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Reddito di cittadinanza | Centri per l’impiego: l’opportunità per rifondarli

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

alla fine pare di aver capito quali saranno le fonti di finanziamentodel reddito di cittadinanza. Un pot pourri proveniente in parte da politiche passive (Naspi, Asdi e DisColl), da finanziamenti europei (Garanzia Giovani), da politiche sociali (Rei, reddito di inclusione sociale) e da bonus (gli 80 euro e i 500 euro per studenti congegnati da Renzi). Vedremo con la legge di bilancio per il 2019 se i circa 17 miliardi reperiti tramite la nuova destinazione delle risorse finalizzate agli interventi descritti prima saranno confermati.

Nel frattempo, oltre agli interrogativi sull’effettiva sostenibilità della spesa e sulla sua adeguatezza a sostenere una platea di circa 5 milioni di potenziali destinatari, senza creare sacche di lavoro nero o comunque di disincentivo al lavoro, si pone anche la domanda sull’effettiva capacità del sistema pubblico di indurre le persone ad abbinare davvero il reddito di cittadinanza con la ricerca attiva di lavoro.

A questo proposito, il sistema del reddito di cittadinanza punta molto sull’attività dei centri per l’impiego, considerati come il motore dell’impianto, gli uffici che per un verso dovranno fare da punto di contatto con i cittadini e, per altro verso, attivarli e controllare il rispetto del condizionamento della percezione del reddito all’accettazione di proposte di lavoro e formazione, da sottoporre periodicamente ai percettori, per evitare che il tutto si trasformi in un mero sussidio.

L’osservazione è corretta. Ma vi è da aggiungere che la situazione attuale dei centri per l’impiego rende difficilissima, al limite dell’impossibile, qualsiasi misura di ricerca attiva e di accompagnamento alla ricerca del lavoro. Soffermarsi sulla constatazione che le condizioni dei centri per l’impiego non consentono di attivare progetti nuovi (a prescindere dalla valutazione tecnica e politica che di essi se ne possa dare) non basta. Da essa si dovrebbe partire per decidere se rafforzare i servizi, oppure se sopprimerli del tutto ed affidare la ricerca del lavoro solo al privato; oppure, ancora, se attivare un sistema di collaborazione pubblico-privato.

Sappiamo, caro Titolare, che se i centri per l’impiego versano nelle condizioni attuali tali da lasciar fondatamente dubitare della loro capacità effettiva di fare da cardine per il reddito di cittadinanza, questo è responsabilità chiara di 25 anni circa di scelte finalizzate molto chiaramente al loro depotenziamento. I Cpi sono stati trasferiti dal Ministero del lavoro alle province nel 1999. Alle province i pochissimi finanziamenti a sostegno dell’acquisizione dei nuovi uffici sono stati definitivamente sottratti nel 2011; nel 2012 è stato imposto loro il blocco assoluto delle assunzioni; nel 2014 la devastante legge Delrio ha innescato l’ulteriore processo di soffocamento dei bilanci ed avviato un altro trasferimento dei servizi, destinazione Regioni, che ancora nel 2018 non si è concluso.

Nel frattempo, gli investimenti complessivi sono fermi da anni a non più di 700 milioni di euro, contro i 9 miliardi della Germania. E i dipendenti, già pochissimi 20 anni fa, si sono ridotti a circa 7.000 contro i circa 100.000, sempre della Germania, Paese nel quale non è che agenzie private siano assenti, né si può considerare arretrato sui sistemi informativi e le risorse digitali utili e necessarie in un moderno sistema di ricerca del lavoro.

Il tema del rafforzamento dei servizi pubblici per il lavoro, senza prescindere da una loro virtuosa collaborazione con i privati, dunque, si pone. Ad onor del vero, il vice premier negli scorsi mesi ha annunciato una spesa di 2 miliardi, da destinare proprio ai centri per l’impiego. Ora, Titolare, non si è mai capito se questi 2 miliardi siano una tantum, stabili e se siano aggiuntivi o parte dei 17 miliardi che si prevede di destinare al reddito di cittadinanza.

Fermi restando tutti i dubbi e le incertezze sul merito del progetto, tuttavia il Governo potrebbe contare su un “jackpot” utile ad evitare di sottrarre 2 miliardi dai 17 previsti, già di per sé probabilmente non sufficienti a raggiungere tutti i potenziali destinatari del reddito di cittadinanza, almeno con cifre mensili “decenti”.

Non dimentichiamo che parallelamente al progetto caro ai 5 stelle, il Ministro della funzione pubblica ha avanzato l’idea di assumere nel 2019 450.000 dipendenti pubblici. Ora, caro Titolare, è fin troppo evidente che 450.000 assunzioni se sono effettuate al solo scopo di sostituire il personale cessato, negli stessi ruoli e profili, nelle stesse mansioni e per coprire i vuoti dei medesimi uffici, rischiano di tradursi in una spesa poco utile.

L’ondata di assunzioni prevista, ha un costo di circa 17 miliardi. Portare i centri per l’impiego ad una dotazione di personale tale da poter reggere davvero l’impatto del reddito di cittadinanza e di qualsiasi progetto di aiuto al lavoro ampio e diffuso, e, finalmente, tale da poter paragonare le risorse italiane a quelle dei Paesi competitori, significa creare una dotazione di almeno 30.000 unità, con psicologi del lavoro, esperti di promotori per le aziende, specialisti dell’incontro domanda/offerta e dei mercati del lavoro locali.

Sarebbe opportuno, allora, giocarsi il jackpot e combinare le politiche. Il Governo dovrebbe agire collegialmente e comprendere che l’investimento sui centri per l’impiego va trovato, per quanto riguarda il personale, non tra le risorse destinate alle politiche del lavoro, bensì tra quelle che si vogliono investire nel pubblico impiego, per modificarne la struttura, la composizione, le professionalità (e questo vale in generale: servono competenze e professionalità nuove, meno addetti ai servizi organizzativi ed interni, più esperti del digitale, dei controlli tecnici, della nuova economia).

I 2 miliardi di cui ha parlato Di Maio per i centri per l’impiego dovrebbero essere una parte dell’investimento che si prevede per il ringiovanimento e l’ammodernamento della PA, perseguito da Giulia Bongiorno. E sarebbe un segnale di capacità di dialogo e programmazione collegiale all’interno del Governo.

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Caro Luigi, ti ammiro molto per la tenacia con cui analizzi razionalmente ed in chiave fattiva ciò che è soltanto parte di un’improvvisazione primordiale. Ti sarai accorto che il tempo dei “due miliardi per i CPI, partiamo con quelli!” è ormai tramontato da mesi, ed in precedenza era precocemente tramontata la bislacca idea che in Italia ci fosse il problema di porre in collegamento domanda ed offerta di lavoro, e che la causa determinante di ciò fosse lo stato comatoso ed indegno dei Centri per l’impiego. Oggi è sempre più evidente quello che segnalavo da subito: a questi personaggi, dei Centri per l’impiego non può fregar di meno. I loro ideologi accademici li considerano la foglia di fico per fare “redistribuzione” (sic), mentre la sola cosa che conta è dare soldi a pioggia “per sostenere la domanda aggregata”. Alla fine, gli organici dei Centri potranno anche essere rafforzati, ma sarà solo l’ennesima finzione “keynesiana” per dare occupazione a chi ci lavorerà, non a quelli che vi si rivolgeranno. (MS)

A questo proposito, è necessario chiedersi se i centri per l’impiego siano in grado di affrontare la sfida. Il sempre puntuale Francesco Seghezzi, direttore di Adapt, su Twitter ha avviato un interessante confronto sul tema dell’attuale impossibilità per i centri per l’impiego di sostenere il sistema nelle condizioni in cui si trovano attualmente.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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