L’ insufficienza venosa cronica cerebrospinale, più nota come Ccsvi, è una malattia presente in un altissimo numero di persone affette da sclerosi multipla, il Prof Zamboni, autore della scoperta, ha verificato una incidenza della malattia nel 90% dei casi.
Il 27 e il 28 maggio il Comitato etico del Consiglio Superiore della sanità dovrà riunirsi per stabilire quale futuro dare alla sperimentazione sul trattamento della Ccsvi, questo dopo il passo indietro imposto con l’ultima circolare che sconsigliava ai medici vascolari di continuare i trattamenti.
Intanto una confusione grossolana, a livello di informazione inerente l’avanzamento degli studi riguardanti la malattia venosa e la sua correlazione con la SM, è stata assolutamente alimentata dalla numerosa produzione di articoli del web, uno di questi anche sul sito di un noto quotidiano nazionale.
Ciò che sembra sempre più certo è invece un’evidente necessità di intervenire sulle vene dei pazienti il prima possibile, perché i danni neurologici causati dalle ricadute della Sm al momento non regrediscono. Ma stando ai dati nelle mani della scienza, la maggiorparte dei pazienti operati di Ccsvi non ha avuto le ricadute tipiche della sclerosi multipla, ciò non contemplando svariati e differenti miglioramenti dei sintomi avvenuti in seguito all’operazione.
In questa partita giocano diversi fattori rilevanti che puntano a distorcere la realtà delle cose. 1) Lo stato di gravità della malattia neurologica rende, in seguito all’operazione, risultati benefici differenti. 2) La diversità dei metodi diagnostici utilizzati e le differenti abilità dei radiologi, confermano con percentuali disparate la presenza della Ccsvi. Ciò costringe più volte alcuni malati a risottoporsi all’eco-color-doppler, il metodo diagnostico approvato da una folta comunità scientifica. 3) Molti malati speranzosi vanno a farsi operare anche all’estero, senza troppa cognizione di causa e senza nemmeno verificare i risultati dell’intervento, ciò aumenta la presenza di testimonianze distorte.
4) Si stanno verificando poi nel breve termine delle ristenosi delle vene trattate, ciò avviene in alcuni casi -due-tre mesi in seguito all’intervento di “liberazione”- ed è quanto ha portato a fare sostenere al Dott. Regine, medico vascolare all’ospedale di Pozzuoli, la necessità di iniziare ad usare degli stentpiccoli, simili a quelli usati per il trattamento delle coronarie dopo l’infarto (attualmente difficilmente reperibili), ciò per sopperire alla possibile insufficienza dell’intervento in semplice angioplastica.
I neurologi chiedono che il metodo Zamboni superi gli stessi step di sperimentazione al pari di un farmaco, pretendono ovviamente evidenze scientifiche, ma non sembrano interessarsi molto per verificare cosa cambia neurologicamente in chi si è operato di Ccsvi, quasi come guardassero una barca che se ne va in lontanza. Personalmente ho dovuto chiedere ad alcuni di questi se avessero mai pensato di sottoporre dei test cognitivi ai loro pazienti prima e dopo l’intervento di liberazione: è quanto ha contemplato il loro mondo delle idee. Sappiamo però inoltre che un malato di Sla, risultato positivo alla Ccsvi e operatosi, ha ripreso a parlare e deglutire. Ciò per cui massimamente non si dovrebbe usare certa rimostranza, da parte degli scettici, nei riguardi della scoperta del Prof. Zamboni.