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Commento di Nel merito

su Open Arms, il racconto: Diritti umani alla deriva


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Nel merito 4 agosto 16:30

Caro CapoVolto, lei dice delle cose giustissime e delle cose un po’ meno giuste. Secondo me almeno. Si legga a proposito questi due articoli che chiarianno un po’ le idee. Sono purtroppo cose più grandi di noi che noi nel nostro piccolo dobbiamo subire. Ma non per questo non possiamo ribellarsi e tentare di far cambiare il corso della storia.

Utili idioti

Nov 25, 2018 | da Rinascita | 2 |

di CARLO FORMENTI

In un lungo articolo (The Left Case against Open Borders) apparso sulla rivista American Affairs, Angela Nagle (giornalista, saggista e collaboratrice di Jacobin) riflette sull’amnesia che ha colpito le sinistre radicali angloamericane (ma il discorso vale anche per le nostre) in merito alle posizioni storiche del movimento operaio sul fenomeno delle migrazioni. Qui di seguito ne traduco liberamente alcuni stralci, aggiungendo alcune considerazioni finali.

A proposito del Muro di Berlino Ronald Reagan affermava che qualsiasi ostacolo alla mobilità delle persone è una minaccia per l’intera umanità. Da allora le barriere alla circolazione dei capitali e della forza lavoro sono crollate in tutto il mondo, si è annunciata la fine della storia, e decenni di globalizzazione egemonizzata dagli Stati Uniti si sono susseguiti.

Reagan e i suoi eredi di destra e sinistra hanno usato la stessa retorica trionfalista per scavare la fossa ai sindacati, deregolamentare la finanza, promuovere l’outsourcing e affrancare i mercati dal peso degli interessi nazionali.

Da sinistra hanno lottato contro questa visione movimenti come i No global e Occupy Wall Street ma, non disponendo di potere contrattuale, non hanno ottenuto alcunché. Oggi i movimenti più visibili contro la globalizzazione sono quelli che assumono la retorica anti migranti, come Trump e altri populismi. La sinistra, dal canto suo, non sa fare altro che reagire a tutto ciò che Trump dice e fa.

Il discorso no border, un tempo appannaggio esclusivo di liberisti e anarcocapitalisti, è divenuto mainstream, dal momento che nessun partito di sinistra è capace di fare proposte concrete per una società senza confini, limitandosi a copiare gli argomenti liberisti, senza chiedersi quali sono le conseguenze di flussi migratori illimitati su sanità pubblica, educazione, posti di lavoro. ecc.

Durante le primarie democratiche del 2016, a un giornalista che gli chiedeva se fosse a favore della politica no border, Bernie Sanders replicò di ritenerla appannaggio della destra liberista, il che gli procurò l’accusa di avere le stesse idee di Trump (accusa che si è beccato anche Corbyn, a conferma che la madre degli idioti è sempre incinta, nota mia).

L’adozione della politica no border da parte della sinistra è una novità assoluta, dato che a sostenerla era sempre stata la destra, per le stesse ragioni per cui si oppone alla limitazione dei movimenti di capitale.

In assenza di un potente movimento operaio, la sinistra è rimasta “radicale” nella sfera della cultura e delle libertà individuali, ma non sa offrire di meglio che impotenti lagnanze in tema di diritti sociali. Così i benpensanti di sinistra divengono utili idioti al servizio del big business. La globalizzazione genera un circolo vizioso: le politiche liberiste distruggono l’economia di intere regioni del mondo da cui provengono le migrazioni di massa, ciò che, da un lato, impoverisce ulteriormente il potenziale dei Paesi di origine, dall’altro deprime i salari dei lavoratori dei Paesi di destinazione (…)

La prima causa delle migrazioni dal Messico agli Usa sono stati gli effetti dell’accordo NAFTA di libero scambio il quale obbligava i contadini messicani a competere con l’agricoltura americana (…) il Messico ha perso migliaia di allevamenti suini e coltivazioni di granoturco e, quando il prezzo del caffè è sceso sotto il costo di produzione, il NAFTA ha impedito interventi statali per salvare i coltivatori. Dal 2002 i salari messicani hanno perso il 22% malgrado la produttività del lavoro sia aumentata del 45%.

Oggi il Messico è uno dei maggiori esportatori di lavoratori altamente qualificati per cui la sua economia soffre anche di un persistente deficit di lavoro qualificato. Analogamente ci sono più medici etiopi che lavorano a Chicago che in tutta l’Etiopia (un Paese di 80 milioni di persone). Per tacere del fatto che l’Occidente incassa dall’Africa molti più soldi in interessi sul debito di quelli che invia in “aiuti” in quel continente…

Gli argomenti della Nagle non abbisognano di ulteriori commenti, mi limito ad aggiungere poche parole sul perché giudico l’accusa di utili idioti che la giornalista rivolge alle sinistre fin troppo tenera. Dietro il “buonismo” (roba da Dame di San Vincenzo più che da militanti politici) su cui si fonda la visione no border, si nasconde la totale incapacità di riconoscere e combattere le cause di quell’immondo, ulteriore saccheggio che l’Occidente imperialista commette a danno dei popoli periferici e semiperiferici, espropriandoli delle migliori risorse umane.

Perché non si parla della necessità di estinguere il debito di quei Paesi e di trasferire loro (gratuitamente e non a interessi da strozzinaggio!) capitali, tecnologie e infrastrutture, piuttosto che di accoglierne indiscriminatamente le masse in fuga dalla miseria, aggravando ulteriormente le condizioni delle classi popolari occidentali colpite dalla crisi e alimentando guerre fra poveri?

Non sarà perché: 1) chi esalta il no border appartiene a strati di classe che non ne pagano il prezzo sulla propria pelle; 2) quegli stessi strati di classe non accetterebbero mai di vedersi ridurre reddito, status e privilegi come conseguenza degli effetti collaterali di massicci trasferimenti di risorse al Sud.

Insomma: non solo utili idioti, anche piccolo medio borghesi che preferiscono assistere cristianamente i singoli migranti, piuttosto che allargare i cordoni della borsa per sostenerne i Paesi di provenienza

Questo secondo articolo è la continuazione di quello di prima e dà la botta finale alla questione. Come vedete la soluzione è già stata risolta dalla sinistra.

Sul commento di un “utile idiota”

di Carlo Formenti

Ho approvato un commento di tale Antonio Napoletano al mio articolo dal titolo Utili idioti, nel quale ragionavo sulla totale incapacità delle sinistre radicali di definire la propria posizione sul tema dell’immigrazione tendendo conto dei danni terribili che tale fenomeno – prodotto dell’oppressione neo coloniale – arreca a milioni di esseri umani (sia ai popoli e alle nazioni di provenienza, sia alle classi subalterne delle nazioni di destinazione).

La replica di Antonio consiste in due citazioni da Lenin, la prima delle quali esalta il “significato progressivo di questa migrazione moderna dei popoli” in quanto “La liberazione dall’oppressione del capitale non avviene e non può avvenire senza un ulteriore sviluppo del capitalismo, senza la lotta di classe sul terreno del capitalismo stesso. E proprio a questa lotta il capitalismo trascina le masse lavoratrici di tutto il mondo, spezzando il ristagno e l’arretratezza della vita locale, distruggendo le barriere e i pregiudizi nazionali, unendo gli operai di tutti i paesi nelle più grandi fabbriche e miniere dell’America, della Germania, ecc.”

La seconda recita: “Il marxismo sostituisce a ogni nazionalismo l’internazionalismo, la fusione di tutte le nazioni in una unità superiore. (…) Il proletariato non può appoggiare nessun consolidamento del nazionalismo, anzi, esso appoggia tutto ciò che favorisce la scomparsa delle differenze nazionali, il crollo delle barriere nazionali, tutto ciò che rende sempre più stretto il legame fra le nazionalità, tutto ciò che conduce alla fusione delle nazioni”.

Da quando Lenin scriveva a queste parole è passato un secolo, ma agli utili idioti sfugge la portata delle enormi trasformazioni che il mondo ha subito in questo lasso di tempo. Il “significato progressivo” dello sviluppo capitalistico (e i suoi effetti) sono oggi sotto i nostri occhi: il capitale subordina ormai l’intero pianeta, ma ciò non ha comportato il superamento del ristagno e dell’arretratezza della vita locale: la distruzione dei modi tradizionali di produrre e di vivere di miliardi di persone ha piuttosto generato mostruoso immiserimento, milioni di morti di fame e mantenimento di un sottosviluppo delle periferie che è funzionale allo sviluppo dei centri (leggere in merito Samir Amin).

Quanto al superamento di pregiudizi e barriere e alla conseguente unificazione delle lotte proletarie: a leggere quella profezia scappa da ridere, anche se l’ha formulata il grande Vladimir: i popoli non sono mai stati tanto divisi e coinvolti in una fratricida guerra fra poveri.

La seconda citazione è invece in contraddizione con le posizioni che lo stesso Lenin prese in polemica con la Luxemburg, difendendo la necessità dell’autodeterminazione dei popoli come momento strategico della lotta antimperialista e anticapitalista, quanto alla “fusione delle nazioni“: tale obiettivo non è stato realizzato dalle lotte proletarie, bensì dal capitale attraverso una globalizzazione finanziaria che ha diviso e schiacciato i proletari di tutte le nazioni.

Ma gli utili idioti persistono nell’esaltare il cosmopolitismo borghese, abbellendolo con i panni di un internazionalismo astratto di cui la storia si è incaricata di dimostrare l’inconsistenza.

Un ultimo consiglio all’amico Antonio: si legga i materiali sulla questione pubblicati in questo stesso sito (nella sezione materiali) ma soprattutto si legga gli economisti africani e latinoamericani che denunciano la migrazione forzata come un terzo aspetto strategico dell’espropriazione che il capitalismo globale perpetra ai danni delle loro nazioni: dopo l’espropriazione di risorse e materie prime, e dopo l’espropriazione di capitali attraverso l’economia del debito, ecco l’espropriazione di forza lavoro qualificata, che impoverisce ulteriormente le periferie del mondo, arricchisce i centri (così come impoverisce i lavoratori dei centri, sottoponendoli al dumping sociale della concorrenza fra poveri).


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