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Se Facebook censura l’Antifascismo e neanche spiega perché

Sono una giornalista pubblicista che dal 1990 dirige La Nuova Alabarda, testata giornalistica regolarmente iscritta al Tribunale di Trieste (n. 798 d.d. 16/10/1990). Nel 2013 ho aperto una pagina FB a nome della testata, com’è d’uso per gli organi di stampa.

di Claudia Cernigoi

 Nel corso di questi sei anni ho pubblicato una quantità immensa di articoli di attualità e di approfondimenti, soprattutto sul tema del fascismo e del neofascismo, della strategia della tensione e della storia del confine orientale (con particolare riferimento alle tematiche della Resistenza e della questione delle “foibe”); ma mi sono anche occupata di legalità, di antimafia, di ecologia, diritti civili, di rilanci di comunicati sulla situazione internazionale e via discorrendo. A corredo di tutto ciò un’amplissima galleria fotografica che documentava le manifestazioni pubbliche avvenute a Trieste ma non solo.

Ieri ho ricevuto un laconico quanto lapidario annuncio dal non meglio identificato “Team di Facebook” che mi comunicava che la pagina della Nuova Alabarda non era più pubblicata, e dopo circa una mezz’ora dalla contestazione della decisione da me inviata, per chiedere quantomeno i motivi che avevano portato a questa cancellazione, la pagina è scomparsa del tutto, con il contenuto di sei anni di lavoro giornalistico di indagine e informazione, lavoro che ho perso irrimediabilmente (è vero che i testi e le foto sono ancora presenti nel mio computer, ma l’impaginazione di articoli nelle note FB e la scelta di foto per gli album sono cose che non si possono recuperare ma devono essere rifatte da capo; senza contare che non ho neppure più l’indice di quanto ho pubblicato nel tempo).

Non è la prima volta che FB censura i miei articoli, in base a segnalazioni pretestuose quanto bugiarde effettuate da persone cui dà fastidio il mio lavoro, soprattutto di informazione sul neofascismo: sono stati cancellati, in quanto avrebbero “violato gli standard” di FB tutti i post nei quali denunciavo con foto gli imbrattamenti neonazisti di monumenti e lapidi (ad esempio il mio profilo è stato bloccato per un mese, l’anno scorso, perché avevo denunciato l’imbrattamento con svastiche della lapide che ricorda gli agenti della scorta di Moro, foto che avevo peraltro tratto da altre pagine di informazione online), sono state cancellate le foto di scritte corredate di simboli nazisti esoterici che avevo pubblicato a necessario corredo di un’analisi sulle medesime scritte comparse a Gorizia (analisi che ha riscosso l’approvazione anche di personale di polizia giudiziaria); la mia pagina personale è stata ripetutamente bloccata (lo è tuttora) in quanto vengo “monitorata” in modo francamente inquietante da qualcuno che cerca tutto ciò che posso avere scritto in FB, anche a livello di commenti in profili altrui, andando a segnalare anche scritti di due o tre anni fa, in cui compaiono o simboli nazisti o la parola “negri”, vietata da FB (l’ultimo blocco mi è stato imposto perché in un commento di tre anni fa avevo scritto “sono neri, non negri”). 

Tale accanimento nei miei confronti è piuttosto pesante da subire, in quanto comporta il blocco della mia attività di informazione su uno dei canali social più frequentati.

Negli ultimi due mesi, in seguito alla pubblicazione di un libro sui processi per le foibe triestine (“Operazione Plutone“, edito dalla Kappa Vu di Udine, nel quale ho analizzato una serie di procedimenti giudiziari, spiegando come l’eccidio avvenuto presso l’Abisso Plutone sul Carso triestino non fu commesso da partigiani o militari jugoslavi, ma da un gruppo di criminali comuni infiltrati), sono stata bersagliata da commenti e da messaggi contenenti anche minacce di morte: in base alla (falsa e calunniosa) accusa di essere una “negazionista delle foibe”, molti commentatori hanno scritto che per questo motivo dovremmo io stessa, nonché la mia editrice Alessandra Kersevan, venire “infoibate”, in una sorta di dantesco contrappasso, o, forse, rivendicazione a conferma di una delle cose che ho scritto (citando documenti del Ventennio) relativamente all’uso delle foibe da parte fascista come metodo di eliminazione degli avversari.

Dopo l’ennesimo post (Alex Cioni di CasaPound Schio) che mi “sputtanava” perché avevo spiegato come l’idea di “infoibare” i nemici e molti “infoibamenti” concreti fossero stati opera dei fascisti, tale Valentina Ferro Rottermaier, di Vicenza, ha commentato “perché non buttiamo dentro anche lei” (nelle foibe, si intende); ho pertanto scritto un post nel quale evidenziavo che il comportamento dei fascisti che mi accusano di mentire perché dico che le foibe sono un’invenzione fascista e poi minacciano di “infoibarmi” è una conferma a quanto sostengo io, la Ferro Rottermaier ha commentato sulla mia pagina con toni pesanti che lei non mi aveva minacciata ma aveva solo fatto del “sarcasmo” e che l’avrei capito se avessi “più di un neurone”. Dopo averla cancellata e bloccata, ho visto che aveva pubblicato un commento sulla pagina Cioni, in cui diceva che stava facendo un sacco di screenshot delle mie pagine, ed il giorno dopo mi è comparso il messaggio di cancellazione da parte di FB.

Non è il mio l’unico caso di censura FB: altre pagine che trattano di antifascismo sono state chiuse, senza motivazioni plausibili. E’ ovvio che se devo denunciare un comportamento neofascista (scritte, saluti romani) devo anche corredare di foto, a mo’ di prova, quanto sostengo: ma se la foto di denuncia viene cancellata perché “viola gli standard”, senza considerare il testo che sta a fianco, alla fine la censura colpisce gli antifascisti e non i fascisti.

Mi scuso per la lunghezza del comunicato, ho cercato di essere il più sintetica possibile, se avessi pubblicato anche tutti i messaggi di insulti e minacce (una quarantina circa di cui quattro con minacce gravi) avrei riempito diverse pagine.

Vi ringrazio per la pazienza e se vorrete condividere questa denuncia, anche per cercare di far cambiare modalità operativa ai gestori (che non è possibile contattare, tra l’altro) di FB Italia.

Cordialmente, Claudia Cernigoi

Questo articolo è stato pubblicato qui

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