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Vivre libre ou mourir. Per Nabruka, suicida in un Cie di Roma

Stanotte, una donna migrante si è uccisa, impiccandosi, nel Cie di Porta Galeria a Roma.

Stanotte, una donna migrante si è uccisa, impiccandosi, nel Cie di Porta Galeria a Roma. Si chiamava Nabruka Mimuni, aveva poco più di quarant’anni ed era in Italia da quasi trenta.

Momentaneamente senza lavoro, non le era stato rinnovato il permesso di soggiorno. Questo significa essere "clandestina", anche dopo tre quarti della tua vita passati in un paese dove vige una legge infame. Fermata, portata nel centro di identificazione ed espulsione, lì detenuta per alcune settimane, sarebbe stata rimpatriata oggi. Ora non possono più farlo. Mi rifiuto di leggere la sua morte come un atto di disperazione, la disperazione deve essere tutta nostra che non siamo riusciti ad impedirlo.


Quello di Nabruka è un gesto politico. Un gesto politico che urla. E dobbiamo urlare anche noi (insieme a tutti i migranti in sciopero della fame e in rivolta nei centri di identificazione ed espulsione), noi con i documenti in tasca e tutti i sacrosanti diritti di "cittadina/o".

Ma fuori, fuori di qui.

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