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Ucraina, cronaca di una guerra anomala

 

Giovedì 17 settembre 2026

Scrivo da Odessa; oggi è una splendida giornata di sole con una leggera e piacevole brezza che definirei primaverile.

Giunto ormai al mio quinto viaggio in Ucraina, non mi sorprendo più della normalità e della “pace” che regna in questa antica e meravigliosa città, con splendidi palazzi ornati da capolavori di ferro battuto, con i suoi parchi affollati di famiglie e bambini, le sue fontane e i suoi maestosi alberi che si ergono lungo le strade.

Difficile trovare i segni della guerra.

Ci sono i cavalli di frisia pronti ad essere disposti come barriere per un’eventuale e sempre più improbabile aggressione via terra e soprattutto via mare perché, ad ogni modo, il fronte non è poi così lontano soprattutto via mare; da qui infatti è visibilissima la Crimea.

I monumenti sono stati “inscatolati” per proteggerli.
È stato invece rimosso dalla furia russofoba il monumento a Caterina II, Caterina la Grande, Zarina di tutte le Russie e fondatrice della città che le diede, in onore di Odisseo, il nome di Odessa (come la chiamiamo noi italiani e i russi, compresi quelli di Ucraina, mentre in ucraino la chiamano Odesa).

Sul basamento della statua epurata ora sventola la bandiera azzurra e gialla, che si trova peraltro ovunque

Eppure il russo continua ad essere conosciuto e parlato, forse dalla maggioranza della popolazione della città.

Certo, in alcune case, pochissime a dire il vero, i vetri delle finestre sono stati sostituiti da pannelli di compensato. Così è stato fatto anche nelle finestre dei musei a scopo preventivo e difensivo del patrimonio artistico ed archeologico.

Paradossalmente a Roma sono più visibili i presidi dei militari in mimetica con il loro fucile mitragliatore, adatto in realtà alla guerra nella giungla più che ad un efficace prevenzione di atti terroristici. Alla stazione Termini sono addirittura posizionati due piccoli mezzi blindati di cui è difficile immaginare l’uso. Nulla di questo è visibile invece a Odessa, dove tuttavia in stazione si entra solo passando controlli che noi abbiamo solo negli aeroporti.

Si vedono militari in divisa, ma sono qui in licenza e passeggiano con le loro famiglie.
Insieme alla pubblicità ci sono manifesti di propaganda militare e gli abbinamenti sono davvero paradossali, come se la guerra fosse un prodotto da vendere al popolo.

 

Ovunque bar, pasticcerie, chioschi e ristoranti, popolari o lussuosi, sono frequentati e in alcuni casi affollati.

I ragazzi di Glovo consegnano le pizze a domicilio e ovunque ci sono monopattini elettrici a disposizione.

Addirittura ci sono molti turisti, direi di Paesi dell’est, georgiani ad esempio, ma io ho incontrato anche un cinese dotato di bicicletta elettrica.

Gli operatori turistici offrono visite guidate in città a bordo di mezzi simili a quelli che si trovano a Roma.

Certo, ovunque si trovano generatori di elettricità per negozi, attività commerciali e appartamenti per chi se li può permettere. Sono pronti ad entrare in azione se vengono colpite le infrastrutture che forniscono energia elettrica alla città.

L’acqua non è potabile e tutti comprano bidoncini da 5 litri.

La sirena suona in continuazione, cosa che finisce per rendere inutili gli avvertimenti che spesso e volentieri risultano inconsistenti e infatti nessuno sembra farci più caso.

Noi abbiamo in Italia una percezione distorta di questa guerra, che nulla ha a che spartire, ad esempio, con la distruzione e il vero e proprio genocidio di Gaza.

Le maggiori città ucraine – Leopoli, Kiev, Odessa – sono sostanzialmente intatte, anche se ogni tanto i droni e i missili qualche strage di civili la fanno, (6 feriti e due morti, ad esempio, ma anche molto raramente, come ho documentato in un altro articolo dopo aver raggiunto il palazzone di un quartiere popolare all’estrema periferia di Kiev, 61 morti tra cui 6 bambini e centinaia di feriti e automobili carbonizzate).

Scampato il pericolo si rimuove l’accaduto e si torna a vivere nella normalità: bambini e ragazzini vanno a scuola e le università hanno ripreso le lezioni dopo la pausa estiva, gli adulti vanno a lavorare e i centri commerciali hanno di tutto e di più per chi se lo può permettere. Ho visto anziani con pensioni da fame raccogliere cartoni dai bidoni dell’immondizia o chiedere l’elemosina e i salari dei lavoratori dipendenti sono fermi da anni al corrispettivo di 300 euro mensili e sono erosi dall’inflazione.

C’è chi invece si è arricchito con la guerra; a Kiev la scorsa volta ho visitato un intero quartiere con parcheggio sotterraneo e parchi tra una casa e l’altra, circondato da mura e sorvegliato da vigilanti.

Al fronte ci va la povera gente perché esistono esenzioni per chi studia, per chi fa lavori necessari o in aziende strategiche e poi, si sa, chi ha soldi trova sempre la strada per evitare il fronte. Come volontari ci vanno gli esaltati, ma anche cittadini motivati. Sempre a Kiev, in piazza dell’indipendenza (Majdan) ho assistito al funerale di un pittore anarchico volontario al fronte per “combattere il fascismo russo”. C’era tantissima gente con le bandiere rosso nere o azzurre e gialle in divisa con la A cerchiata sul basco, uomini e donne. Partecipavano anche il battaglione dei gay e quello delle lesbiche. Del resto Cirillo II, Patriarca di Mosca, ha definito la guerra una crociata contro la corruzione morale dell’Occidente dei Pride.

Per la città si incontrano tantissimi ragazzi e ragazze con la divisa della Marina Militare (molti mi sembravano ragazzini in divisa, che gli dei li proteggano).

Venerdì 18 settembre

Questa notte ho sentito distintamente due esplosioni, ma la vita continua nella voluta normalità nonostante il consueto suono delle sirene (paradossalmente questa notte non hanno suonato). Passeggiando per la città non vedo neppure un vetro rotto.

I titoli dei giornali italiani “Massicci bombardamenti a Kiev”, “I soccorritori scavano tra le macerie a Kiev” danno una idea esagerata e distorta della realtà.

Il numero terrificante di morti avviene al fronte o nelle città fantasma a ridosso del confine, a Kherson ad esempio, dove gran parte della popolazione è fuggita o è stata evacuata.

Lì, con estremo coraggio operano i ragazzi e le ragazze italiane di Operazione Colomba per portare e distribuire aiuti umanitari a chi non vuole abbandonare la città.

In Ucraina c’è poi chi si nasconde essendo renitenti alla leva o disertori. Soldati che non tornano a combattere dopo una licenza, ma devono stare molto attenti perché gli arruolatori fanno la ronda per le strade.

Le ragazze per il momento sono esentate dal servizio militare, ma infermiere e dottoresse sono precettate e comunque non possono lasciare il Paese.

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