Parafrasando il titolo dell’opera shakespeariana potremmo usare questa espressione per indicare quello che è successo in Israele nel caso della segregazione di genere sui bus pubblici.
Qualcosa in effetti è successo, non si può parlare di “nulla”. Qualcosa che gli israeliani dimostrano di non voler sottovalutare, cioè il progressivo diffondersi di tendenze discriminatorie verso le donne in un paese che è a costante pericolo di involuzione culturale per via delle interpretazioni particolarmente retrograde del pensiero tradizionale (e per le ammiccanti complicità del potere politico). Interpretazioni peraltro rifiutate proprio dal Rabbino Capo dello stato ebraico.
Mettere sul banco degli accusati la cultura ebraica accusandola di essere tout-court misogina e razzista appare un'enfatizzazione di questi aspetti minoritari più che una corretta valutazione dei fatti. Anche le donne che si sono ribellate alle coercizioni erano ebree, anch’esse religiose e ortodosse, come Miriam Shear o Naomi Ragen, ma con una visione più “volontaristica” della separazione di genere sui bus che “coercitiva”. Viaggiamo separati perché lo vogliamo, non perché qualcuno ci obbliga a farlo e se qualcuno ci vuole costringere siamo capaci di opporci. Un numero contenuto di donne israeliane (gli ultraortodossi sono quantificati in non più del 10% della popolazione) sembra affermare questo concetto, simile a quello di tante donne delle minoranze non ebraiche di Israele (arabe, druse, beduine), che è poi l’aspetto - complesso - che la Corte Suprema è stata chiamata a dirimere, concludendo che la segregazione sui bus pubblici è illegittima, ma che si può proseguire ancora (almeno per un periodo di prova) su basi strettamente volontarie. Un colpo al cerchio della laicità dello Stato e un colpo alla botte delle varie “sensibilità” religiose. Il tutto in mezzo all'ignobile gazzarra, organizzata da giovinastri e bimbetti travestiti da deportati nei campi di sterminio, che ha sollevato nel paese un'ondata di scandalizzata indignazione.
Tutto questo mentre nel cuore (nero) dell’Europa faro di civiltà (si fa per dire), si insedia un governo eletto con i due terzi dei suffragi - un successo tragicamente sorprendente - che ha dato ampie manifestazioni di essere profondamente razzista, antisemita e antirom, proprio in quel paese che aveva protetto i ‘suoi’ ebrei fino al 1944, pur essendo alleato con la Germania nazista. Solo ora, con lentezza esasperante e molto equivoca, e dopo una grande manifestazione di piazza che sa di orgoglio e di disperazione, l’Europa dà qualche timido segno di interessarsi a quello che si muove in Ungheria.
Nella sponda sud del Mediterraneo intanto i partiti che si richiamano con maggiore o minor forza al radicalismo islamico sembrano in grado di potersi imporre nelle preferenze dei popoli ribelli. Se vincessero le prossime tornate elettorali, come sembra, le primavere da arabe diventerebbero islamiche (e qualcuno per questo le ha già derubricate a “inverni”). Che ne sarà delle donne, giovani e meno giovani, che hanno partecipato con passione e decisione alle impressionanti manifestazioni di popolo contro i vari rais locali ?