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La differenza calcistica tra Bosnia e Italia è già negli stadi. La Bosnia si è qualificata ai Mondiali giocando sul campo. L’Italia del calcio marcio invece gioca per lo più nei Palazzi. Ai Mondiali del 2026 in Usa-Messico-Canada andrà meritatamente la Bosnia, che ha giocato nello stadio “Bilino Polje” di Zenica, a un’ora da Sarajevo, una struttura derisa e snobbata dal calcio marcio miliardario perché “vecchia” e “inadeguata”, addirittura “horror”.
L’Italia, che invece ai Mondiali non andrà meritatamente, la prima cosa a cui pensa, ovunque, è “il nuovo stadio”. Sia che una città ne abbia uno, o due, o più, ci vuole sempre “un nuovo stadio”.
Come a Milano, per il Meazza-San Siro. Dove l’(ex) assessore alla Rigenerazione Urbana (nientedimeno, pensate un po’ che delega pomposa), tale Tancredi Giancarlo, spifferava e concordava dietro le quinte con i referenti dell’Inter e del Milan le caratteristiche del nuovo stadio: tutto in privato, insomma, con tanti saluti alla imparziale procedura pubblica. “Aumm aumm”, come si dice a Napoli, e ormai in tutti i Comuni, le Regioni e i ministeri d’Italia nei quali il canale sotterraneo che collega istituzioni pubbliche e interessi privati è una enorme fogna, che fa marcire tutto.
Così, mentre l’inutile nuovo stadio da costruire a Milano è già un monumento al Calcio Marcio, il vecchio stadio bosniaco di Zenica resta un monumento al Calcio Vero, cioè a quella specie di miscela di caffè che ci piace tanto perché profuma di cuore, fisico, tecnica e “cazzimma”, nei giocatori e anche nel pubblico, e che Figc-Coni-ministero per lo Sport (pfff) non sanno nemmeno cos’è.
«La lingua è parte della proprietà, della natura, dell’eredità, della patria dell’uomo… Come la luce rende visibile il mondo e la sua immagine, così la lingua lo rende comprensibile nell’intimo…»
(Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi)
C’è un’isola slava nel cuore meridionale d’Italia, con una storia antica e il vocabolario contemporaneo: Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice. Qui comincia un vaiggio de «la Lettura» tra alcune minoranze linguistiche, quelle ufficiali e altre più ufficiose

Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice (Campobasso)
«Na našu», cioè la nostra. Sottinteso, la lingua. Non c’è bisogno di specificare che si tratta della lingua croata, o serbocroata. Basta dire «na našu», la nostra. Il «dialetto» parlato nel triangolo dei tre paesi molisani di Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice del Molise (che si chiamava San Felice Slavo e il fascismo rinominò San Felice del Littorio), non è né molisano, né un altro dialetto dell’Italia meridionale, ma è la lingua croata, trasmessa per tradizione orale di generazione in generazione sin dalla fine del XV secolo, quando tra le colline del Molise interno ripararono i croati in fuga dagli Ottomani.
La minuscola isola slava in cui ancora oggi si parla croato è composta dai 538 abitanti di Acquaviva Collecroce (Vodaživa Kruč, o soltanto Kruč), dai 284 di Montemitro (Mundimitar) e dai 523 di San Felice del Molise (Filić). Milletrecentoquarantacinque persone che parlano il «croato molisano», una lingua che salvo poche varianti è quella che si parla nella Repubblica di Croazia, tanto è vero che quando dall’altra parte dell’Adriatico giungono qui in visita delegazioni ufficiali croate o turisti, essi si intendono subito e bene con gli autoctoni.
In realtà, in quest’area al confine con l’Abruzzo ricompresa tra i fiumi Trigno e Biferno, ancora fino alla metà del secolo scorso si parlava «na našu», oltre che nei tre comuni citati, anche a Tavenna, Mafalda, Palata, San Biase, Montelongo, Castelmauro, San Giacomo degli Schiavoni. In tutto, circa ventitremila parlanti. Poi, a causa del vertiginoso decremento demografico del Molise, che con i suoi 287 mila abitanti distribuiti in 136 comuni è anche la regione italiana con il più alto tasso di spopolamento, il numero degli abitanti che parlano croato molisano si è progressivamente ridotto. Fino all’attuale «riserva indiana» di milletrecentoquarantacinque persone. L’unicità, e quindi la preziosità, di questa «riserva» è dovuta a due ragioni: la prima è che i paesi di lingua croata sono paesi di fondazione, nascono cioè come vere e proprie colonie slave (compresa Acquaviva Collecroce, che pur esistita nello stesso posto già nel XIII secolo, era stata distrutta e poi venne ripopolata dai profughi serbocroati); la seconda è che la minoranza di lingua croata del Molise è forse la sola al mondo che non viva in una zona di confine.
Insediamenti slavi in Italia ve ne sono stati anche prima di quelli molisani del XV secolo. Soprattutto a Venezia, Padova, Vicenza e in Friuli-Venezia Giulia, ma anche lungo l’intera costa adriatica, da Ancona a Recanati a Vasto, e dal Gargano e Siponto a Giovinazzo, a Brindisi, e fino all’estremità della Penisola, a Otranto. Ma come ha spiegato il grande slavista Milan Rešetar nel suo saggio Le colonie serbocroate nell’Italia meridionale, pubblicato in tedesco a Vienna nel 1911 dall’Accademia Imperiale delle Scienze, «erano serbocroati, che, anche a Venezia, si fermavano per poco o molto tempo, ma comunque transitoriamente, senza stabilire la loro dimora permanente e senza portare con sé le loro famiglie dalla madrepatria… si trattò di una popolazione serbocroata fluttuante che non fondò nessuna colonia nel senso proprio della parola». I croati approdati in Molise, invece, vi giunsero con uno scopo preciso, lavorare e stabilirsi definitivamente nella nuova patria. Fuggivano sì dai Turchi, ma non attraversarono il mare senza sapere dove andare. Al contrario, una volta sbarcati su quest’altra sponda dell’Adriatico trovarono chi li aspettava e li condusse dove poi si sarebbero fermati per sempre.
Il terribile terremoto del 1456 e l’epidemia di peste che ne seguì provocarono una grave penuria di mano d’opera, indispensabile alla ricostruzione dei villaggi e alla coltivazione dei campi. Così, il clero e i proprietari terrieri, probabilmente attraverso i Cavalieri dell’Ordine di Malta insediatisi qui tempo prima come signori feudali, fecero in modo di reclutare quanti più croati possibile tra quelli in fuga dai Turchi. Le popolazioni locali, che non distinguevano tra greci, albanesi e slavi, ignoravano tutto di questa gente e definirono i nuovi arrivati sommariamente «slavi» o, in dialetto, e spregiativamente, «schiavune». Di loro, sapevano soltanto, scrive Milan Rešetar, che «come tutti gli schiavoni sono persone robuste e da fatica». E quindi li ritennero perfetti per la ricostruzione post-terremoto e post-epidemia.
Ma quanti erano e da dove arrivarono, esattamente, i coloni croati del Molise? È ancora lo studio linguistico di Rešetar a dirlo: erano 3.100 e provenivano «dalla fascia costiera tra la montagna Velebit e la valle del fiume Narenta, territorio appartenuto al Regno di Bosnia fino al 1463, quando cadde sotto il dominio turco», costringendo alla fuga i nostri croati molisani.
La montagna Velebit si trova a nord di Zara ed è in Croazia. E anche il delta del fiume Narenta, a sud, ricade in Croazia. Ma il fiume nasce in Bosnia ed Erzegovina e la attraversa tutta, passando anche per la città di Mostar, il cui meraviglioso Ponte Vecchio di pietra fu distrutto durante la guerra nella ex Jugoslavia nel 1993 (è stato ricostruito nel 2004) proprio dalle bombe dei croato-bosniaci, per colpire un simbolo di convivenza interreligiosa costruito dai musulmani. In altre parole, i nostri croati sbarcati in Molise, pur se di religione cattolica, erano anche un po’ bosniaci. Un po’ e un po, come tutto ciò che riguarda la ex Jugoslavia e i Balcani.
«Se è per questo, io sono anche albanese per parte di madre e ho due passaporti, l’italiano e il croato – dice sorridendo Pasqualino Sabella, laureatosi in Lingua e letteratura croata a Zagabria e, fino a quando in questa isoletta slava c’erano bambini, insegnante di croato come seconda lingua -. Mia moglie invece appartiene alla minoranza croata ungherese e ha i passaporti italiano e ungherese. Mentre i miei due figli, di passaporti, ne hanno tre, italiano, croato e ungherese». Sabella tiene in piedi lo Sportello linguistico, che è anche Caffè letterario e cura una serie di pubblicazioni bilingue, tra le quali le poesie e i racconti di Nicola Gliosca, molto amato dai croati molisani, e Pinokj, traduzione in croato con testo italiano a fronte de Le avventure di Pinocchio. Mentre Antonella D’Antuono, che è la rappresentante dei croati molisani presso la Repubblica di Croazia, e ovviamente ha la doppia cittadinanza italiana e croata, per far capire come si diventi, dice, «minoranza della minoranza», fa l’esempio del suo cognome: «Eravamo Ntonić, e col Fascismo siamo diventati D’Antuono… Ma l’assimilazione forzata non funziona e non funzionerà mai, io a parlare la mia lingua non posso rinunciare». D’Antuono-Ntonić si dà un gran da fare tra le due sponde dell’Adriatico affinché gli 85 mila euro annui che la Croazia stanzia per i progetti a sostegno della minoranza croata si traducano in iniziative culturali efficaci. L’Italia, cioè il ministero della Cultura attraverso la Regione, destina invece al medesimo scopo 83 mila euro all’anno.
Il punto vero però non sono i soldi, che sono sempre pochi, ma i bambini, che sono pochissimi. A Montemitro l’ultimo è nato dieci anni fa e l’avvenimento è stato celebrato anche in tv come un fatto eccezionale. E ad Acquaviva Collecroce la scuola «Nicola Neri», molto bella, completamente ristrutturata e attrezzata, è chiusa, muta, vuota. Gli otto scolari del paese vanno a lezione nella vicina Castelmauro e nessuno sa cosa farne di quell’edificio. Sarebbe un delitto abbandonarlo alla malora. I più giovani però se ne vanno. Persino a Malta a fare i camerieri, ma per 2.500 euro al mese, soldi che qui con lo stesso lavoro non guadagnerebbero mai. Sia che parlino croato, sia che parlino italiano. O entrambe le lingue.
Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 29/3/2026
Il sardo, il friulano e altri tredici. Gli idiomi storici tutelati dalle leggi
Multilinguismo e plurilinguismo sono spesso usati come sinonimi. In realtà, il primo termine indica la coesistenza di lingue diverse nella stessa area geografica. Mentre il secondo si riferisce alla capacità di una persona di parlare altre lingue oltre alla lingua madre (quindi anche i dialetti). I due fenomeni però possono incrociarsi al di là dell’area geografica. Per esempio, quando in una scuola, in un ambiente di lavoro o in una emittente televisiva si tengano lezioni o programmi in più lingue.
Per quanto riguarda l’italiano e il plurilinguismo italiano, le norme di riferimento sono l’articolo 6 della Costituzione («La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche») e la legge 482 del 1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche. Legge che all’articolo 1 («La lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano») in qualche modo «rimedia» all’assenza in Costituzione della esplicita menzione dell’italiano come lingua ufficiale dell’Italia.
Con la lingua croata parlata in Molise «la Lettura» comincia un viaggio tra le minoranze linguistiche in Italia, quelle ufficiali, alcune che potremmo definire ufficiose, e altra semplicemente ignorate. In base alla legge 482 le minoranze linguistiche storiche sono dodici: albanese, catalano, germanico, greco, sloveno, croato, francese, franco-provenzale, friulano, ladino, occitano e sardo. In realtà, sarebbero tredici con il tabarchino, parlato a Carloforte (Sud Sardegna), e quindici con il gallurese e il sassarese, tutte riconosciute come meritevoli di tutela dalla legge regionale 22 del 2018 della Regione Sardegna («Disciplina della politica linguistica regionale»). Tra le minoranze linguistiche storiche tutelate non compare, poiché le manca il requisito della «territorialità», la lingua di Rom e Sinti, che tuttavia esiste. Così come non c’è il galloitalico del Sud, parlato in alcune aree della Sicilia e della Basilicata, che non ha finora ottenuto il riconoscimento ufficiale.
«La questione è grossa», scriveva Pierpaolo Pasolini nel 1951, in un fulminante articolo su «Mondo Operaio». È falso, sosteneva il poeta, che il dialetto minacci la lingua chiamata «italiano», non solo scritta ma anche parlata. «Bisogna stare attenti, però – concludeva Pasolini -, perché il confronto (tutto positivo per il dialetto) vale quasi unicamente per il parlato, anche perché, infine, la lingua nazionale non è parlata da nessuno: se non per convenzione e approssimazione. Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà: il giornalista che parla in italiano allude genericamente a una realtà sempre insicura. Per l’uso scritto è diverso…». (c.v.)

Quante madri (e padri) la pensano così sui propri figli, e tuttavia, anche per loro, quei coglioni che hanno messo al mondo sono PUR sempre i loro figli? Pensate a chi volete, fate una lista tutta vostra, personale: in politica, di governo e di opposizione; nelle professioni, nello sport e nel giornalismo; nell’economia e nella finanza, e anche nella religione, tra preti monache pastori imam rabbini e pope. Insomma, per non piangere, divertitevi a scoprire chi è, secondo voi, un coglione persino per la propria madre.

Locri, Polistena, Gioia Tauro, Melito Porto Salvo (Reggio Calabria)
Tutto, ma questo le mancava. La Calabria credeva di essere in Italia, al centro del Mediterraneo. Invece ha scoperto di trovarsi in America Latina, nel Mar del Caraibi. Lo ha appreso dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e dal segretario di Stato, Marco Antonio Rubio, figlio di cubani. Gli Usa, impegnati a stringere sempre di più il cappio al collo di Cuba, dopo settant’anni di embarghi e sanzioni, hanno dichiarato guerra anche ai medici cubani nel mondo. E quindi anche ai 321 medici che lavorano nella regione simbolo del disastro della Sanità pubblica italiana, la Calabria. Dove, ci dice il presidente della giunta regionale, Roberto Occhiuto, «mosso da disperazione, nel 2022 ho utilizzato le norme sull’emergenza Covid per reclutare 321 medici cubani, anche se in realtà ne occorrerebbero almeno mille».
L’incaricato
La settimana scorsa, però, in Calabria è arrivato l’incaricato di Affari statunitense per Cuba, Michael Hammer. Non per una visita di cortesia, ma per chiedere a Occhiuto di mandar via i medici cubani. Che costoro siano considerati tra i più preparati al mondo e prestino la loro opera nei Paesi più poveri, o siano stati gli unici ad aver fabbricato autarchicamente un vaccino antiCovid, per l’amministrazione degli Stati Uniti è irrilevante. Chi si avvale dell’opera dei medici cubani, se vuol rimanere amico degli Usa, deve cacciarli.
Gli argomenti degli Usa finora devono essere stati convincenti. Uno dopo l’altro, Paraguay, Guyana, Bahamas, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda, Santa Lucia e, da ultimo, Guatemala e Honduras hanno interrotto i programmi di cooperazione sanitaria con Cuba e hanno rispedito a casa tutti i medici che avevano assunto. Trump e Rubio, in veste di sindacalisti, sostengono che Cuba sfrutti i propri medici all’estero, poiché trattiene i due terzi del loro stipendio. Soldi, dicono, che aiutano il regime cubano a sopravvivere. Mentre, aggiungono in veste di filantropi, sarebbe più giusto che quei medici tornino a Cuba, dove la gente soffre (già, ma per colpa di chi?) e ha tanto bisogno di loro.
Ma la Calabria? Qui, dal 2010, hanno chiuso 18 ospedali. Il debito per la voce Sanità accumulato fino al 2020 è stato di 860 milioni di euro. La Corte dei conti, un mese fa, ha detto che nel 2024 il disavanzo è peggiorato e si è attestato a 118,5 milioni. Sempre per il solo 2024, la spesa per curare altrove i residenti in Calabria è stata di ben 305 milioni di euro. Mentre la Sanità calabrese è commissariata ininterrottamente dal 2009, e il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che il 30 settembre scorso in Calabria aveva promesso la fine di questa agonia, non ha mantenuto la parola. Cinque mesi dopo, c’è ancora il commissario. È lo stesso presidente della giunta regionale, commissario dal 2021. «Io sono pronto a lasciare. I conti ora lo consentono. Ma il provvedimento spetta al governo», dice Occhiuto.
Il presidente
E mister Hammer? Occhiuto ostenta tranquillità. «Ogni volta – rivela -, la prima domanda che ogni nuovo ambasciatore americano in Italia mi rivolge è sui medici cubani. Era così anche sotto Biden. Con Trump, lo è di più». Sì, ma lei a Hammer cosa ha risposto? «Gli ho detto che la nostra bussola è la salute dei calabresi – sottolinea Occhiuto-. Se i medici di cui abbiamo bisogno ce li dà l’amministrazione americana, o ci aiuta a trovarli, magari potremmo anche non prendere i cubani. Ma se questi vanno via, qui si chiude».
Non sappiamo come l’abbia presa mister Hammer, e se anche in Calabria gli Usa si muoveranno come nei Caraibi. Ma sappiamo qual è l’umore dei calabresi. Nero. Negli ospedali, più o meno fatiscenti, che abbiamo visitato tra l’Aspromonte, la Costa Viola e la Costa dei Gelsomini – a Locri, a Polistena, a Gioia Tauro, a Melito Porto Salvo -, non abbiamo trovato una sola persona o un solo paziente, giovane o vecchio, donna o uomo, che non benedisse la professionalità, l’umanità e l’umiltà dei medici cubani e al tempo stesso non maledisse lo stato comatoso della Sanità calabrese e la «richiesta di espulsione» dall’Italia dei medici cubani voluta dagli Usa.
«Se vanno via i cubani, i nostri ospedali chiudono». Lo dicono tutti. Ma coloro che lo sanno meglio di tutti, e lo spiegano senza indorare la pillola, sono proprio i medici calabresi. Quelli rimasti qui, naturalmente, perché gli altri hanno fatto le valigie e sono emigrati al Nord o all’estero.
E allora, ecco l’avvocato Pino Mammoliti, di Locri, presidente del Tribunale dei diritti del Malato e del Cittadino, sensibilizzare la gente attraverso dirette web sulle falle, le magagne e i magheggi della Sanità calabrese. Come l’ultima proposta di legge regionale che destina ben 4 milioni di euro allo «scouting» per trovare i medici mancanti, quando sarebbe sufficiente un avviso pubblico o, ancor meglio, se davvero si vuol continuare la positiva esperienza con i medici cubani, stipulare altri accordi con la stessa Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, l’Agenzia cubana che ha mandato i medici in Calabria. Ed ecco Marisa Valensise, di Polistena, che con il Comitato Tutela della Salute organizza sit-in, raccoglie migliaia di firme a difesa dei medici cubani, invia esposti al Prefetto, alla procura e al presidente-commissario per scuoterlo circa la sua promessa non mantenuta di destinare 33 milioni di euro alla ristrutturazione dell’ospedale di Polistena.
Le voci
Ed ecco infine anche loro, i medici di Cuba. In patria, sono 8,4 ogni mille abitanti, contro i 2,6 degli Stati Uniti (e forse qui scatta l’invidia). Nella Calabria caraibica, dove sono diventati il bersaglio dei gringos, ce ne sono 30 a Locri, 22 a Polistena, 12 a Gioia Tauro e 10 a Melito Porto Salvo. Due di loro si sono sposati qui con donne calabresi. Uno, Domingo Marquez Camayd, è docente all’Università de L’Avana. Tutti sono specializzati: cardiologi, ortopedici, anestesisti, urologi, chirurghi, angiologi, radiologi. Nessuno ha l’atteggiamento da piccolo barone di tanti loro colleghi italici. «Non concepiamo la medicina e la salute come un’azienda o un mestiere per far soldi – dice Lisandra Cobas Suarez, 38 anni, rianimatore -. Da noi fai il medico se hai passione e attitudine». Lisandra è medico dal 2011 e ha lavorato in Venezuela, in Brasile nelle comunità indigene dell’Amazzonia e in Kuwait. «L’Italia per me era un sogno, e qui mi trovo benissimo. Ma non capisco come mai a Cuba, Paese povero del Terzo Mondo, negli ospedali abbiamo tutto, anche reparti come la neurochirurgia, mentre qui, mi dispiace dirlo, abbiamo trovato arretratezza e disorganizzazione». Harold Dawkins Tellez, anche lui 38 anni e una robusta esperienza tra Venezuela, Bolivia e Azerbaigian, è di Guantanamo. «Quando siamo arrivati – racconta Harold, al Pronto soccorso -, in tanti dicevano: cosa possiamo aspettarci da medici del Terzo Mondo? Poi ci hanno ricoperto di affetto e gratitudine, e ora ci considerano indispensabili».
Un paziente arrivato a Locri da San Luca, trenta chilometri di strada stretta, dissestata e piena di buche, chiede a un ortopedico cubano: «Ma è vero che andate via?». Il medico lo rassicura: «Il nostro contratto dovrebbe scadere a dicembre del 2027». L’uomo però insiste: «Se vi mandano via, qua succede la rivoluzione». L’ortopedico sorride. Si chiama Eurys Guevara. E se Trump e Rubio lo confondessero con «l’altro» Guevara?
Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 8/3/2026
Ecco perché Maradona è stato e sarà sempre il più grande. Più grande di Pelé e più grande di Messi. Non solo per la caratura tecnica, ma perché mai, mai e poi mai Maradona si sarebbe inchinato a Trump come ha fatto Messi, dopo che la sua squadra ha vinto il campionato nordamericano, o ai padroni della Fifa come ha fatto Pelè. Per Maradona, gente come Havelange, Blatter, e oggi Infantino, sono i capimafia della mafia del calcio, e glielo diceva in mondovisione. E poi li irrideva, segnando anche di mano (de Dios) e persino di deretano.
Certo, si fece del male con la cocaina, a Napoli, dove il popolo lo amò e tutt’ora lo ama più di san Gennaro, mentre l’amicizia con qualche vile camorrista che non ebbe rispetto per quel Michelangelo del calcio lo portò a perdersi.
«Ma pensa che giocatore sarei stato se non avessi preso la cocaina», disse una volta Diego con un sorriso autoironico e autocommiseratorio al regista Emir Kusturica, che lo intervistava ipnotizzato. Messi no. Per compiacere il compagno di merende del pedofilo Epstein al comando (per ora) della Casa Bianca, il nano fuoriclasse Messi si è volentieri trasformato in uno dei sette nanetti di Biancaneve, quelli di gesso piazzati nei giardini trash, o à la trump, che è lo stesso, dei pezzenti arricchiti. Maradona no. Ai vari Trump, lui li avrebbe eduardianamente spernacchiati con un sombrero seguito da un tunnel. Diego, come Messi e Pelè, non era alto. Ma rispetto a loro era e resta un gigante. Perché era un altro hombre.
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