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Turchia: la più grande prigione al mondo per i giornalisti

In occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa, molti giornalisti turchi hanno preso la parola per denunciare il clima di paura che circonda chi fa informazione in Turchia.

Zehra Doğan, artista e direttrice dell’agenzia di stampa curda JINHA, composta da sole donne e chiusa nell’ottobre 2016, sta scontando una condanna a quasi tre anni di carcere per i suoi disegni e suoi scritti. Dalla prigione di Diyarbakır ha mandato questo messaggio:

“Sono in prigione ma non sono prigioniera. Ogni giorno stiamo dimostrando che l’arte e il giornalismo non possono finire in carcere. Continueremo a lottare e a dire che ‘il giornalismo non è un reato’ fino a quando tutti i giornalisti non saranno liberi”.

Çağdaş Kaplan, direttore del portale online Gazete Karınca, ha detto:

“Lavorare sotto la costante minaccia di essere arrestati e condannati rende la vita estremamente difficile, ma il giornalismo è la nostra professione e dobbiamo portarla avanti. C’è una verità ampiamente visibile in Turchia, ma c’è anche il tentativo di nasconderla alla società. Qualcuno deve parlarne e questo è quanto cerchiamo di fare”.

Questo è il messaggio di Hakkı Boltan, dell’Associazione dei liberi giornalisti, chiusa nel novembre 2016:

“La Turchia è diventata una prigione per i giornalisti. Quando l’Associazione è stata chiusa, avevamo 400 iscritti: 78 di loro oggi sono in carcere. L’unico modo di cambiare le cose è che i giornalisti di ogni parte del mondo stiano dalla nostra parte in solidarietà”.

Murat Sabuncu, direttore del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, che il 25 aprile è stato condannato a sette anni e mezzo per “terrorismo”, ha dichiarato:

“Amo il mio paese e il mio lavoro. Voglio la libertà in Turchia e nel mondo, non per me stesso ma per tutti i giornalisti in carcere e il solo modo di ottenere questo risultato è attraverso la solidarietà”.

Dal fallito colpo di stato del luglio 2016, in Turchia è in corso un tentativo di porre fine al giornalismo indipendente.

Oltre 120 giornalisti sono finiti in carcere per inesistenti accuse di “terrorismo” e almeno 180 mezzi d’informazione sono stati chiusi.

Il paese è diventato la più grande prigione al mondo per i giornalisti, alcuni dei quali sono stati condannati all’ergastolo solo per aver fatto il loro lavoro.

Nella classifica della libertà di stampa di Reporter sans frontières, la Turchia è al 157° posto su 180.

E la prossima settimana, col verdetto del “processo Zaman”, potrebbero esserci altre dure condanne.

Per far conoscere al mondo la situazione dei giornalisti in Turchia e sollecitare espressioni di solidarietà nei loro confronti, è nata la campagna #FreeTurkeyMedia, diretta da Amnesty International col sostegno di PEN, Reporters sans frontières, Article 19, Committee to Protect Journalists, Index on Censorship e altre organizzazioni.

La campagna chiede alle persone di esprimere sostegno pubblicando un “selfie” con un cartello contenente la propria firma e l’hashtag #FreeTurkeyMedia.

Insieme a decine di giornalisti, compresi i tre giornalisti di al Jazeera che hanno trascorso oltre 400 giorni nelle carceri egiziane, hanno aderito molte celebrità tra cui l’artista Ai Weiwei, la scrittrice Elif Shafak, l’attore Ross Kemp e tanti disegnatori che stanno postando su Twitter le loro opere.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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