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«Gli Stati Uniti non vogliono mandare i loro figli e figlie a combattere per Israele. Nessuno vuole combattere per Israele».
Queste parole le ha dette l’ex marine Brian McGinnis, che, in divisa, è andato a protestare durante una udienza della sottocommissione per le Forze armate del Senato degli Stati Uniti. Brian McGinnis è stato brutalmente trascinato fuori dall’aula dai soliti energumeni della «sicurezza» armati fino ai denti, che gli hanno anche rotto un braccio, aiutati da un altro energumeno, il senatore repubblicano del Montana, Tim Sheehy, membro della sottocommissione, che ha di proposito lasciato il suo posto per rendersi utile come buttafuori.
Brian McGinnis alla fine è stato arrestato con l’accusa di aver aggredito, lui, i gorilla della «sicurezza». Ma le immagini, riprese dai cellulari di diverse persone presenti, hanno fatto il giro del mondo e hanno mostrato che a protestare contro quest’altra guerra sporca degli Usa non sono più soltanto i giovani, gli studenti, come negli anni Sessanta per il Vietnam. Adesso si ribella anche un ex marine. Il quale non è solo. Militari come lui, che la pensano come lui, ce ne sono tanti, in tutti gli Stati dell’Unione.
Quella frase, «gli Stati Uniti non vogliono mandare i loro figli e figlie a combattere per Israele. Nessuno vuole combattere per Israele», è già una bandiera. A stelle e strisce, e non solo.

Renzi Matteo, sì quello che da sindaco di Firenze diventò presidente del Consiglio per volere dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non perde mai occasione di esibire la sua doppiezza, e quindi il suo opportunismo (in toscano volgare: i cazzi suoi). Persino nei momenti più drammatici, egli “distingue”. Per esempio, su Donald Trump, la prima metà di questo clown toscano dice: «Io contesto il Trump dei dazi, dell’Ice, delle fake news, dell’insider trading e della bullizzazione dell’Europa». La seconda metà aggiunge: «Ma se mi parlano di diritto internazionale per difendere un massacratore di ragazzi per bene, mi indigno. il Trump che fa fuori Maduro e Khamenei per me va ringraziato».
Non una parola sulle 165 bambine della scuola di Minab uccise dalle bombe israeloamericane e sulle reazioni e ripercussioni che questo attacco all’Iran avrà in termini di vite umane. Ma solo un «grazie a Trump», che «fa fuori» i cattivi «Maduro e Khamenei».
Siamo però certi che se qualcuno, per errore diciamo, dovesse «far fuori» il suo amico saudita Bin Salman – quello che ha fatto «far fuori» il giornalista saudita dissidente Jamil Kashoggi, poi tagliato a fette con una motosega -, il clown toscano verserebbe lacrime amare. Dove lo troverebbe infatti un altro che lo paghi milioni di dollari, come ha fatto con lui il pio Bin Salman per quattro stronzate servili definite “conferenza” pronunciate dal clown a casa dello stesso pio Bin Salman?
Mentre il mondo è in fiamme, Guido Crosetto da Cuneo, ministro della Difesa italiano, detto Shrek per mole e bellezza, va e viene da Dubai e non si capisce bene perché. La moglie? I figli? Le vacanze? Una festa di matrimonio? Gli “incontri istituzionali”? Tutto insieme? Di sicuro non per le puttane – escort o influencer che chiamar si vogliano -, di cui Dubai è piena, ma che dopotutto si trovano ovunque. Quindi Crosetto a Dubai, perché?
Il Crosetto piemunteis è manager e imprenditore, non dimentichiamolo. Era presidente di “Aiad” (federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), che fa parte di Confindustria. Nel 2020, poi, è stato nominato presidente del cda della società “Orizzonte sistemi navali”, controllata da Fincantieri e Leonardo. E insieme alla moglie e al figlio aveva anche aperto una società di consulenza, che dice di aver messo in liquidazione, sempre in questo magnifico settore.
Magari, chissà, visto che nessuno degli alleati lo aveva avvisato della imminente aggressione israeloamericana all’Iran, Crosetto era da quelle parti solo per curare un po’ di cazzi suoi, con discrezione, convinto che nessuno se ne accorgesse.
Gli incontri / A casa di Domenico Marafioti (1925-2011). L’ultima intervista del giurista, 15 anni fa, due mesi prima della sua scomparsa. Sulla “giustizia” siamo ancora all’anno zero.

Garantisti o giustizialisti? Flaubert li avrebbe messi nello «Sciocchezzaio».
Giurista, avvocato, poeta, amico di Pannella e Sciascia, ha alle spalle tante battaglie, e come unico faro l’uso della ragione: “Oggi ci siamo dimenticati che anche Borsellino e Falcone erano per la separazione delle carriere. Amare la Costituzione significa metterla in pratica. Chi giudica o accusa deve essere eletto. Giudici e pm vanno separati come a Londra. E il Csm nominato per sorteggio”
Nel film “Una storia semplice”, di Emidio Greco, tratto dal racconto omonimo di Leonardo Sciascia, un grandissimo Gian Maria Volontè, professore in pensione, viene convocato come testimone dal procuratore della Repubblica, suo ex alunno. Dice il magistrato: «Lei, nei componimenti di italiano mi assegnava sempre un tre, perché copiavo… Poi, una volta, mi ha dato un cinque. Perché»? E il professore: «Perché quella volta aveva copiato da un autore più intelligente». Il procuratore replica: «Eh già, ero piuttosto debole in italiano… Ma come vede non è stato un gran guaio. Adesso sono qui: procuratore della Repubblica». Il professore Volontè lo guarda beffardo e gli dice: «Vede, l’italiano non è l’I-ta-lia-no… L’italiano è il ragionare!». Poi, lo accoppa definitivamente: «Con meno italiano, lei sarebbe ancora più in alto».
Questo dialogo sciasciano è la migliore introduzione per capire chi è e cosa pensa Domenico Marafioti, giurista, avvocato, poeta, che a 86 anni non si è stancato di stare sempre dalla parte del torto anche quando, cioè spesso, ha ragione. Per esempio, sul punctum dolens dell’ ultimo ventennio italiano, la giustizia, un tema che ha lacerato il Paese e, dice Marafioti, «viene ancora trattato secondo una contrapposizione artificiosa e strumentale, quella tra garantisti e giustizialisti: cosa vuol dire? Fosse ancora vivo Gustave Flaubert, questa perla sarebbe finita nel suo Sciocchezzaio». Marafioti è stato grande amico di Ugo La Malfa e Randolfo Pacciardi e ha condiviso tutte le battaglie per i diritti civili e la «giustizia giusta» con Mauro Mellini, Marco Pannella, Giorgio Bassani, Alfredo Biondi. Ma i suoi più grandi punti di riferimento, i «fari» che non ha mai perso di vista anche nei momenti più bui del «ragionare», continuano a essere uno scrittore, Leonardo Sciascia; due giuristi, Arturo Carlo Jemolo e Piero Calamandrei, e un giurista-scrittore, Salvatore Satta. Con questi numi tutelari l’italiano, il «ragionare», è salvo. Ma il diritto? Ciò che comunemente chiamiamo «giustizia»? Così come la religione è un argomento troppo serio per essere lasciato in mano ai soli preti, anche la giustizia non può essere lasciata nelle mani dei soli giudici. Anzi, magistrati: poiché una cosa sono, o dovrebbero essere, i pubblici ministeri, un’ altra cosa sono i giudici. Da questa distinzione, non da quella fasulla garantisti-giustizialisti, dice Marafioti, bisogna partire. Perché la madre di tutte le battaglie riformatrici è la separazione e l’ equilibrio dei poteri secondo l’insegnamento di Montesquieu e Tocqueville, non la sovrapposizione quasi fisica di un potere sull’altro e l’egemonia su tutti del potere giudiziario. «Quelli sempre pronti a gridare all’ attentato all’ indipendenza della magistratura appena si parla di separazione delle carriere tra giudici e pm – dice Marafioti – non sanno, o fingono di non sapere, che il magistrato “pendolare” tra funzioni giudicanti e inquirenti, reclutato per concorso, è il magistrato del modello burocratico fascista, disegnato così dalla legge Mussolini-Grandi del 1941».
Oggi, troppo facilmente si dimentica e si omette di dire che anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano per la separazione delle carriere. E che la VII disposizione transitoria della Costituzione prevede una riforma organica dell’ordinamento giudiziario che non c’è mai stata. «Giudici e pm – sostiene Marafioti con la serenità di chi dice una ovvietà – non devono essere più reclutati per concorso, ma eletti, come avviene negli Stati Uniti, e l’obbligatorietà dell’azione penale, che è un simulacro, dovrebbe essere abolita, assieme a quella figura spuria che è il “concorso esterno” nei reati, altrimenti di questo passo, ma ci siamo già, andiamo dritti verso il colpo di Stato, strisciante, silenzioso, effettuato con la tecnica del dominio di cui scriveva Malaparte nel 1931, più che con l’abuso o l’eccesso di potere. Attraverso una gramsciana conquista delle “casematte” il partito giudiziario oggi è egemone. E se c’è egemonia vuol dire che non c’è equilibrio tra i poteri».
Sono trent’anni che Marafioti ripete queste cose, dai tempi in cui le andava elaborando durante le conversazioni con Sciascia, «a Racalmuto e qui a Roma, quando ci fermavamo a chiacchierare in piazza San Silvestro e ci dicevamo che la giustizia è un bene primario, come il mangiare e il bere, non il trastullo di chi ha la pancia piena».
Oggi Marafioti non si compiace d’ avere ragione, anzi sembra quasi dispiaciuto di essere stato un «anticipatore» di problemi che sono esplosi come egli aveva previsto e che considera «giunti a un punto di non ritorno, risolvibili solo con interventi radicali, pena la metastasi». Il Consiglio superiore della magistratura, dice Marafioti per fare un esempio tra i più significativi, è uno dei più sensibili punti critici. È difficile negare che ormai non è altro che un «parlamentino» che ha mutuato tutti i vizi e le negatività della politica, «un sinedrio di clan e correnti da riformare al più presto, scegliendone i membri per sorteggio come nel Duecento si faceva a Venezia per i Dogi». E tuttavia, la forza di attrazione gravitazionale corporativa riesce a tenere saldamente avvinghiate tra loro destra, sinistra e centro, togati e non. Poco importa se poi dal 1989, data di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, «è un continuo cammino controriformista, che ha di fatto annacquato il processo accusatorio e lo ha riportato ai suoi momenti di gloria inquisitori», o se si è arrivati a quella che Marafioti definisce «atmosfera gogoliana» (il riferimento letterario preciso non gli manca mai), e cioè l’invasività dell’azione dei magistrati «che decidono persino sul calendario delle partite di calcio o sui palinsesti televisivi», o la loro ubiqua presenza, mentre sono in aspettativa e senza dimettersi dall’ordine giudiziario, «per cooptazione in governi “tecnici” e in commissioni parlamentari, oppure, per elezione, in Parlamento e nei consigli regionali e comunali, o ancora, come sindaci e assessori, facendosi eleggere proprio nei luoghi in cui hanno amministrato e torneranno ad amministrare giustizia».
Naturalmente, Marafioti non può dimenticare il tradimento del referendum del 1987 – promosso da radicali, socialisti e liberali -, in cui quasi 21 milioni di italiani, l’ottanta per cento dei votanti, si pronunciarono a favore della responsabilità civile dei magistrati e per l’abrogazione del sistema elettorale del Csm, un sistema più «blindato» di qualunque legge elettorale bulgara o sovietica. «Già allora – dice Marafioti – era chiaro il “primato” della funzione giudiziaria e la “delega” di indirizzo politico ai gruppi egemoni della magistratura. Ma oggi quel “primato” è spaventoso, perché con il tempo, assieme all’inerzia e alla viltà del ceto politico è cresciuta la sua già dilagante corruzione, ragion per cui la classe politica tace, lascia fare, subisce, si adegua». E la Costituzione, non bisogna intervenire sulla Carta affinché tutto non cambi gattopardescamente? «Non vedo lo scandalo – dice Marafioti -. Il miglior modo di amare la Costituzione è rispettarla e metterla in pratica, non mummificarla, o considerarla un feticcio. Così come un feticcio è la ricorrente invocazione della “unità della magistratura”: in Inghilterra, a Londra, gli uffici della pubblica accusa sono separati da quelli della magistratura giudicante persino fisicamente: stanno a New Scotland Yard, dove sta la polizia. E la pubblica accusa lì non è certo impotente e sotto il giogo del potere esecutivo».
Mezzo secolo di battaglie così, quelle di Domenico Marafioti, comprese le più difficili e impopolari, sulla disumanità delle carceri e sull’uso e l’abuso dei «pentiti». Mezzo secolo di un «ragionare» affidato a mille processi, decine di saggi e chissà quanti versi. Tutto inutile? «Il senso dell’utile e dell’inutile è estraneo a Dio e ai bambini; esso è l’elemento diabolico della vita». Questa volta non è Marafioti, ma Salvatore Satta, ne “Il giorno del giudizio”.
Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 25 settembre 2011
«1. Supponente, 2. prepotente, 3. arrogante, 4. offensivo, 5. ridicolo». Queste annotazioni della buonanima di Silvio Berlusconi su Giorgina Meloni sono ormai famose. Ma calzano a pennello anche per tale Paolo Petrecca, prima direttore di Rai News 24 e poi di Rai Sport, che ha fatto sganasciare dalle risate chiunque lo abbia ascoltato commentare la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
Questo Petrecca, che nell’occasione ha esibito tutta la sua ignoranza, è un protetto/lottizzato/nominato dalla medesima Giorgina, sicuramente dopo una valutazione da parte del ministero del Merito. Nel senso che “merita” tutti gli aggettivi vergati da Berlusconi, soprattutto il numero 3, arrogante (con una faccia da cazzo unica Petrecca avrebbe pure detto: «Non potete farmi niente, io ho le spalle coperte»), e il numero 5, ridicolo (non si contano le pernacchie che il Petrecca ha collezionato su tutti i giornali e i siti web).
Però, ugualmente egli ibi manet optime, là resta benissimo. Perché? Perché chi adesso fa la faccia feroce per cacciare questo incompetente, in passato ha piazzato i petrecchi suoi, incompetenti come lui. Sempre dopo valutazione del ministero del Merito, si capisce.
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