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Per anni e anni il caso, seppur ben noto, è stato non tanto "insabbiato" in sé ma relegato o a mera "cronaca nera da tabloid" o all'occorrenza strumentalizzato dalle opposte fazioni dell'establishment statunitense e ciò è servito per “minimizzare” e svuotare il caso dalla sua reale portata sistemica e storica
D'altronde, la "norma" era che chiunque enfatizzasse troppo che la vicenda di Epstein fosse parte di uno scandalo legato ad un sistema di relazioni che coinvolgeva ambienti influenti della finanza, dello spettacolo e dell’establishment anglo/statunitense e globale e, inoltre, avanzasse eccessivi dubbi sulla versione ufficiale della sua morte, veniva non raramente e con troppa facilità etichettato come complottista. Negli ultimi anni si è sviluppata una vera e propria "spinta inquisitrice" che, nel nome della sacrosanta lotta a fake news e cospirazionismi pericolosi, ha prodotto però un paradosso evidente.
Il fatto è che nel nobile intento di combattere la disinformazione, si è finito per soffocare il pensiero critico, delegittimando qualsiasi analisi che metta in discussione versioni ufficiali o narrazioni dominanti e il caso Epstein dimostra che questa impostazione si è rivelata intellettualmente miope e pericolosa.
Ma il punto centrale qui è un altro: non tutto ciò che viene bollato inizialmente come tale è per forza falso, così come non tutto ciò che viene presentato come “ufficiale” è completo o trasparente. La realtà è spesso più complessa, stratificata e scomoda rispetto alle versioni semplificate offerte da certo mainstream al grande pubblico e questo caso lo dimostra come non mai.
Ghislaine Maxwell ha deciso di non parlare. Se lo farà, sarà solo a un prezzo altissimo: dirà tutto quello che sa sul suo ex socio-amante Jeffrey Epstein in cambio della clemenza del presidente Usa Donald Trump. In videocollegamento dal carcere dinanzi alla commissione della Camera che indaga sullo scandalo del finanziere-pedofilo morto nel 2019 e sulla sua rete di potere e traffico sessuale, Maxwell ha deciso di non rispondere alle domande, invocando il suo diritto al silenzio previsto dal Quinto Emendamento della Costituzione statunitense.
La deposizione, tenutasi lunedì mattina dalla prigione in Texas dove Maxwell sta scontando una pena di 20 anni per il suo ruolo nello schema di traffico sessuale di Epstein, è stata condotta dalla Commissione della Camera dei Rappresentanti. Maxwell era stata citata in giudizio mesi fa, ma ha scelto di non collaborare, motivando la sua posizione attraverso il suo avvocato. Secondo quanto riportato da Politico, l’avvocato David Oscar Markus ha dichiarato all’apertura della sessione che la sua cliente è disposta a testimoniare liberamente solo in cambio di clemenza, un potere esclusivo del Presidente Donald Trump, che non ha ancora escluso la possibilità di concedere un perdono.
Nel testo preparato letto dall’avvocato, Markus ha sottolineato: «Solo lei può fornire il resoconto completo. Alcuni potrebbero non gradire ciò che sentiranno, ma la verità conta». Ha aggiunto che sia il Presidente Trump sia l’ex Presidente Bill Clinton «sono innocenti di qualsiasi illecito», e che «la signora Maxwell da sola può spiegare perché, e il pubblico ha diritto a quella spiegazione». I democratici hanno accusato Maxwell di sfruttare la deposizione come parte di una campagna per ottenere clemenza da Trump. Il presidente della Commissione, il repubblicano James Comer del Kentucky, ha commentato ai giornalisti: «Purtroppo, oggi aveva l’opportunità di rispondere a domande che ogni americano si pone – domande molto importanti per questa indagine – e ha scelto di invocare il suo diritto al Quinto Emendamento».
A proposito del rapporto tra il magnate-pedofilo e il presidente Usa Donald Trump, emerge dai documenti un clamoroso retroscena datato 2006. Come riporta Forbes, Secondo un’intervista FBI del 2019 con l’ex capo della polizia di Palm Beach, Michael Reiter – figura centrale nelle indagini iniziali su Epstein nel 2005-2006 – Trump avrebbe contattato Reiter con una telefonata nel luglio 2006, poco dopo che le accuse penali contro Epstein erano diventate di dominio pubblico. Nel corso della chiamata, Trump avrebbe espresso apprezzamento per l’operato delle forze dell’ordine, dichiarando: «Grazie al cielo lo state fermando, tutti sapevano che stava facendo queste cose».
Il documento, un rapporto FBI noto come “302”, è stato analizzato dal Miami Herald, che per primo ha riportato i dettagli, confermando l’identità di Reiter e la data della telefonata grazie a una dichiarazione diretta dell’ex capo della polizia al giornale.Trump avrebbe inoltre descritto Ghislaine Maxwell come la sua «operativa» e «malvagia», suggerendo agli investigatori di concentrarsi su di lei. Secondo il resoconto, Trump avrebbe affermato di essersi allontanato da Epstein non appena si sarebbe trovato in presenza di adolescenti , e che «le persone a New York sapevano che Epstein era disgustoso».
Il rapporto tra Trump e Epstein risale agli anni ’80, con foto e testimonianze di eventi condivisi, inclusa la partecipazione di entrambi – insieme a Ghislaine Maxwell – all’anniversario della Ford Modeling Agency nel 1997 a New York. Il rapporto di amicizia si sarebbe deteriorato nei primi anni 2000, culminando nel divieto imposto a Epstein di accedere a Mar-a-Lago nel 2007, secondo fonti del club, a causa di presunti tentativi di reclutamento di giovani donne nella spa.
L’ultima ondata di documenti resa pubblica negli Stati Uniti ha rimesso al centro del dibattito il nome di Jack Lang. La linea difensiva è semplice: rapporti personali sì, consapevolezza dei crimini no. Ma la questione, per la politica e per l’opinione pubblica, è un’altra: quando una rete di relazioni di alto livello funziona per presentazioni e “garanzie” informali, l’assenza di verifiche diventa un’abitudine. E l’abitudine, col tempo, si trasforma in sistema.
Il punto sensibile non è l’incontro occasionale, ma l’intreccio tra reputazione e operazioni economiche. La vicenda che coinvolge la figlia, con la creazione di una struttura societaria fuori dal perimetro ordinario, mostra un meccanismo ricorrente nelle élite: la cultura come passaggio d’ingresso e il capitale come collante.
Qui l’arte non è un dettaglio decorativo. È un settore in cui il valore è difficile da misurare con criteri univoci e dove la circolazione del patrimonio può diventare opaca. In termini geoeconomici, l’arte è spesso un veicolo: collega prestigio, mobilità del denaro e vantaggi fiscali. Per questo un finanziatore non entra solo come investitore, ma come benefattore, costruendo gratitudine e dipendenza simbolica.
Nella ricostruzione, il passaggio più rivelatore è la trattativa su un riad a Marrakech, con un prezzo accompagnato da un richiamo a canali fuori territorio. Non è automaticamente prova di reati. Ma fotografa una mentalità: quando l’interlocutore appare “presentabile”, scattano procedure parallele, considerate normali in certi ambienti.
E c’è un secondo livello: Marrakech non è solo una destinazione. È un nodo in cui immobiliare di lusso, turismo, intermediazioni e zone grigie possono intrecciarsi. È nelle piazze “intermedie”, vicine all’Europa ma non pienamente dentro le sue regole, che spesso si incontrano interessi e protezioni.
Qui la dimensione strategica non riguarda eserciti e armamenti, ma un concetto tipico della sicurezza nazionale: la permeabilità. Uno Stato può avere leggi e controlli, eppure restare esposto se i suoi punti di prestigio cioé fondazioni, istituti culturali, grandi eventi, reti di mecenatismo, funzionano come corsie preferenziali di accesso.
Il riferimento all’Institut du monde arabe, di cui Lang è presidente, rende tutto più delicato: un’istituzione culturale è anche una piattaforma di relazioni internazionali, quindi un crocevia di reti, reputazioni e accessi.
Il caso illumina un tratto dell’Occidente contemporaneo: il potere come miscela di capitale, relazione e immagine. In questa miscela, il “benefattore” può diventare un vettore di influenza, perché apre porte, crea dipendenze, distribuisce riconoscimenti. Quando quel perno cade, trascina con sé non solo singole persone, ma pezzi di credibilità istituzionale.
Ed è qui che la vicenda assume una dimensione politica: l’opinione pubblica vede ricomparire sempre gli stessi meccanismi di autoassoluzione (“non sapevo”, “non immaginavo”) e finisce per interpretarli come un riflesso di impunità sociale, anche quando i tribunali non hanno ancora stabilito responsabilità.
Sul piano economico l’effetto immediato è spesso il danno reputazionale: dimissioni, incarichi congelati, partner che si sfilano, progetti sospesi. Per organizzazioni e istituzioni, la reputazione è un capitale: quando perde valore, la conseguenza è concreta.
Secondo scenario: stretta regolatoria. Vicende del genere spingono verso controlli più rigidi su fondazioni, flussi finanziari legati all’arte, strutture societarie estere e obblighi di dichiarazione. Ma la storia insegna che chi ha risorse e consulenti si adatta presto; chi non le ha paga di più.
Dire “non lo sapevo” può avere un peso umano, talvolta anche giudiziario. Ma non risolve il nodo politico. La domanda vera non è solo chi fosse a conoscenza dei crimini di Jeffrey Epstein. La domanda è perché un ambiente di potere abbia considerato normale intrecciare rapporti, canali economici e circuiti culturali con un uomo la cui funzione sociale era comprare accesso.
La frattura, in fondo, è tra legalità formale e responsabilità pubblica. E ogni volta che riemerge, ricorda che il problema non è solo l’atto individuale: è l’ecosistema che rende possibili prossimità pericolose e poi le ripulisce con formule di comodo.
FONTE: https://www.notiziegeopolitiche.net/usa-lang-ed-epstein-il-prezzo-della-rispettabilita/
Sono cinque le persone fermate e portate in Questura dopo gli scontri avvenuti ieri pomeriggio a Milano, durante la manifestazione contro i Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026 e la presenza dell’agenzia ICE. Il corteo, inizialmente pacifico, è partito da piazzale Medaglie d’Oro per poi attraversare diversi quartieri della città. Intorno alle 18 però, in zona Corvetto, alcuni manifestanti incappucciati e dotati di caschi, si sono staccati con l’intento di raggiungere la tangenziale est. Dal gruppo sono partiti lanci di fumogeni e petardi contro le forze dell’ordine che hanno risposto con l’utilizzo degli idranti e gas lacrimogeni. Scene di guerriglia urbana che hanno fatto il giro del mondo, riprese dai tanti giornalisti stranieri che erano a Milano per seguire i Giochi e contestate fortemente dalla premier Giorgia Meloni.
“Migliaia e migliaia di italiani in queste ore lavorano perché tutto funzioni durante le Olimpiadi. Tantissimi lo fanno da volontari, perché vogliono che la loro Nazione faccia bella figura, che sia ammirata e rispettata. Poi ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano ‘contro le Olimpiadi’, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”, scrive sui social la Presidente del Consiglio. “Solidarietà, ancora una volta, alle Forze dell’ordine, alla città di Milano, e a tutti coloro che vedranno il loro lavoro vanificato da queste bande di delinquenti”, conclude la premier.
“Non sono pericolosi delinquenti quelli che hanno tagliati i cavi per non far partire i treni ed hanno manifestato con violenza contro le Olimpiadi. No. É il Governo piuttosto che vuole cercare il pretesto per…? Per cosa? Per poter evitare che i gentili ragazzi che manifestavano a Torino la loro libertà, cercando di accarezzare con un ‘martelletto’ un pericoloso omaccione vestito con una divisa, siano messi in libertà dopo 3 giorni in tempo magari per essere a Milano a fare le stesse cose? Per poter evitare che i servitori dello Stato siano presi a calci un giorno dai manifestanti e poi dallo stato (scritto in minuscolo apposta) stesso nelle settimane successive? Per dare più mezzi a chi difende cittadini, leggi, democrazia, rispetto a chi vuole abbatterla? Perché non riusciamo ad essere compatti almeno quando é giusto esserlo, nel condannare dei delinquenti violenti e nel difendere la legalità? Perché persino un ex capo della Polizia cerca di polemizzare? Tra l’altro dimenticando la sua stessa cultura politica, che é uguale alla mia, e la sua stessa storia perché ricordo benissimo la ‘circolare Gabrielli’ il giorno successivo i fatti di Piazza San Carlo, giustamente durissima. Perché non è possibile essere comunità quando sarebbe doveroso esserlo? Chi si comporta come ieri a Milano o la settimana scorsa a Torino non lo fa contro il Governo pro tempore, lo fa contro lo Stato, la Repubblica, l’Italia. Tollerarlo significa indebolire l’Italia non la Meloni”. Lo scrive su X il ministro della Difesa Guido Crosetto.
FONTE:
AgoraVox Italia