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 Home page > Attualità > Politica > Simboli elettorali e crisi della politica: la corsa ai personalismi

Simboli elettorali e crisi della politica: la corsa ai personalismi

L’ubriacatura generale della Seconda Repubblica passa anche per i simboli elettorali, che sono forse l’emblema più rappresentativo della sua involuzione, ma anche del cambiamento sostanziale della costituzione materiale di cui parla il Prof Giannuli in uno dei suoi ultimi libri. Tutto è cominciato con il passaggio nel 1993 dal sistema proporzionale al sistema maggioritario, che sembra appunto aver cambiato la nostra forma repubblicana, trasformandola in una Repubblica Presidenziale o simili.

di Ivan Giovi

Nella nostra Repubblica le elezioni non servono a eleggere il Governo o il Presidente del Consiglio dei Ministri, come accade per esempio in Inghilterra (si potrebbe dire anche Francia o USA, ma l’equivalente italiano in questo caso sarebbe il Presidente della Repubblica), ma il Parlamento e da sempre è stato così. Mai in nessuna elezione, fino al 1993, ci fu l’indicazione – addirittura nel simbolo elettorale – di una certa personalità come Presidente del Consiglio. Addirittura, fino alla rottura imposta da Spadolini nel 1981, era prassi non scritta che nessun segretario di partito potesse essere Presidente del Consiglio, polemica che riesplode periodicamente di solito nei partiti che si rifanno ad ideali della sinistra. Questo non accade nei partiti tipicamente di destra perché ormai diventati partiti verticistici o personalistici. Forza Italia senza Berlusconi non esisterebbe, discorso che forse è più attenuato per la Lega, che è più un partito verticistico.

Nel nostro paese il Governo viene nominato dal Presidente della Repubblica, dopo i normali colloqui, su indicazione della maggioranza che esce dalle urne o della coalizione formatisi in seguito. Quindi ci sono tecnicamente gli estremi per considerare incostituzionali (o truffaldini), se non di fatto per lo meno in modo sostanziale, i simboli elettorali che individuano un candidato Premier (dizione oltretutto ancora più impropria, perché l’Italia è molto lontana da essere un Premierato). Appunto perché come abbiamo appena detto, con le elezioni non si elegge il Presidente del Consiglio, ma il Parlamento.

Tale involuzione culturale, potremmo ricondurla in parte, all’involuzione che vede ormai tutti i partiti dell’arco costituzionale puntare più sull’aspetto personalistico e mediatico rispetto al programma. Sono ormai le persone che fanno la differenza e non i programmi, lo ha detto anche Bertinotti recentemente apparso a Tagadà su La7: “Noi siamo chiamati a votare su chi va al Governo, ma non su che politiche fa”, come se cosa fa chi va al Governo non fosse più affar nostro.

Processo anche questo involutivo dato dalla globalizzazione neoliberista, ci preoccupiamo della personalità che sta meglio sui palcoscenici televisivi, che parla meglio, che ci racconta meglio di come vanno bene le cose, per poi disinteressarci il giorno dopo di quello che fa, di che politiche porta avanti. In linea con il concetto di uno Stato minimo, che deve fare strade, condannare la gente, far funzionare le infrastrutture materiali che servono all’industria, ma non intromettersi in nient’altro.

Forse andrebbe riscoperta una nuova dimensione politica, di militanza, di capacità, di meritocrazia. Il neoliberismo si fa vanto di considerare il merito come ossatura principale del valore di una persona, ma poi di pari grado in politica sembra dimenticarsene, forse perché le menti migliori ritiene che debbano andare alla finanza. Ormai è un processo venticinquennale di abbandono, da parte della classe politica, dirigenziale e di Governo, di competenza e abilità, dato anche dal fatto che crediamo di votare in un certo modo, ma la nostra forma Costituzionale parla chiaro e sarebbe forse giusto diffidare di quei partiti che ritengono di dover mettere il nome del candidato Premier nel simbolo elettorale.

Non foss’altro che per una questione meramente di numeri, perché nessuno di quelli presenti sui simboli diventerà Premier, sono perciò destinate ad essere delle promesse decisamente vuote.

Ivan Giovi

Questo articolo è stato pubblicato qui

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