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Una campagna di attacchi informatici contro i difensori dei diritti umani in Pakistan

I difensori dei diritti umani del Pakistan sono al centro di una campagna di attacchi informatici mirati.

Lo ha denunciato Amnesty International, al termine di una ricerca durata quattro mesi, nel corso della quale l’organizzazione per i diritti umani ha riscontrato una sequela di hackeraggi di profili social e di infezioni trasmesse da pc e telefoni cellulari.

È in atto una sofisticata campagna di attacchi da parte di falsi profili che attirano l’interesse dei difensori dei diritti umani i cui mezzi di comunicazione vengono colpiti da malware per sorvegliarli e intimorirli.

Già difendere i diritti umani offline è un’attività estremamente pericolosa in Pakistan. Negli ultimi mesi giornalisti, blogger e attivisti sono stati sottoposti a minacce, intimidazioni e aggressioni e in alcuni casi a sparizioni forzate. Catturare le loro password e intrufolarsi nella corrispondenza privata li mette ulteriormente a rischio.

Diep Saaeda è una nota attivista della società civile di Lahore. Dirige l’Istituto per la pace e gli studi laici. Il 2 dicembre 2017 un suo amico, Raza Mehmood Khan, un pacifista che porta avanti una campagna di amicizia tra le popolazioni dell’India e del Pakistan, sparisce nel nulla (a sinistra nella foto, Diep Saaeda manifesta per chiedere il rilascio di Raaz Mehmood).

Diep lancia una petizione per chiedere il suo rilascio. Immediatamente, inizia a ricevere messaggi da parte di persone che sostengono di essere amici di Raza.

Su Facebook Messenger un’utente che si qualifica come Sana Halimi e si dice afgana, residente a Dubai e funzionaria delle Nazioni Unite, contatta ripetutamente Diep sostenendo di avere informazioni su Reza. Le invia una serie di file che contengono il virus StealthAgent che, se aperto, procura disastri.

Il falso profilo convince Diep a fornire la sua e-mail, che inizia a ricevere messaggi infettati col virus Crimson.

Diep riceve mail anche da un soggetto che si presenta come un funzionario dell’ufficio del primo ministro del Punjab, che la invita a un’inesistente riunione al ministero dell’Istruzione. Riceve mail anche da falsi profili di studenti che chiedono il suo tutoraggio.

“Ogni volta che apro una mail mi prende il terrore. Non riesco a lavorare. La mia attività online è compromessa”, ha raccontato Diep ad Amnesty International.

Quanto accaduto a Diep è successo a tanti altri difensori dei diritti umani pakistani.

Il team di esperti su Tecnologia e diritti umani di Amnesty International è stato in grado di rintracciare l’origine di questi attacchi: singole persone e aziende che risiedono e operano in Pakistan.

Il Pakistan fa parte del Consiglio Onu dei diritti umani e dunque ha (meglio, avrebbe) il dovere di rispettare gli standard internazionali in materia di diritti umani. Ma si comporta al contrario.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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