai danni dei palestinesi per i quali, nelle condizioni in cui si trovano attualmente, sarà difficile dimostrare e rivendicare la loro proprietà. E questo, ha avvertito il movimento, probabilmente porterà alla dichiarazione di migliaia di metri quadrati come terra demaniale, consentendo a Israele di sviluppare nuovi insediamenti, infrastrutture e trasporti.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.ilpost.it/2026/02/16/israele-territori-cisgiordania-proprieta-statale/
Secondo alcune mail pubblicate dal Dipartimento di Giustizia USA e relative al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, suicidatosi in carcere il 10 agosto 2019, l’uomo avrebbe avuto diversi incontri con il presidente russo Vladimir Putin.
Diverse sarebbero infatti le mail che parlerebbero di incontri con lo Zar russo. A partire da una datata 11 settembre 2014, nella quale un amico di Epstein farebbe riferimento ad un appuntamento con Putin, a seguito di un viaggio programmato da Epstein in Russia.

In un’altra mail si fa esplicito riferimento ad un appuntamento fissato con il vertice del Cremlino per il 16 settembre di quello stesso anno.
In una terza mail inviata dall’imprenditore giapponese Joi Ito, questi riferirebbe ad Epstein che il co-fondatore del sito LinkedIn Reid Hoffman non avrebbe potuto raggiungerlo a Mosca in occasione dell’incontro con Putin di quel settembre 2014.
Non è dato sapere se Epstein abbia poi incontrato Putin quel fatidico 16 settembre 2014.
Se cerchiamo però di immaginare la ragione di tali incontri, non possiamo fare a meno d citare un documento dell’FBI pubblicato venerdì 30 gennaio dal Dipartimento di Giustizia e classificato come segreto. In esso Epstein sarebbe indicato da una fonte rimasta segreta quale “Wealth manager” oltre che di Putin, anche del presidente dello Zimbawe Robert Mugabe.
In un’altra mail diretta a Sergei Belyakov, nel 2015 Ministro dello Sviluppo Economico oltre che ex ufficiale dei servizi segreti russi FSB, Epstein farebbe riferimento al tentativo da parte di una ragazza russa allora trasferitasi a New York di rivelare informazioni compromettenti su alcuni importanti uomini d’affari suoi connazionali.
In totale tra gli Epstein files il nome Putin sarebbe citato in 1.056 documenti, mentre quelli che farebbero un qualche riferimento a Mosca sarebbero ben 9.629.
Riscontri molteplici vi sarebbero invece sull’incontro che Epstein avrebbe avuto con Putin nel 2008, dopo essere stato condannato per induzione alla prostituzione di un minore.
Sebbene da molte parti si sia fatto riferimento al fatto che la rete di pedofilia organizzata da Epstein fosse in realtà una mega struttura utilizzata per ricattare una serie di personalità politiche e della finanza per conto dei servizi russi, una conferma in tal senso non vi sarebbe. Malgrado ciò i servizi segreti americani avrebbero a lungo monitorato Epstein e le sue amicizie russe, mentre i loro omologhi inglesi avrebbero invece esitato grazie all’amicizia del pedofilo con il Principe Andrew Mountbatten-Windsor.
Gli esperti di intelligence statunitensi ritengono che l’ingresso di Epstein nel mondo dell’intelligence sarebbe legato all’amicizia di questi con l’editore inglese Robert Maxwell, padre dell’amica e “partner in crime” Ghislaine Maxwell.
Quest’ultima, unica sopravvissuta del terzetto, starebbe scontando una condanna a venti anni di carcere per “sex trafficking”, oltre a una serie di altri reati legati alla partecipazione alla creazione di questa rete di pedofilia assieme all’amico ed ex socio Epstein.
Secondo alcune fonti Robert Maxwell sarebbe stato un agente russo già a partire del 1970, quando avrebbe favorito la fuga di alcuni ebrei russi in Israele, con la collaborazione del Mossad.
In cambio Maxwell avrebbe riciclato il denaro dei gerarchi russi in occidente, con l’aiuto di Epstein.
In questo scambio di favori tra servizi stranieri, un posto di rilievo lo avrebbe avuto anche l’MI6, il servizio segreto di sua Maestà.
Stando alle allusioni fatte in Commissione Finanze del Senato degli Stati Uniti, al centro di queste cospicue operazioni di riciclaggio di denaro russo e non solo sarebbe la società di gestione finanziaria HBRK, diretta dal commercialista di Epstein Harry Beller, e dall’avvocato Richard Khan.
Per il Wall Street journal sia Khan che Beller avevano il potere di firma in una serie di conti legati ad Epstein, mantenendo il controllo sul suo patrimonio valutato 100 milioni di dollari. Da questi conti sarebbero transitati fiumi di denaro che sarebbero serviti a finanziare la rete internazionale di pedofili.
E’ per queste ragioni che i senatori democratici Amy Klobuchar, Sheldon Whitehouse, Richard Blumenthal e Chris Van Hollen, assieme al presidente della Commissione Ron Wyden, avrebbero scritto al procuratore generale Pam Bondi e al direttore dell’FBI Kash Patel, chiedendo di sapere perchè il Dipartimento di Giustizia non abbia mai interrogato Richard Khan e Harry Beller, assieme all’avvocato personale di Epstein, Darren Indyke, sui traffici di esseri umani orchestrati dal finanziere pedofilo.
“La presunta mancata audizione di Indyke e Khan – scrivono i senatori – solleva inquietudini sul fatto che il Dipartimento di Giustizia e l’FBI abbiano rifiutato di indagare su membri chiave della cerchia ristretta di Epstein per timore di ritorsioni da parte degli eredi di Epstein. In qualità di esecutori testamentari, Indyke e Khan sono in possesso di una serie di documenti e foto che potrebbero contenere informazioni compromettenti sul Presidente e su altre figure di potere”. (cm)
FONTE: https://meloniclaudio.wordpress.com/2026/02/03/la-lavatrice-di-epstein/
Nel Partito Repubblicano di Donald Trump, Thomas Massie è da tempo la voce fuori dal coro. Il deputato del Kentucky, ingegnere e libertario convinto, ha costruito la sua carriera su un principio semplice: fedeltà alla Costituzione, non ai leader. Oggi, con le sue ultime dichiarazioni sui file Epstein, è diventato uno degli avversari più scomodi per l’amministrazione Trump. In un’intervista rilasciata alla stampa americana, ripresa da Middle East Eye e diffusa sui social, Massie ha affermato senza giri di parole che i documenti su Jeffrey Epstein – il finanziere pedofilo morto in carcere nel 2019 per un apparente suicidio – vengono trattenuti per due motivi principali: i suoi stretti legami con i servizi segreti israeliani e americani, e l’implicazione di potenti miliardari e donatori vicini a Trump.
«I file Epstein vengono bloccati perché Jeffrey Epstein aveva stretti rapporti con l’intelligence israeliana e con quella americana», ha dichiarato il deputato conservatore. «E perché coinvolg
Eletto per la prima volta nel 2012, Massie è un libertario che si è distinto per aver votato contro le spese militari illimitate, contro gli aiuti a Israele e Ucraina, e per aver criticato l’espansione del potere esecutivo. Ha rotto più volte con con la linea “ufficiale” del partito e ora sta guidando, insieme al democratico Ro Khanna, la battaglia per il pieno rilascio dei file Epstein.
Grazie alla Epstein Files Transparency Act, da lui co-firmata, il Dipartimento di Giustizia ha dovuto rendere pubblici milioni di documenti. Ma secondo Massie, non è abbastanza. Redazioni sospette, nomi di vittime esposti per errore e identità di uomini potenti ancora coperte hanno alimentato i suoi sospetti, che ha manifestato pubblicamente in una lite, nei giorni scorsi, con l’Attorney general Pam Bondi, accusata di aver coperto nomi di personaggi influenti e potenti come Les Wexner, il magnate di Victoria’s Secret che rese ricco Jeffrey Epstein. In un’apparizione ad Abc This Week ha definito l’amministrazione Trump «l’amministrazione Epstein», accusandola di proteggere «la classe Epstein» per non imbarazzare alleati e finanziatori.
Le accuse di Massie non sono nuove. Già nei mesi scorsi aveva dichiarato di credere che Epstein fosse «probabilmente un asset dell’intelligence israeliana». Una posizione che gli è costata cara. Come abbiamo raccontato su InsideOver, Massie ha fatto parecchio arrabbiare l’establishment del partito repubblicano – Trump in testa – e i ricchi donatori Gop filo-israeliani come Miriam Adelson perché l’intransigente ingegnere del Mit che vive in una fattoria autosufficiente allevando bestiame, ha votato contro quasi tutti gli aiuti esteri, ha denunciato l’influenza del “complesso militare-industriale” e si è opposto a quelle che definisce “risoluzioni di genuflessione” che “mettono Israele su un piedistallo”. E ora accusa il finanziere-pedofilo di essere un asset di Tel Aviv.
Le primarie in Kentucky si terranno il 19 maggio nel 4° distretto congressuale e Thomas Massie – deputato uscente – dovrà affrontare una sfida interna al partito confrontandosi con l’ex Navy Seal Ed Gallrein, appoggiato da Trump e sostenuto com una campagna milionaria proprio da Miriam Adelson, famosa donatrice politica filo-israeliana e sostenitrice di Trump, affiancata dai gestori di hedge fund Paul Singer e John Paulson. Il commento di Massie? «Se perdo, ne sarà valsa la pena».ono miliardari e donatori politici che sono amici del presidente Trump». Massie ha aggiunto che c’è in corso «uno sforzo per fermare tutto questo, e credo che proveranno a bloccarlo da qualche altra parte. Ma gli si ritorcerà contro».
Nuovi sviluppi nell’inchiesta «Midas» scuotono il vertice politico di Kiev. Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio l’ex ministro dell’Energia German Galushchenko è infatti stato fermato mentre tentava di lasciare il Paese attraversando il confine in treno. A renderlo noto è stata la National Anti-Corruption Bureau of Ukraine (NABU), che coordina le indagini su un presunto sistema corruttivo radicato nel settore energetico. Galushchenko, dimessosi a novembre dopo l’emersione dello scandalo, avrebbe provato a espatriare richiamando il proprio status familiare. Gli investigatori ipotizzano un giro complessivo di tangenti da circa 100 milioni di dollari, con vantaggi personali per l’ex ministro, maturati mentre il Paese affrontava blackout legati agli attacchi russi. L’inchiesta lambisce anche ambienti vicini al presidente Volodymyr Zelensky e altri funzionari che hanno già lasciato l’incarico.
L’operazione è scattata grazie a un meccanismo di allerta preventiva: le autorità di frontiera avevano ricevuto una richiesta di segnalazione dalla NABU e dalla Procura speciale anticorruzione (SAPO), una procedura standard per chi è coinvolto in procedimenti penali. È stato così possibile bloccare il treno su cui viaggiava l’ex ministro e farlo scendere. La conferma ufficiale dell’arresto è arrivata direttamente dall’ufficio anticorruzione: «Oggi, mentre attraversava il confine di Stato, gli investigatori della Nabu hanno arrestato l’ex ministro dell’Energia nell’ambito del caso ‘Midas’. Le prime indagini sono in corso in conformità con i requisiti di legge e un ordine del tribunale». Testimonianze giornalistiche e fonti investigative hanno collegato l’operazione ai provvedimenti disposti lo scorso novembre, quando gli inquirenti effettuarono perquisizioni nelle abitazioni dell’imprenditore Timur Mindich e in uffici ministeriali, episodi che segnarono l’inizio del clamore pubblico attorno al caso. All’epoca, Volodymyr Zelensky intervenne pubblicamente per chiedere la testa dei ministri coinvolti. Galushchenko, che aveva sempre respinto le accuse, fu sollevato dall’incarico pochi giorni dopo quelle dichiarazioni.
Secondo quanto emerso lo scorso novembre dall’indagine dell’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (la NABU), durata 15 mesi, circa 100 milioni di dollari destinati a proteggere le centrali elettriche dal sabotaggio russo sarebbero stati in realtà sottratti da alcuni funzionari a partire dal 2022. La NABU ha soprannominato l’inchiesta operazione “Midas” e ha raccolto prove secondo cui i funzionari corrotti chiedevano una tangente tra il 10 e il 15 per cento ai fornitori dell’Energoatom, l’azienda statale dell’energia nucleare, in cambio della possibilità di concludere affari senza subire blocchi interni. I nastri diffusi dalla NABU affermano che circa 1,2 milioni di dollari sono andati nelle tasche di un ex vice primo ministro (Oleksiy Chernyshov), che gli indagati chiamavano “Che Guevara”.
Sebbene Zelensky abbia promesso di riorganizzare il settore energetico ucraino accogliendo con favore l’indagine dell’Agenzia anticorruzione e sostenendo le dimissioni dei ministri coinvolti, solo la scorsa estate il presidente ucraino aveva tentato di smantellare gli uffici anticorruzione della nazione (la NABU e la SAPO, la Procura speciale anticorruzione). Solo le veementi proteste popolari lo costrinsero, suo malgrado, a fare marcia indietro. Alla fine del mese, poi, Andriy Yermak – consigliere presidenziale e stretto alleato di Zelensky – si è dimesso dopo la perquisizione del suo appartamento nell’ambito della medesima inchiesta. Zelensky lo ha lodato, dichiarando però che «non ci dovrebbe essere motivo di essere distratti da nient’altro che dalla difesa dell’Ucraina». Secondo indiscrezioni, Yermak sarebbe stato in procinto di partire per gli USA per colloqui di pace con figure legate a Donald Trump, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff.
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