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Emmanuel Bove. La scrittura degli invisibili

Non occorre fare un grande sforzo per parlare di caso letterario quando ci si riferisce a Emmanuel Bove. Gli elementi ci sono tutti: grandi capacità, una produzione complessivamente apprezzata dalla critica, la morte prematura e, in ultimo, l’oblio.

Un lungo oblio durato almeno una trentina d’anni, fino alla metà degli anni ’70, quando, grazie all’intuito di alcuni intellettuali, alcune opere di Bove cominciarono ad essere riedite anche in Italia. Poi ancora lunghi silenzi. Ora è il turno delle Edizioni Lavieri, che inaugurano la collana Autrement, con alcuni tra i testi più intensi dell’autore francese: La Coalizione seguita dal racconto Un Raskolnikov.

Bove nasce a Parigi nel 1898, da padre russo e da madre lussemburghese. I biografi fanno notare che si hanno notizie della sola professione della madre, una domestica, mentre ben poco viene detto intorno all’occupazione paterna. Ed è proprio questa precarietà iniziale, soprattutto economica, che sembra condizionare il resto dell’esistenza di Emmanuel. Lui stesso, più tardi, oramai preso dalla passione letteraria, accetterà d’impegnarsi nell’attività giornalistica, al solo scopo di potersi pagare le spese.

Il padre, che nel frattempo aveva finito per farsi mantenere da una ricca signora inglese, muore quando Bove ha solo 17 anni. Dopo un soggiorno in Svizzera e poi in Inghilterra (dove riesce a completare gli studi) Bove ritorna a Parigi e qui si arrangia con lavoretti vari. Nel 1917, anno in cui risulta convivere con il fratello e la madre, conosce anche la prigione, proprio a causa dei debiti, tra cui l’affitto, accumulati nelle quotidiane difficoltà economiche.

Nel 1921, sposa Suzanne Vallois, un’insegnante. La coppia si trasferisce in Austria, nei pressi di Vienna dove, l’anno seguente, nasce la figlia Nora. Ma solo al rientro in Francia, nel 1923 Emmanuel decide di dare alla stampe il suo primo romanzo, Mes Amis. Il successo della critica è immediato, quanto inatteso, anche grazie a Colette che aiuterà il giovane a pubblicare la sua opera presso l’editore Ferenczi, in una collana da lei diretta. Autori come Sacha Guitry, scrivono di Mes Amis, in termini entusiasmanti. Nel 1928 Bove riceve l’ambito Prix Figuière, piazzandosi davanti ad autori di calibro come André Malraux.

I testi di Bove, scelti da Lavieri, vengono proposti per la prima volta al pubblico italiano. Un segnale importante per la collana diretta da Gianfranco Pecchinenda, profondo conoscitore dell’opera boviana e preside della Facoltà di Sociologia dell’Universtà di Napoli, autore di un’interessante postfazione. Ciò che meraviglia è che ci si appassiona a Bove perché ci aiuta a scoprire l’evidenza, ci tiene con i piedi legati alla realtà, quella fatta di piccole cose, delle necessità primarie.

Eventi, che ad altri sembrano non esistere, per questo autore francese assurgono a momento significante dell’esistenza. E’ il caso della morte. In una delle sue opere più conosciute, Il Presentimento, il protagonista, che appare l’unico cosciente di questo evento, è costretto a vivere tra un’umanità troppo occupata e distratta. “Nel momento stesso in cui l’uomo prende coscienza non tanto della morte, ma della sua non-immortalità – scrive Pecchinenda – il rapporto con la realtà viene completamente stravolto. Il mondo si trasforma in un enorme oggetto misterioso a lui del tutto estraneo.

”E' proprio il sentimento di estraneità a tenere prigioniere le esistenze degli Aftalion ne La Coalizione o ad imporre la ricerca del parametro, della misura, nel complesso rapporto responsabilità-colpa, ne Un Raskolnikov, in cui Bove s’ispira a Delitto e Castigo di Dostojevskij. Sono questi temi letterari destinati ad avere grande influsso sulla letteratura francese del Novecento, si pensi a Camus, Sarte e, più recentemente, a Patrick Modiano.

Tra gli intellettuali francesi, a cui si deve il merito di aver riproposto Bove negli ultimi anni, un accenno va fatto a Jean–Luc Bitton che ha curato insieme a Raymond Cousse una biografia di questo autore apparsa a metà degli anni novanta dal titolo Emmanuel Bove. La vie comme une ombre. Bitton, tra i suoi scritti, torna sul tema dell’estraneità: “I personaggi di Bove appaiono come gli angeli del film di Wenders. Son là, presenti, invisibili agli occhi dei mortali, contemplando, con tristezza ed infinità tenerezza, l’angoscia degli uomini”.

Ma è la scrittura stessa, la tecnica, a tenere legato il lettore ai racconti boviani. La scrittura soggettiva, come la definisce François Ouellet, tra i massimi esperti di questo autore. Secondo Ouellet, per Bove la conoscenza, il pensiero soggettivo, vengono prima della descrizione. “Il personaggio si fa in primo luogo un’idea delle cose, quindi osserva secondo questa idea e, più precisamente, secondo il sentimento che questa idea gli ispira”.

Emmanuel Bove muore a Parigi nel 1945, a causa delle precarie condizioni di salute a soli 47 anni, lasciandoci, per dirla con Camus, eredi senza alcun testamento.

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