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Terapie anti-gay a Reggio Emilia, ma per i cattolici è invasione di campo

Courage è un progetto patrocinato dalla Chiesa cattolica il cui scopo è, citando il loro sito, quello di “offrire accompagnamento spirituale alle persone con attrazione per lo stesso sesso ed ai loro cari”.

 Il che tradotto in parole semplici significa sostanzialmente che vengono creati gruppi di ascolto all’interno dei quali viene rappresentata negativamente l’omosessualità sulla base dei testi sacri, e fin qui saremmo ancora nell’alveo della libertà religiosa, ma allo stesso tempo si avviano percorsi di “conversione” utilizzando il metodo dei 12 passi, che come essi stessi ammettono viene normalmente utilizzato per curare forme di dipendenza come quella dall’alcol. A differenza di queste ultime però, le terapie di conversione all’eterosessualità, soprattutto quando praticate su minori, sono bandite in diversi Stati tra cui ben 15 nei soli Usa.

In Italia Courage è attiva in cinque diocesi, tra cui quella di Reggio Emilia. Due consiglieri comunali reggiani di area Pd, Dario De Lucia e Christian Vergalli, hanno recentemente presentato una mozione in cui si chiedeva al Consiglio comunale di prendere le distanze dalle associazioni che indicano l’omo­ses­sua­lità come una malattia e di valutare le loro attività sotto il profilo penale. Mozione che è stata poi approvata dal Consiglio, astenuti M5s e parte cattolica del Pd, contrarie le destre. La cosa è naturalmente risultata indigesta a chi sulle persone Lgbt ha un’opinione diversa, tra cui il quotidiano dei vescovi Avvenire e il sito ultracattolico La Nuova Bussola Quotidiana. Quest’ultimo ha pure puntato il dito sul titolo della Gazzetta di Reggio.

Il discutibilissimo principio di partenza su cui si basano entrambi è il medesimo: la Chiesa è indipendente è sovrana, il che è vero per sciagurato dettato costituzionale, quindi lo Stato non deve ficcare il naso nei suoi affari. Prima di analizzare quel “quindi” occorre però soffermarsi su cosa si intende per Chiesa cattolica. Potrebbe sembrare scontato ma in realtà non lo è affatto, perché la Chiesa ha ramificazioni e interessi ovunque che non sempre dipendono dal vertice ma sono realtà separate. La stessa Courage si autodefinisce sul suo sito, proprio nel comunicato stampa sulla vicenda in questione, un’associazione. Di associazioni cattoliche ne esistono a bizzeffe, così come ne esistono di non cattoliche e l’Uaar è una di queste, ma sono appunto associazioni indipendenti. Non sono Chiesa, nemmeno quando sono patrocinate o promosse dalle strutture cattoliche, e non possono quindi avvalersi del principio di sovranità riconosciuto alla Chiesa.

Se poi queste associazioni praticano attività contrarie all’ordine pubblico, a maggior ragione la pubblica amministrazione ha tutto il diritto di intervenire ed eventualmente sanzionare illeciti e reati. Nemmeno alla Chiesa — ed ecco che torniamo al “quindi” — è concesso di violare le leggi italiane nel territorio italiano, anche se il Concordato vincola la Repubblica ad avviare procedimenti penali a carico di ecclesiastici solo dopo aver avvisato i superiori gerarchici degli stessi ecclesiastici. L’indipendenza in questione non è una sorta di immunità per qualunque appartenente alla Chiesa; se così fosse, paradossalmente non sarebbe possibile procedere legalmente contro nessun ecclesiastico, nemmeno se coinvolto in reati gravi. E se questo vale per gli ecclesiastici, che sono organici alla Chiesa, figurarsi se non debba valere per chi svolge attività nella Chiesa da non ordinato. Da “laico”, come si diceva un tempo.

Senza contare che il principio di non ingerenza viene sistematicamente richiamato in modo pretestuoso e a senso unico: sempre come indipendenza della Chiesa dallo Stato, mai vice­versa. Eppure non sono mai mancate prese di posizione della Cei, quando non direttamente del Vaticano, su questioni interne allo Stato. A partire dai commenti sulle leggi ritenute inopportune, come ad esempio quelle sulle unioni civili e sul testamento biologico, passando per gli inviti all’astensione in occasione di referendum scomodi. Quando ciò avviene si invoca però la libertà di espressione, e magari si fa leva sul fatto che le prese di posizione non sono propriamente della Chiesa come istituzione ma dei singoli o, appunto, delle associazioni. Che dire poi del fatto che in nome della sussidiarietà vengono appaltati interi servizi a realtà ecclesiastiche, come ad esempio le scuole dell’infanzia o la Caritas dalle mille risorse, che poi violano senza problemi i più elementari principi democratici dello Stato. Anche questo è un modo per bypassare sistemi che dovrebbero garantire tutti.

Se però la Chiesa tiene così tanto a voler dire la sua in questioni che non la riguardano, la soluzione c’è: abolire il Concordato, innestato nell’art. 7 della Costituzione, eliminando così l’assurdo e anacronistico principio di indipendenza reciproca tra gli ordini dello Stato e della Chiesa. La Chiesa potrebbe così esercitare liberamente il diritto di esprimersi anche contro le istituzioni secolari, al quale ovviamente dovrebbe sottomettersi a tutti gli effetti, e le istituzioni da parte loro avrebbero il diritto non solo di sindacare sull’attività di qualunque ente rivendichi la sua cattolicità, cosa che hanno sempre potuto fare per quanto detto sopra, ma pure sulle attività della stessa Chiesa. Fino a quando ciò non avverrà, ci si limiti a occuparsi di questioni strettamente religiose e, in ogni caso, la si smetta di invocare indipendenza laddove l’indipendenza non è proprio prevista.

Massimo Maiurana

Questo articolo è stato pubblicato qui

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