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Suicidio assistito: nuova indagine per istigazione al suicidio, nell’attesa di una soluzione legislativa

La Procura della Repubblica di Catania ha in questi giorni notificato a Emilio Coveri, presidente dell’associazione Exit Italia, un avviso di garanzia con invito a comparire. L’ipotesi di reato contestata è quella di “istigazione al suicidio” ex art. 580 c.p., la stessa per cui Marco Cappato è attualmente sotto processo a seguito del suicidio assistito di Dj Fabo.

 Il caso di Coveri riguarda invece una donna quarantaseienne di Paternò (CT) affetta dalla sindrome di Eagle, una patologia invalidante che nelle sue manifestazioni più gravi provoca dolori e perdite di coscienza, che si era rivolta a Exit per avere informazioni riguardo a un possibile ricovero presso la clinica elvetica Dignitas, evidentemente con lo scopo di ricorrere al suicidio assistito. Proposito che ha poi avuto il suo epilogo il 27 marzo scorso, giorno del decesso della signora Alessandra Giordano a Zurigo.

In letteratura vengono descritti casi di successo nel trattamento chirurgico della sindrome di Eagle. Chiaramente non si può sapere se vi fossero state ragioni cliniche per le quali non è stato possibile procedere in tal senso per Giordano, o se piuttosto la signora non si è sentita di affrontare né la prosecuzione di una condizione invivibile né i rischi legati a un trattamento invasivo. Sembra però, a detta di Coveri, che per la famiglia Giordano la donna fosse semplicemente depressa, o almeno di questo cercavano di convincere la loro congiunta, e che certamente la famiglia contrastava l’intenzione di Giordano di mettere fine alla sua vita. Tant’è che tutto è partito proprio da un esposto presentato dalla famiglia presso la Procura di Catania, che ha inevitabilmente iscritto Coveri nel registro degli indagati.

Il punto però è: si può essere condannati a vivere un’esistenza insopportabile? Si può essere sottoposti obbligatoriamente a qualunque trattamento possibile, anche solo potenzialmente e parzialmente risolutivo, nel tentativo di prolungare la propria vita e quindi anche la propria agonia? Per l’Uaar ovviamente no, l’eutanasia attiva volontaria e il suicidio assistito rientrano tra gli obbiettivi dell’associazione che infatti si impegnò a suo tempo a raccogliere le firme per la proposta di legge d’iniziativa popolare che giace da tempo in Parlamento. Per gli italiani nemmeno, come certificato da vari sondaggi tra cui quelli di Eurispes. Per l’Italia il discorso è un po’ più complesso e risente di pressioni politiche varie.

Proprio nei giorni scorsi Marco Cappato e Mina Welby hanno attivato due presidi, presso la sede del Pd e presso il ministero di cui è titolare Luigi Di Maio, per sollecitare lo stesso Di Maio e Nicola Zingaretti a tenere conto dell’orientamento della maggior parte dei loro elettori, che nel caso del M5s è stato certificato anche da un voto plebiscitario sulla piattaforma Rousseau, e tirare fuori dal pantano istituzionale la discussione delle proposte di legge sul tema, a partire appunto da quella di iniziativa popolare. Il 24 settembre prossimo scade infatti il termine fissato dalla Corte costituzionale per la riapertura dell’esame del caso Cappato, processato per il reato di aiuto al suicidio dalla Corte di Assise di Milano che ha poi sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., e il cui esito è appunto sospeso in attesa di iniziative legislative determinanti.

Purtroppo però di queste iniziative al momento non si discute per nulla, nonostante siano passati ben nove mesi dalla sospensione della Consulta, e non sembrano esserci molte possibilità che si riuscirà a farlo in tempo utile. Se escludiamo la pausa agostana rimarrebbe infatti circa un mese e mezzo a disposizione: decisamente troppo poco. Le due principali forze politiche che potrebbero sbloccare la situazione sono di fatto spaccate al loro interno e incapaci di prendere posizione, mentre dagli altri fronti sono arrivate perfino proposte in senso ancora più restrittivo rispetto allo stato delle cose. L’ultima parola spetterà quindi alla Corte costituzionale, un volta che l’anno di tempo lasciato al legislatore sarà trascorso inutilmente, e se vale il principio che anche l’immobilismo può essere strategico la situazione non sembra affatto rosea.

Massimo Maiurana

Questo articolo è stato pubblicato qui

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