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Spesa pubblica: nel paese degli assistiti

Sul Sole un articolo di Marco Rogari segnala (o meglio, conferma) una costante pluriennale, che tutti ci sforziamo di non vedere: in Italia non esiste alcuna revisione di spesa pubblica mentre la tendenza all’aumento di spesa corrente, sotto le grandi idrovore di previdenza e assistenza, procede inarrestabile.

In vista della presentazione del Documento di economia e finanza (DEF), che dovrebbe avvenire il 10 aprile, un dossier della Ragioneria generale dello Stato (Rgs) segnala che sono previsti

[…] meno di 900 milioni annui (per la precisione 856 nel 2019) nel triennio di revisione della spesa vera e propria, secondo la Rgs (600 milioni quelli indicati per quest’anno dai tecnici della Camera). Con il contributo degli altri tagli (all’immigrazione e alla difesa) l’asticella di risparmi di spesa sale, a fini dell’indebitamento Pa, a circa 1,4 miliardi l’anno tra il 2019 e il 2021, al netto delle riprogrammazioni e rimodulazioni (che contribuiscono a rendere molto più significativo l’effetto contabile).

A ciò andranno sommati, con alta probabilità, i due miliardi di tagli semi-lineari concordati con la Commissione Ue in caso di sforamento del target di deficit-Pil. Ma se questi 850 milioni per il 2019 sono una previsione, ad oggi nulla è ancora accaduto, come segnala un dossier del dipartimento Bilancio del servizio studi della Camera, che recita:

Per l’esercizio finanziario 2019, la procedura di revisione della spesa dei ministeri non ha avuto luogo.

Nel frattempo, l’incidenza della spesa pubblica per “previdenza, assistenza ed altre politiche di sostegno”, che include le politiche sociali e per le famiglie, tocca nel 2019 il 23,6% delle uscite, contro il 22,8% del triennio precedente. L’incremento è imputabile a Quota 100 e reddito di cittadinanza.

Come segnalo da anni, l’incomprimibilità della spesa pubblica corrente dovrebbe essere acquisita come un fatto compiuto. L’Italia, per motivi demografici fortemente avversi ma anche di manifesto spiazzamento dell’economia nazionale rispetto al contesto internazionale della divisione del lavoro, è sempre più un paese di pensionati e di “messi a riposo” precocemente, perché logori o inadatti all’evoluzione tecnologica e professionale dell’economia.

Una ininterrotta ed incoercibile operazione di rottamazione umana, che poi è quella di un intero paese. Del tutto palese che, quando esiste una simile spinta alla spesa corrente con finalità “sociali”, i margini per altri tipi di spesa, segnatamente quella per investimenti (che ha ormai assunto connotati magico-leggendari su cui si esercitano ormai quotidianamente i nostri editorialisti di sistema), tendono a scomparire, e quella stessa spesa diviene la candidata perfetta ad essere immolata sull’altare della spesa corrente.

Chiariamo, per l’ennesima volta, che la tendenza a sopravvalutare la revisione di spesa non è nata e con questo cosiddetto (s)governo.Basterebbe non avere memoria corta. Come ricorda Rogari nel suo articolo,

Negli ultimi due anni la spending review vera propria ha proseguito la sua navigazione al ritmo di non più di un miliardo l’anno (considerando anche le misure “indirette” si sale a più del doppio nel 2018 e si resta comunque sotto gli 1,5 miliardi nel 2019). Tra il 2014 e il 2017 risultavano invece realizzati tagli “cumulati” per quasi 30 miliardi, ma quasi tutti erano stati immediatamente utilizzati a “copertura” di misure espansive come il bonus degli 8o euro o quelle sul lavoro.

Noi la ricordiamo benissimo, quella dinamica della scorsa legislatura, col governo pro tempore impegnato a sbandierare questi mega tagli, poi costretto a ripiegare sulla “riallocazione” dei tagli lordi verso attività di spesa più “efficaci ed efficienti”. Erano gli anni ruggenti di Lordonia, ricordate?

È appena il caso di ricordare che questa tendenza alla inarrestabile espansione della spesa sociale finisce dritta in rotta di collisione sia con la recessione del paese che soprattutto con l’aumento della spesa per interessi causato dal “premio sovrano” che il nostro paese paga da inizio legislatura sul costo delle nuove emissioni di titoli di stato.

Che fare, per continuare a far girare questa giostra infernale? Due sole cose, visto che la situazione appare in corso di avvitamento, sia pure al rallentatore. La prima è l’aumento della pressione fiscale, destinato a realizzarsi più dal versante patrimoniale che da quello del reddito. Il secondo è l’aumento di compartecipazione alla spesa pubblica, soprattutto quella per sanità e trasporto pubblico locale, cioè la ridefinizione del perimetro di spesa pubblica, altro tema che fa da convitato di pietra sul futuro della sostenibilità dei conti pubblici italiani.

Ovviamente, non si tratta di misure “virtuose”, soprattutto quella relativa all’aumento di imposizione fiscale. Si tratta in realtà della triste storia del paese che divorò se stesso, ed anche di questo topos scrivo da molti anni. Spiazzati dalla demografia avversa e da un modello di sviluppo malato (terminale), il futuro non pare offrire altro che un inesorabile declino ed impoverimento materiale, che va in parallelo a quello civile.

Un paese impoverito, spaventato, arrabbiato, con gruppi sociali che si azzuffano a sangue per strapparsi brandelli di carne, più che fette di una torta sempre più piccola ed irrancidita, tra recriminazioni e dita puntate contro un “liberismo” immaginario. Mentre quello che ha fottuto l’Italia è stato un tossico cocktail che potremmo definire “anarco-socialista”, fatto di espansione della spesa pubblica inseguita dalla tassazione, e dove lo Stato è parte avversa e non parte essenziale della propria vita comunitaria.

A proposito di Zeitgeist, cioè del degrado di un discorso pubblico dove è saltato il senso di logica e ridicolo, e dove impazzano personaggi che sono la rappresentazione fisica del fallimento del paese (oltre che del suo sistema educativo), sia messo agli atti questo delirante discorsetto sulla revisione di spesa, che è quella attività immaginaria che segue l'”attingere” al deficit, perché “i soldi ci sono”. Le forbici sarebbero molto utili per tagliare alcune lingue.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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