Tifosi o cittadini? La difficoltà del dibattito in Italia
Una situazione paradossale: abbiamo a disposizione gli strumenti di comunicazione, di diffusione e di organizzazione del sapere più potenti di sempre, ma sembriamo non avere più molte cose intelligenti da dire e, soprattutto, sembriamo diventati incapaci di ascoltare le ragioni degli altri.
Se ci si sforza di considerare in modo disincantato la società italiana contemporanea, anzi la società occidentale nel suo complesso, non si può fare a meno di notare che è in corso un fenomeno a dir poco paradossale.
Da un lato disponiamo di strumenti tecnologici per la comunicazione e la diffusione del sapere incomparabilmente più potenti di quelli esistiti in qualsiasi epoca passata, l'uso dei quali è spesso gratuito (Skype, Facebook, Google, aNobii, YouTube) o ha un prezzo abbordabile anche per i non ricchi (l'acquisto di uno smartphone, di un computer portatile, di una connessione a Internet). Dall'altro, sembriamo aver smarrito a livello collettivo la capacità di argomentare in modo razionale e democratico, di approfondire le conoscenze, di giudicare in base ai fatti e alla verità.
In altre parole, nonostante abbiamo oggi a disposizione una messe di strumenti tecnologici che consentono di creare relazioni, scovare fonti di conoscenza e organizzare il sapere in modo estremamente economico e potente, sembriamo diventati piuttosto incapaci - mediamente, intendo - di usare quelle doti umane di intelligenza, razionalità, perseveranza, intuizione, che, accoppiate all'uso di quegli strumenti, potrebbero aiutarci a risolvere molti dei giganteschi problemi che gravano sull'Italia e, parlando più in generale, sull'umanità contemporanea.
Un aspetto del problema è che questi strumenti, avendo reso infinitamente semplice comunicare e trovare informazioni, hanno in un certo senso sollevato la maggior parte di noi dal farsi carico della responsabilità personale di ciò che si dice. In rete, per esempio, ci si nasconde spesso dietro l'anonimato: molti di quelli che partecipano a discussioni pubbliche lo fanno nascondendosi dietro uno pseudonimo, che usano non di rado per offendere e dire bestialità, senza preoccuparsi delle conseguenze. Inoltre, la quantità degli strumenti e delle cose che si possono fare ci obbliga quasi a perderci in un multitasking infinito, per il quale non siamo tarati, o almeno non ancora. Ecco allora che la mancanza di tempo e il moltiplicarsi delle potenziali fonti informative conducono a dare troppe volte "notizie" che non sono state verificate e che, come accade talvolta di scoprire, non erano affatto notizie. Celebre l'imperdonabile leggerezza di una rete televisiva boliviana, che mandò in onda alcuni fotogrammi del telefilm Lost, inviati da un buontempone, spacciandoli per uno scoop sensazionale: le ultime immagini prima della sciagura, riprese da un passeggero di un aereo francese caduto in mare in quei giorni.
Il "copia e incolla" selvaggio sembra averci tolto la capacità di approfondire e di consultare più fonti differenti, di comprendere quali fonti sono autorevoli e quali no. Tra radio, televisioni e Web tutti parlano, anzi urlano, e lo fanno spesso insieme, sovrapponendosi, mescolando ai fatti documentati inesattezze e falsità, senza che quasi nessuno se ne accorga o abbia la possibilità di contestare. Il chiasso collettivo è talmente forte che non c'è più la possibilità di ascoltare con la dovuta pacatezza le voci che chiedono di essere ascoltate: la recente lite tra Capezzone e Sabina Guzzanti è solo l'ultimo esempio di questa involuzione, che ci sta privando della capacità di discutere con intelligenza, civiltà e raziocinio.
Ma perché accade questo? Molto spesso per pura malafede e interesse privato: c'è un partito che agisce per evidenti interessi di bottega, che sa benissimo che i propri argomenti non sono difendibili in un'arena pubblica onesta, libera e razionale, sicché impedisce alla radice che il dibattito possa svilupparsi secondo i canoni che sarebbero indispensabili per giungere a conclusioni obiettive. Ma, altre volte, più che la malafede rifulge la vera e propria incapacità di dare vita a un confronto sensato tra posizioni diverse. Esempi clamorosi di ciò sono stati, a mio parere, i referendum del 2005 sulla procreazione assistita, in cui il quorum non fu raggiunto e il dibattito pubblico fu semplicemente avvilente (ricordo un politico che "argomentava" in TV le ragioni dell'astensione, asserendo che tutti i presenti erano stati un giorno embrioni). Ma anche il dibattito pubblico che ha preceduto gli ultimi referendum sul nucleare, l'acqua pubblica e il legittimo impedimento è stato asfittico, semiclandestino e deprimente: resto con l'impressione che il quorum sia stato raggiunto sulla base soprattutto di fattori emotivi, e cioè di argomentazioni non discusse pubblicamente con l'obiettività e la competenza che avrebbero richiesto.
Per concludere, penso che tutti quanti dovremmo fare uno sforzo per liberarci della mentalità calcistica, per non comportarci più da tifosi ma da cittadini responsabili. Abbiamo a disposizione strumenti potentissimi, ma abbiamo anche di fronte scelte difficili, che riguardano il futuro di tutti: senza razionalità, senza un dibattito pubblico democratico, serio, libero, onesto, pacato, non c'è possibilità di fare le scelte veramente giuste e necessarie. TAV o no-TAV? I rifiuti di Napoli dove devono essere smaltiti? Si deve concedere il diritto di voto agli immigrati oppure no?
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