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 Home page > Attualità > Cultura > Willy e la sospirata fabbrica che produce ogni cosa

Willy e la sospirata fabbrica che produce ogni cosa

La scritta ACME, che appare in molti cartoni, in particolar modo quelli Looney Tunes, ed alcuni film d’oltreoceano, ha recentemente attirato la mia attenzione. È la marca di prodotti o industrie specializzati nei complicati marchingegni usati da personaggi del calibro di Willy il Coyote durante i suoi spasmodici inseguimenti alle varie prede, per antonomasia lo struzzo Bip-Bip.
 
Sembra che questa sigla sia l’acronimo di American Company Making Everything o, secondo altri, A Company that Makes Everything, o ancora Another Company Making Everything. Insomma un industria generica che produce tutto. Per inciso la parola acme in inglese ha lo stesso significato che nella lingua italiana: culmine, punto culminante.
 
Ho da sempre provato stupore per i prodotti ACME, sono ingegnosi, pratici, a volte ingombranti, ma di estrema versatilità. Sono pronti all’uso, si vendono comodamente per corrispondenza. Sarebbe bello poter avere, in questo modo, tutto ciò che è utile al momento, averlo a portata di mano grazie a questa fantastica industria.
 
Tutto, anche nei rapporti personali. Perché no?
Non è certamente notizia di oggi il fatto che le relazioni di pronto consumo interessino anche i rapporti tra le persone. Una società di consumatori sempre più insoddisfatti. Ciò che conta, infatti, è l’enfasi con la quale i prodotti vengono presentati, al di là della loro reale funzionalità e utilità.
 
Un’acme per me, e per molte persone, resta davvero una tentazione. Come l’utilizzo di oggetti generici, ma magicamente singolarizzati, al momento dell’utilizzo, da Willy il Coyote. Si potrebbe immaginare un universo di individui generici e sostituibili. Che anche quando dichiarati insostituibili, sono sostituibili proprio perché si tratta di uno dei tanti insostituibili prodotti in serie.
 
A ben guardare, il consumo attuale riguarda però più che la soddisfazione di desideri l’evocazione sempre maggiore dei desideri stessi. Così questi rischiano di restare eternamente inappagati. Si desidera un altro o un’altra talmente evocato o evocata (ed in quanto tale altamente generico o generica) da restare insoddisfatti dell’altro o dell’altra reale. Come si desidera un corpo (proprio o altrui) talmente desiderabile da non poter competere con qualsiasi corpo reale, anche perché nella realtà il fattore tempo non concede sconti. I ritocchi e la chirurgia estetica sono a loro volta un regalo avvelenato. Da una parte, questi, ci fanno rendere conto della realtà del nostro aspetto e dall’altro ci mettono di fronte ad un sostanziale e drammatico vorrei ma non posso, stigmatizzato anche dalle imperfezioni e dall’elevata innaturalezza dei risultati delle tecniche attuali.
 
Il consumo ossessivo- compulsivo di esseri, oltre che di oggetti, ripropone uno dei temi cardine dell’identità, l’eterno conflitto tra un altro generico e la costante ricerca di una specificità, del sentirsi singoli ed insostituibili.
 
Se il disagio, quando non si tratta dell’emergere di vere e proprie patologie, relazionale sta diventando la vera pandemia negli ultimi decenni, un motivo ci deve pur essere. Ci sarà pure qualche motivazione se gli stessi psicologi, spesso, sono costretti ad ammettere di non avere il vaccino adatto ed a rimettere la questione ad altri specialisti del ramo neurologico o psichiatrico.
 
Un recente libro della psicologa e psicoterapeuta Gianna Schelotto, mette in luce un fenomeno di cui spesso non si parla che me emerge, poi, nel segreto delle consultazioni o pubblicamente nell’anonimato dei forum. Un uomo purché sia, mette in evidenza proprio questa ricerca spasmodica di un uomo qualunque sia ed a qualsiasi costo e della conseguente insoddisfazione relazionale per molte donne.
In ultimo. In un articolo apparso sul The New Yorker Magazine, qualche anno or sono, si dà notizia che uno dei maggiori utilizzatori dei prodotti ACME, il più volte citato Willy il Coyote, ha intentato un opening statement, cioè una richiesta al tribunale, per essere rimborsato per il cattivo funzionamento dei prodotti acquistati da questa fabbrica. Tra le motivazioni addotte dall’attore, nei confronti del convenuto in giudizio, risulta proprio la mancata indicazione, nelle istruzioni di fabbrica, della elevata pericolosità del prodotto.
 
Bibliogafia minima:
Zygmunt Bauman, Vita Liquida, Laterza, 2006
Gianna Schelotto, Un uomo purché sia. Donne in attesa dell’amore, Mondadori, 2009

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