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"La passione di Shéhérazade": speranze e timori della donna araba dopo la rivoluzione dei gelsomini

Un colloquio con la sociologa tunisina Traki Zannad Bouchrara.

Un lungo rapporto d’amicizia mi lega con la sociologa tunisina Traki Zannad Bouchrara e alla sua famiglia. Un rapporto nato grazie ad un suo libro, "La Ville Mémoire", acquistato molti anni fa a Parigi e che attirò subito la mia attenzione per l’impronta innovativa delle sue argomentazioni e degli scenari nel campo della sociologia della memoria. I recenti profondi cambiamenti rivoluzionari nel suo paese ed i conseguenti, imprevisti e contrastati esiti politici della cosiddetta rivoluzione dei gelsomini, mi hanno portato ad una rilettura della sua produzione scientifica. In particolare di un altro suo libro, La Passion di Shéhérazade, ed alla conseguente decisione d’intraprenderne la traduzione in italiano.

Pubblicato nel 2005, La Passion de Shéhérazade è una sorta di saggio che rivisita alcuni racconti del celebre Le Mille e una Notte, per analizzare, con gli occhi e gli strumenti delle scienziata sociale, gli aspetti della vita quotidiana delle donne arabe. Traki Zannad Bouchrara, ne coglie le istanze di emancipazione ed il ruolo per nulla marginale nella storia di alcuni paesi nordafricani. Il suo lavoro è un impegno in prima persona per uscire dallo stereotipo occidentale, intriso di orientalismo stantio, di una Shéhérazade vista solo come semplice cortigiana.

I racconti delle Mille e una Notte, narrano la storia del sultano Shahryar. Questi tradito dalla moglie la fa uccidere, poi, per evitare di essere di nuovo tradito decide di prendere come mogli delle ragazze che farà uccidere il giorno successivo alle nozze. Shéhérazade si propone come sposa volendosi sostituire alla sorella e così salvarla da una sicura morte. Ogni sera, però, Shéhérazade inizia a raccontare a Shahryar una storia fantastica che terminerà solo l’indomani. Il sultano incantato da quei racconti posticiperà ogni volta l’esecuzione, fino a renderle definitivamente salva la vita.

Traki, ne La Passion de Shéhérazade, hai rivisitato questo personaggio che appartiene all’immaginario del mondo arabo-mussulmano. Tu sei una sociologa laureata e formata in Francia ma molto vicina alla tua terra perché insegni e lavori all’Università di Tunisi, la tua Shéhérazade è totalmente differente dall’immagine che ne abbiamo noi come occidentali.

Per me Shéhérazade è una militante delle vita, una donna che crea e costruisce il quotidiano grazie al suo coraggio e alla sua perseveranza. In questo libro ho voluto rendere omaggio a tutte quelle donne che ho incontrato durante le mie ricerche sul campo nel mio paese, in particolar modo la donna delle campagne, la donna delle steppe del sud, quella che io ho definito la Penelope delle steppe. La stessa donna che è stata descritta nel lavoro che ho pubblicato, con il sociologo italiano Gianfranco Pecchinenda, sulla memoria collettiva delle donne del mediterraneo nell’emigrazione. Dislocate nelle grandi periferie dei quartieri magrebini, sono le donne dei quartieri poveri, sono le Shéhérazade per una notte o per tutta la vita, quelle che creano la loro libertà giorno dopo giorno.

Ma che ruolo ha oggi Shéhérazade, questa donna tenace e, al fine, vincente che tu hai così ben descritto? Che ruolo possono giocare oggi queste donne tunisine, in quanto attori sociali volontari?

Il fenomeno che ha interessato la Tunisia, a partire dal 14 gennaio 2011, è una vera rivoluzione spontanea. Partita da Sidi Bouzid, ha successivamente coinvolto tutto il paese in nome della libertà e delle dignità umana. Finalmente questa “memoria del sud”, una memoria da tempo congelata, che, per anni, ha conosciuto l’indifferenza del potere centrale, le umiliazioni, la disoccupazione, la povertà, questa memoria è finalmente esplosa in nome di un progetto sociale, per una vita migliore ed una vera giustizia. Oggi effettivamente noi dobbiamo molto a questi giovani tunisine e tunisini per la riuscita di questa rivoluzione, nessuno ha il diritto di rubare loro questo progetto, di soffocare le loro attese e le loro speranze. Purtroppo, in questi giorni, vi e in Tunisia un sentimento generale di una grande delusione. É soprattutto legato alla paura di essere stati ostaggio di un progetto religioso che non ha risposto a tutte le aspirazioni sognate dai giovani. Le mosse degli islamisti oggi al governo sono state imprevedibili e inattese. Ma la società civile si sta organizzando e si prepara ad una risposta.

E le donne?

Le donne del mio paese hanno da tempo in mente un progetto di società. Io vorrei semplicemente dire che quando la Tunisia divenne indipendente nel 1956, il primo presidente delle repubblica Habib Bourguiba, aiutato dalle élite progressiste sia laiche che religiose, elaborò un codice dei diritti delle persona che rivoluzionò profondamente tutte le istituzioni arcaiche che ancora sopravvivevano. Abolì definitivamente la poligamia, il ripudio, la tutela del marito, il matrimonio delle ragazze minorenni, ecc.. Questo portò all’introduzione dell’istruzione obbligatoria anche per le ragazze, al diritto alla salute, in poche parole, alla piena eguaglianza tra sessi. In particolare, l’indipendenza economica delle donne divenne un possibilità concreta. A partire da quella data, due generazioni hanno beneficiato e vissuto questa vera emancipazione, e le militanti di oggi, fiere di questa eredità sono sempre più numerose , alzano la voce e si esprimono liberamente. Appartengono a tutte le età, a tutte e formazioni politiche religiose e laiche, a tutte le classi sociali. Io penso sempre di più che sono, e saranno, loro la migliore difesa dei diritti acquisiti. Queste donne devono essere incoraggiate e sostenute perché temiamo per la nostra identità e la nostra cultura tunisina.

Nel tuo libro tu dici che l’islam è una religione dell’amore, il sottotitolo è appunto "aimer en Islam". Vi è poi una parte dell’opera che appare chiaramente autobiografica..

L’islam è una religione dell’amore, portatrice di una cultura dell’amore. Come sociologa ho più volte insistito sulla nozione di legame sociale, ho molto lavorato sulla nozione di affetto. L’amore, in quanto legame sociale, è un valore universale. Ho supportato, nel libro, questa affermazione anche accennando alla mia esperienza personale. Tra i racconti che ho scelto delle Mille e una Notte, ci sono proprio quelli che mettono in rilievo l’importanza dell’amore e della passione. Shéhérazad è un attore culturale mosso dalla libertà e dall’amore. Ma la nozione di passione introduce anche quella di sofferenza: Shéhérazade paga un prezzo per acquisire la libertà ed un suo ruolo nella società. Le donne arabe oggi sono portatrici di questi valori culturali e combattono per vivere e sopravvivere. Ho voluto anche rendere omaggio a tutte quelle donne che ho incontrato nelle mie ricerche sul campo. Quelle berbere del villaggio di Chenini, a cui ho dedicato un lungo articolo pubblicato qualche anno fa. Queste donne vivono, giorno dopo giorno, mosse dalla rabbia e da un’incontenibile sete di giustizia. In un altro articolo, ho invece narrato del mio incontro con le donne dell’oasi di Chebika, nel sud della Tunisia. Quelle donne devono molto alle riforme progressiste di Bourguiba che hanno permesso alle loro figlie di ottenere l’indipendenza economica grazie all’istruzione. Oggi la strada tracciata, a caro prezzo, da queste moderne Shéhérezade è da considerarsi irreversibile.

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