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Revenge Porn: da oggetto a soggetto sessuale. Il caso di Emma Holten

Quattro anni fa è stata vittima del "Revenge Porn" e ha trovato una risposta: pubblicare sue foto nuda on line, per riprendere il controllo della sua immagine. La storia di Emma Holten, che sta facendo discutere. 

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Una delle immagini di Emma Holten nel servizio fotografico realizzato da Cecilie Bødker.

"Una nuova storia per il mio corpo" è la traduzione approssimativa dell'articolo con il quale Emma Holten ha fatto il suo "outing". Si tratta di una gallery di immagini dove la giornalista danese viene ripresa in un ambiente domestico parzialmente svestita: mentre legge, si lava i denti, si veste. Perché è interessante? 

Emma Holten ha scelto di posare nuda perché lo ha già fatto in passato, suo malgrado. Nel 2011 è stata vittima del "Revenge Porn", la vendetta attraverso la pornografia. Di solito si tratta di un ex fidanzato che per vendicarsi mette in Rete immagini o video intimi della sua ex partner, ovviamente senza il consenso di quest'ultima. Il fenomeno tocca nel 90% dei casi le donne: nel 59% dei casi le immagini o i video vengono postati con il nome e cognome della persona, nel 49% dei casi con i riferimenti dei suoi account social, nel 26% dei casi con la mail dell'interessata. (Dati endrevengeporn.org). 

Revenge Porn By the Numbers - An Infographic from End Revenge Porn

Dopo la pubblicazione delle sue foto Emma ha ricevuto moltissime email, quasi sempre si trattava di insulti e offese, qualcuno arrivava fino alle minacce. «I tuoi genitori sanno che sei una puttana?», «Se non mi mandi altre foto mando queste al tuo capo», per esempio. Tutti i messaggi erano da parte di uomini. «Ero diventata una delle centinaia di migliaia di ragazze parte dell'industria pornografica senza aver mai acconsentito». Quando ha poi contattato alcuni dei siti dove le sue foto erano state pubblicate perché venissero cancellate le è stato riposto che, prima di tutto, non avrebbe dovuto farsi fotografare in quel modo. 

Emma ha raccontato la sua esperienza su Hysterical Femminism e ha deciso di fare una cosa diversa: ha contattato una fotografa, Cecilie Bødker, e ha chiesto di essere fotografata, nuda. 

Nel video qui sotto, realizzato dal Guardian Emma racconta come e perché lo ha fatto: per riprendere l'immagine del suo corpo in mano, per de-sessualizzzare la sua immagine e per fare un gesto che rispondesse a quello, disumanizzante, del suo ex, racconta Emma.

La chiave è il consenso: non importa cosa fai e come lo fai, come vivi la tua intimità o il sesso. La questione è se hai dato il consenso (e sei un soggetto attivo) oppure se diventi un oggetto. 

 «Avevo bisogno di scrivere una nuova storia sul mio corpo, per potermi vedere di nuovo come un essere umano» (...)

«Queste foto sono un tentativo di essere un soggetto sessuale, invece che un oggetto. Non mi vergogno del mio corpo, ma è il mio. Il consenso è la chiave. Come lo stupro e il sesso non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro, dellle foto pubblicate senza consenso o con il consenso della protagonista sono due cose molto diverse». (...)

E chi guarda o consuma questo tipo di materiali (il Revenge Porn)? «Cercare di vedere delle foto o dei contenuti ottenuti in questo modo è partecipare attivametne al processo di disumanizzazione del corpo femminile (...). Farlo significa dimenticare che nessuna persona deve essere ridotta ad un oggetto». 

Quella di Emma non è una "vendetta", anche se così è stata definita da alcuni dei giornali che, in Italia, hanno riportato l'informazione (ecco Il Giornale, Leggo, il MattinoToday) con chiaramente - e per "dovere" di cronaca - la gallery completa. Quello di Emma, che piaccia o meno, è un atto automono e indipendente, che non ha lo scopo di ferire o di colpire la persona che le ha creato un danno. Semplicemente riprende uno spazio che, suo malgrado, le è stato dato. Senza consenso. 

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