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Youssef, un messaggio in bottiglia dal campo per immigrati

Al telefono. "Pronto, c’è nessuno? Sono Youssef e sono tunisino, sto da giorni in sciopero delle fame perché nessuno vuole aiutarmi".

Il suo italiano è debole, ma si fa capire anche se ci si confronta meglio in francese. Youssef Bilele, 35 anni, immigrato magrebino, non ha altri mezzi per far uscire la sua storia fuori dal campo di Bari Palese dove si trova da oltre un mese perché sorpreso sul territorio nazionale senza documenti. Grazie ad alcuni suoi connazionali che vivono e lavorano nel Fucino, in Abruzzo (le cui condizioni di lavoro nei campi sono state oggetto, quest’estate, di un’inchiesta di Fabio Iuliano per il quotidiano Il Centro del gruppo l'Espresso), è riuscito a contattare qualche cronista e raccontare cosa lo ha portato qui.

Verso Ginevra. Bilele vive in Svizzera da qualche mese e si è stabilito a Ginevra accontentandosi di lavoretti precari. Un passaparola on line lo ha convinto a varcare il confine e farsi trovare in Italia prima del 31 gennaio, nella speranza di approfittare del decreto flussi e ottenere un permesso di soggiorno da utilizzare per lavorare in ambito comunitario.


Bilele ha attraversato tutta la Penisola, senza però ottenere granché. Così si è rimesso in treno alla volta di Ginevra. Era quasi arrivato al confine quando è stato fermato dalla polizia tra Como e Chiasso. "Mi hanno quindi spedito a Bari, senza darmi spiegazioni», rimarca, «e da allora sono qui, in attesa di sviluppi". Lo sciopero della fame è durato una decina di giorni, poi le sue condizioni di salute lo hanno costretto ad accettare cibo, pur mantenendo uno stato di agitazione. "Sono disperato, non so cosa fare e a chi chiedere". Ora rischia l'espulsione.

Il centro. È difficile chiedere o ottenere informazioni, perché la comunicazione con questi centri è tutt’altro che facile. Anche per le organizzazioni ben radicate sul territorio, come la Caritas. "Non possiamo accedere direttamente al Centro", ammette don Antonio Ruccia, "e qualsiasi nostro intervento deve essere mediato dalla Prefettura". Con 196 posti distribuiti in un’area adiacente allo scalo aeroportuario, il Centro di identificazione ed espulsione (solo il nome fa paura) è uno dei 13 operativi sul territorio nazionale.

Ex CPT. Così denominati con decreto legge 23 maggio 2008, n. 92, sono gli ex “Centri di permanenza temporanea ed assistenza”: strutture destinate al trattenimento, convalidato dal giudice di pace, degli stranieri extracomunitari irregolari e destinati all'espulsione. Previsti dall’articolo 14 del Testo unico sull’immigrazione 286/98, come modificato dall’art. 12 della legge 189/2002, tali centri si propongono di evitare la dispersione degli immigrati irregolari sul territorio e di consentire la materiale esecuzione, da parte delle Forze dell’ordine, dei provvedimenti di espulsione emessi nei confronti degli irregolari. Il Decreto-Legge n. 89 del 23 giugno 2011, convertito in legge n. 129/2011, proroga il termine massimo di permanenza degli stranieri in tali centri dai 180 giorni a 18 mesi complessivi.

Il campo. Accoglie immigrati richiedenti asilo che hanno presentato domanda dopo decreto di espulsione o comunque in attesa dell’esito del ricorso; i migranti senza permesso di soggiorno o col permesso di soggiorno scaduto; i migranti ritenuti pericolosi, quelli appena uscita dal carcere e quindi non in possesso del permesso e anche quelli che, secondo, l’autorità, presumibilmente non lasceranno l’Italia anche se sottoposti ad espulsione; i migranti condannati ad una certa pena e a cui è stata aggiunta anche l’espulsione. Tra di loro, non possono essere espulsi i minori, le donne incinte (o con un bimbo di età inferiore a 6 mesi) e il compagno. Molte riserve, sono state espresse in merito alle precarie condizioni degli occupanti. Problematiche che spingono gente come Youssef a protestare. 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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