Se lei definisce "deliranti" i commenti di un certo genere significa che è talmente convinto della giustezza della versione presentata da SiriaLibano e dalla quasi totalità delle fonti informative da giudicare folle qualunque altra versione. Questo non mi induce ad essere pessimista circa la sua disponibilità a valutare con attenzione e neutralità quello che potrei scriverle. Tuttavia voglio provarci.
Partiamo dal principio: dalle motivazioni di fondo che dovrebbero muovere chi osserva e giudica gli avvenimenti tragici che riguardano la Siria.
Direi che la prima di queste motivazioni è la determinazione di preservare il più possibile l’incolumità e il benessere della popolazione civile.
Non si tratta di una generica posizione umanitaria e/o pacifista, che si può condividere o meno, questo è ciò che il Diritto Internazionale, e l’ONU che ne è il custode, pone come principio guida che gli Stati debbono seguire affinché le loro azioni siano giudicate legittime.
Come lei saprà, l’orrore prodotto dalla scoperta delle atrocità naziste ha spinto la quasi totalità dei Paesi del Mondo a statuire la limitazione del diritto di sovranità, prima intangibile. In sintesi: con una serie di accordi e convenzioni il diritto di sovranità è stato limitato, non autorizza più le autorità di governo di uno Stato sovrano a perpetrare gravi violazioni dei diritti umani della popolazione. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può legittimamente deliberare una azione militare per far cessare tali violazioni. In genere questo nuovo principio viene chiamato "diritto di ingerenza umanitaria".
Un corollario necessario di questo principio, spesso strumentalmente ignorato per mascherare ingerenze motivate da altri interessi, è che l’intervento militare non deve causare maggiori sofferenze di quelle che dovrebbe evitare. Questo è ovvio, e non merita ulteriori precisazioni.
La seconda motivazione in ordine di importanza dovrebbe essere la salvaguardia dei diritti e delle libertà civili della popolazione.
Questo indica anche il metodo di elezione da seguire per la risoluzione dei conflitti interni ad uno Stato: il metodo democratico.
La Comunità Internazionale riconosce il diritto della popolazione ad autodeterminarsi democraticamente, diritto che comprende ovviamente la tutela della minoranza, come metodo principe, anche se non esclusivo, per dirimere le questioni relative ai conflitti interni.
Dico che non si tratta di un metodo esclusivo
Dunque, prima la protezione della vita e poi la difesa delle libertà individuali e collettive di un popolo. Non credo di avere espresso nessuna opinione farneticante finora, vero?
E ora consideriamo la situazione siriana alla luce di quanto detto.
La Siria attuale è il risultato di un travagliato processo di transizione dalla dominazione ottomana, a quella coloniale europea, all’indipendenza. Il Paese è diviso tra componenti religiose: sunniti (64%), drusi e alawiti (sciiti) (26%), cristiani (10%), ed etniche: arabi e curdi principalmente.
Tenuto conto della storica animosità nei rapporti tra correnti islamiche e della presenza di una corposa minoranza cristiana, la Siria è uno di quei Paesi che chi abbia a cuore la popolazione civile dovrebbe trattare con le molle. Come in altri Paesi del Medio Oriente infatti le sue divisioni interne lo espongono ad un costante rischio di destabilizzazione e di esplosione di conflitti sanguinosi, con le conseguenze che è facile immaginare sulla popolazione.
Invece nel 2005-2006 l’amministrazione statunitense di J.W. Bush ha avviato un programma di destabilizzazione del regime siriano finanziando e sostenendo i gruppi di opposizione al regime:
http://www.washingtonpost.com/world...
Ma anche Francia (ex potenza mandataria) e UK hanno contribuito a creare le basi del presente conflitto per insidiare il potere di Assad, visto come ostacolo al dispiegarsi della loro politica estera.
Ora entriamo nel campo delle supposizioni. E’ difficile, se non impossibile, determinare con certezza se le prime manifestazioni pacifiche in Siria, avvenute sull’onda della cosiddetta Primavera Araba, siano degenerate per colpa del regime o a causa dell’infiltrazione di agenti provocatori che hanno attaccato le forze di sicurezza (e forse gli stessi manifestanti) per suscitarne la reazione armata. Si tratta di segreti molto ben custoditi, difficili da penetrare. Personalmente ritengo assai probabile che quelli che si erano prefissi di rovesciare il regime non si siano fatti scappare l’occasione di trasformare una dimostrazione civile in scontro armato.
Del resto questa ipotesi è coerente con le successive prese di posizione di USA e Paesi europei, che non hanno minimamente tentato di svolgere un ruolo neutrale di mediazione per una composizione pacifica del conflitto. Al contrario: hanno immediatamente preso posizione contro il regime e a favore degli insorti, sostenendoli in tutti i modi. Il tentativo di ottenere il mandato dal Consiglio di Sicurezza ONU per un intervento "umanitario" in stile libico: intervento che probabilmente avrebbe raggiunto lo scopo di rovesciare il regime, si è arenato di fronte al veto posto da Cina e Russia.
Riguardo al fronte opposto, si può pensare tutto il male possibile del regime siriano, ma non che fosse suo interesse destabilizzare il Paese. Al netto di iniziative dissennate sul campo di singoli funzionari dell’apparato di sicurezza, giudico altamente improbabile che la situazione sia degenerata per sua volontà.
Ho citato la Libia: attualmente ridotta ad uno stato fallito, spaccato in due, teatro dello scontro tra fazioni di ogni genere, abbandonato all’anarchia, nel quale la popolazione civile è condannata all’incertezza del futuro e all’arbitrio di milizie fuori da ogni controllo, per porre alla sua attenzione le impressionanti analogie con quanto avviene in Siria. In Libia il rovesciamento di Gheddafi per motivi "umanitari" è costato, secondo alcune fonti, 50.000 morti. E nessuno ha chiesto ai cittadini libici se volevano essere salvati, come nessuno intende chiedere ai cittadini siriani se vogliono essere salvati da Assad.
Ma lasciamo pure in sospeso il giudizio sull’origine del conflitto e le analogie, innegabili, con il cambio di regime in Libia. Sta di fatto che il regime siriano ha offerto una via pacifica e democratica per la risoluzione del conflitto: svolgere elezioni, lasciare ai siriani la parola, far decidere a loro da chi vogliono essere governati.
I cosiddetti "democratici" e "umanitari" questa soluzione l’hanno rifiutata. E anche questo è un fatto.
Ora giudichi lei, sempre che sia capace di esprimere un giudizio imparziale, se il mio punto di vista è farneticante come dice.