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Da oggi avrò un motivo in più per sostenere il Manchester City di Pep Guardiola. L’allenatore catalano (è di Santpedor, un piccolo paese a un’ora di auto da Barcellona) avrebbe potuto godersi la notorietà, i milioni e i risultati della sua squadra. Invece, dopo averlo già fatto all’Università di Manchester quando gli hanno conferito la laurea honoris causa, Guardiola è tornato a “esporsi” in favore della Palestina e di Gaza, a Barcellona, durante un concerto benefico.
Lo ha fatto con parole semplici e sentite. «Ci presentiamo davanti al mondo per dimostrare che, naturalmente, siamo dalla parte dei più deboli, che in questo caso è la Palestina – ha detto Guardiola -. Ma questa è una dichiarazione per la Palestina e per tutte le cause. E’ una dichiarazione per l’umanità».
«Abbiamo lasciato soli i bambini di Gaza – ha continuato il mister del City, avvolto in una kefiah-. Li abbiamo abbandonati, trascurati. Immagino sempre che dicano: “Dove siete? Venite ad aiutarci”. E fino ad ora non lo abbiamo fatto. Forse perché chi detiene il potere è codardo, perché fondamentalmente manda giovani innocenti a uccidere persone innocenti. Questo è ciò che fanno i codardi. Perché loro stanno nelle loro case, con il riscaldamento quando fa freddo e l’aria condizionata quando fa caldo. Dobbiamo fare un passo avanti».
Le squadre di Pep Guardiola fanno molti gol e giocano anche bene. Anzi, proprio perché giocano bene. E perché hanno ottimi giocatori. Ma questa volta il merito è tutto dell’allenatore.
«Il tragico conflitto a Gaza, con le enormi sofferenze subite da tanti innocenti, ha fatto riesplodere un antisemitismo che prima sembrava sopito». Lo ha detto oggi, 27 gennaio, Giorno della Memoria, la senatrice a vita Liliana Segre.
Tragico conflitto? Senatrice, lei che è sopravvissuta ad Auschwitz, dove ha perso suo padre e i suoi nonni, vittime del nazismo assassino e genocida, che certamente non ingaggiò un «tragico conflitto» con gli ebrei, ma li perseguitò, li scovò, li deportò e li sterminò, lei oggi per i 70 mila morti di Gaza parla di «tragico conflitto»? Dov’è questo «conflitto» a Gaza? A Gaza c’è solo la tragedia. Di un esercito regolare, quello israeliano, che ha raso al suolo una terra e sta scacciando e sterminando un popolo di persone inermi. L’aggressione israeliana (sionista) ai palestinesi non è diversa, proprio tecnicamente, dall’aggressione nazista agli ebrei. Perché, senatrice Segre, fa fatica a riconoscerlo?
Sempre nello stesso incontro di oggi, 27 gennaio, Giorno della Memoria, la senatrice Segre ha detto: «Mi chiedono se si può parlare di Gaza nel Giorno della Memoria. Rispondo che certamente se ne può parlare. Ma non si può usare Gaza “contro” il Giorno della Memoria, tentare di oscurarlo; non si può accettare che diventi occasione di una vendetta sulle vittime di allora».
Gaza per oscurare la Shoah? Gaza per vendicarsi delle vittime di allora? Al contrario, senatrice Segre. Gaza serve a illuminare la Shoah, a tenerla in vita nella memoria di tutti. Gaza non è un’occasione per vendicarsi delle vittime di allora, ma è l’occasione per difendere e rendere giustizia alle vittime di oggi. Perché, senatrice Segre, fa fatica a guardare le cose da “quest’altra” parte?
Senatrice Segre, le regalo queste parole del poeta palestinese Mahmud Darwish, scomparso nel 2008, che lei certamente conoscerà. Forse le ha dimenticate, o ha preferito ignorarle.
«Non dimenticare le stragi naziste è dovere di tutti, non soltanto degli ebrei. Tutti quelli che hanno una coscienza, tutti gli amici della libertà condividono le vittime del nazismo… e nessuno, nemmeno nessun arabo, qualsiasi livello di antagonismo arabo-israeliano si sia raggiunto, ha il diritto di simpatizzare con il nemico del proprio nemico, perché il nazismo è nemico di tutti i popoli. E questa è una cosa. Però Israele esagera nello sfogare i suoi rancori su un altro popolo. E questa è un’altra cosa. Perché il crimine non si riscatta con il crimine. […] Gli israeliani si vantano di fronte al mondo di essere i primi profughi ed esiliati della storia dell’umanità, però questi detentori del senso dell’esilio sono completamente incapaci di comprendere che anche altri, oltre a loro, possano possedere lo stesso senso. Non è crudele affermare che il comportamento dei sionisti contro il popolo palestinese è paragonabile alle pratiche naziste applicate contro gli stessi ebrei».

Un colono israeliano in Cisgiordania fa inginocchiare due carabinieri italiani e li tiene sotto il tiro di un mitra. Un colono, cioè uno di quegli psicopatici che ritengono di poter occupare con le armi una terra che non è la loro e scacciare e uccidere i palestinesi che la abitano da tremila anni.
Il governo italiano, e le “opposizioni”, cosa fanno? Si costernano, si indignano, si impegnano e… gettano la spugna con gran dignità. Riconoscano lo Stato di Palestina, decidano sanzioni contro Israele (altro che contro la Russia), prendano esempio dal premier del Canada, Mark Carney. Già, ma siamo l’Italia, questa è l’Italia: una mignotta. Senza offesa per le prostitute.
Depravazione. Deriva dal latino, e in italiano significa «guastato moralmente». «La depravazione di tutto questo è indescrivibile», ha detto Irina Vaynerman, uno degli avvocati che difendono le vittime dell’Ice, l’Agenzia anti-immigrazione americana, che ormai arresta anche bambini di due anni, spara in faccia alla gente inerme e uccide chiunque, siano bianchi americani che protestano o immigrati incensurati richiedenti asilo.
In questo delirio di depravazione, la Casa Bianca si è pure lamentata che la media di 1.300 arresti al giorno è troppo bassa, poiché l’aspettativa del governo era di 3.000 arresti giornalieri. Per questa ragione, accanto ai miliziani dell’Ice, e a sceglierne i nuovi capi, il governo statunitense ha chiamato il capo della Polizia di frontiera, Greg Bovino, il cui feroce «curriculum» è una garanzia. Costui è di origini italiane, calabresi per la precisione, e sembra il colonnello Lockjaw, un altro soggetto da manuale di psicologia criminale, interpretato da Sean Penn nel film Una battaglia dopo l’altra, di Paul Thomas Anderson.
L’Italia, che non si fa mai mancare niente, avrà il privilegio di accogliere i ceffi di questa nuova Gestapo come miliziani per la «sicurezza» alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Il consiglio è: state lontano dalle Olimpiadi, guardatele in tv, se vi preme la pelle. La speranza invece è che il capo del Governo, Giorgina Meloni, che il latino non lo ha mai studiato ma non ha perso l’occasione per spiegarci in tv che «deterrenza» deriva dal latino, adesso si faccia erudire anche su «depravazione», e ne spieghi non solo l’etimologia, ma anche il ributtante senso di marciume morale.

«Cos’è la patria? Custodire la tua memoria, questo è la patria. Le parole sono le materie prime per costruire una casa. Le parole sono una patria». Così Mahmud Darwish, palestinese, nella sua Trilogia palestinese. Scomparso nel 2008, Darwish, che secondo José Saramago è «il più grande poeta del mondo», è il poeta imprescindibile se si parla di patria negata e di esilio forzato. Cioè, della tragedia di essere scacciati dalla propria terra (l’esilio) e della condizione umana in cui non solo non si sa più di chi si è figli (il pater, la patria), ma si dubita della propria stessa esistenza, perché, scrive Darwish, «chi è nato in un Paese che non esiste, a sua volta non esiste».
Tuttavia, per il figlio che custodisca la memoria della patria, sarà sempre possibile tracciare la linea che lo riconduca al padre. E se c’è un padre, a maggior ragione deve esserci anche una madre, la quale, a differenza del padre, è sempre certa ed è sempre una sola.
La patria, dunque, ma anche la matria. Anzi, la patria che è al tempo stesso matria, così come «Dio è papà, e più ancora è madre», secondo le indimenticate parole pronunciate da Papa Giovanni Paolo I – Albino Luciani, il Papa dei trentatré giorni – durante l’Angelus del 10 settembre 1978.
Matria non è un neologismo femminista del XXI secolo per controbilanciare il patriottismo nazionalista, militarista e guerrafondaio del XX, ma è la fusione delle parole madre e patria, che all’inizio del Novecento Miguel de Unamuno usò per indicare la sua terra d’origine, i Paesi Baschi, Bilbao, dove sentiva di avere le sue radici profonde, i ricordi d’infanzia, i luoghi familiari, la lingua materna. «Non è una sottigliezza linguistica sostenere che patrie e fratellanza universale non potrebbero prosperare senza matrie e sorellanza», scriveva Unamuno. Il discorso vale per tutti. Sia per la Palestina di Darwish, riconosciuta come Stato, a quanto pare, invano, da 158 Paesi membri dell’Onu; sia per i Paesi Baschi di Unamuno, che dopo quarant’anni di lotta armata dell’Eta per la indipendenza basca oggi sono una comunità autonoma della Spagna; sia per il Kurdistan, una regione di «soli» quattrocentomila chilometri quadrati distribuita tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, in cui vivono circa quaranta milioni di curdi.
Un figlio di questo popolo senza Stato, che è il quarto gruppo «etnico» del Medio Oriente, il poeta curdo siriano Hisam Jamil Allawi, 45 anni, di Aleppo, ha scritto Matria. La madre e la patria (Infinito edizioni), una raccolta di poesie vibranti, delicate, potenti, commoventi. Poesie che sono intime e anche pubbliche, e dunque inevitabilmente politiche, poiché i curdi, come i palestinesi, sono o massacrati, o esiliati in casa, o profughi, o in diaspora. In loro nome si incaricano di parlare sempre «gli altri», mentre a loro non è quasi mai consentito di parlare in nome proprio, perché a loro nessuno chiede chi sono, cosa vogliono, come si sentono, e se per caso hanno diritto o no anche loro alla famosa «autodeterminazione dei popoli». Eppure, sono proprio «quei» curdi – di volta in volta vittime sacrificali di turchi, irakeni, iraniani, siriani -, che più valorosamente di tutti si sono battuti contro l’Isis, e che adesso in Siria si ritrovano sotto il tallone del nuovo ras di Damasco, un ex capo di Al-Qaeda ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca. E sono sempre quegli stessi curdi, che, come Hisam Allawi, non possono nemmeno utilizzare la propria lingua madre, bandita dallo spazio pubblico, per poetare e financo parlare, e devono farlo in arabo, la lingua dei loro oppressori, o in italiano, se trovano, com’è successo a Hisam Allawi, una seconda patria che li accoglie.
«La patria prima di essere una terra/ è una donna che trasforma l’assenza in presenza/ e la presenza in una preghiera/ che si sussurra solo nel silenzio del cuore», scrive Allawi nella introduzione, in versi, alle sue belle poesie. Nelle quali, come un’ombra sinistra, si aggira sempre lo spettro della guerra, che c’è anche quando non c’è, e che il poeta cerca di scacciare con una fiducia nel futuro nonostante tutto, come nella poesia La guerra finirà: «Patria mia, siamo stanchi di essere/ Una cifra senza identità/ Una città che porta con dolore il nome di un’altra/ Una piazza che appende forche per i suoi amanti». Versi che riproducono chiaramente l’eco di quella «poesia totale, aperta, polifonica, in cui – dice Darwish – puoi portare anche il reportage e parlare del prezzo delle mele».
Non è soltanto il figlio Hisam Allawi a rivolgersi alla sua matria-patria. È anche lei che parla a lui, dichiarandogli il suo amore, reclamandolo accanto a sé. Nella poesia Mio cuore glielo dice così: «Anima mia… ritorna/ Io sono la tua patria e tu sei l’esule sui sentieri del tempo/ Io sono ciò che resta della tua felicità/ Torna nel mio cuore, tu che sei il mio cuore».
Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 23/1/2026
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