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Quei prof ribelli e l’astensione dalla valutazione della ricerca

Hanno protestato contro le condizioni contrattuali e contro un sistema di valutazione che, a detta di molti, non riesce davvero a premiare il merito: sono i professori e ricercatori italiani che si sono rifiutati di partecipare alla valutazione dell'ANVUR.

da Viola Bachini

APPROFONDIMENTO – Qualcuno li ha chiamati “i docenti ribelli”. Lo scorso novembre, quando è iniziata a montare la protesta, in 14 044 ricercatori e professori universitari italiani avevano firmato una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, rivendicando lo sblocco degli scatti stipendiali nella docenza universitaria. Nelle scorse settimane, molti hanno deciso di sottrarsi alla valutazione del proprio lavoro.

La protesta
La situazione è esplosa negli ultimi mesi, nella “primavera delle università”, come l’ha definita qualcuno. Entro il 14 marzo scorso tutti i ricercatori delle università con contratto stabile avrebbero dovuto presentare una selezione di pubblicazioni in modo che l’ANVUR, l’ente istituito proprio per dare i voti alla ricerca nel nostro Paese, potesse stilare una classifica degli atenei più virtuosi. Il termine tecnico della procedura è VQR, acronimo che sta per Valutazione della Qualità della Ricerca. Da queste pagelle spesso dipende il destino dei progetti delle università e dei lavoratori precari: occupare una posizione più alta in classifica significa ricevere più fondi da parte del ministero e quindi poter andare avanti con gli studi.

Una percentuale importante di docenti, tuttavia, per protesta, si è rifiutata di caricare nel sistema le pubblicazioni. Si parla di circa l’otto per cento dei docenti, con punte del 30% nell’Università del Salento e 23% in quella di Pisa.

L’ANVUR ha così deciso di prorogare i termini di inserimento di un ulteriore mese, fino al 15 aprile scorso, quando si è chiusa definitivamente la procedura, con un’astensione media pari al 6,2%.

Le ragioni


Che cosa ha spinto un gruppo di ricercatori a boicottare la VQR, rischiando di perdere finanziamenti? Ad Anna Iuliano, professoressa al Dipartimento di Chimica dell’Università di Pisa e portavoce della protesta per la città della torre, il termine “boicottaggio” non piace: “Preferisco parlare di un’astensione temporanea, perché se il ministero ci avesse dato un segnale della volontà di accettare le nostre richieste noi saremmo stati ben lieti di essere valutati”. Le richieste, spiega la ricercatrice, riguardano le condizioni contrattuali. “Vogliamo essere trattati come tutti gli altri lavoratori del comparto pubblico e le categorie non contrattualizzate. Tutti questi lavoratori hanno visto lo sblocco degli scatti degli stipendi a partire dal gennaio 2015 e il riconoscimento ai fini giuridici dell’ultimo quadriennio di servizio”.

A Pisa, cuore della protesta, in più di 300 tra ricercatori e docenti hanno firmato la letteraindirizzata al consiglio di amministrazione dell’Università, manifestando l’intenzione di astenersi dalla VQR. “Come più volte ribadito, qui non si tratta meramente di una protesta contro il danno economico subìto, pure ingente: qui la protesta è rivolta contro il trattamento discriminatorio e punitivo cui il personale universitario è ingiustificatamente sottoposto, unico in tutto il pubblico impiego”, si legge nella lettera aperta.

La protesta non riguarda solo gli stipendi. “Le ragioni di chi chiede un miglioramento della condizione contrattuale si stanno sovrapponendo a quelle di chi vuole mandare un segnale sulla VQR. Questo sistema di valutazione, a detta di molti colleghi, fa acqua da tutte le parti. E, soprattutto, non assolve al suo compito principale, che è quello di premiare il merito”, prosegue Iuliano.

Dopo la chiusura definitiva dei termini al 15 aprile scorso, i professori ribelli vanno avanti. “Speravamo in un’apertura che ancora non c’è stata, né da parte del ministero né del Presidente del Consiglio”.

I rettori
La percentuale di astensione alla VQR alla seconda proroga sembra molto bassa. Talmente bassa che a una prima valutazione potrebbe sembrare rappresentare il fallimento della protesta.

Iuliano però racconta una situazione paradossale: lei stessa, portavoce della protesta, risulta tra i docenti che hanno caricato le pubblicazioni per la valutazione. “A Pisa c’è stato un prelievo di ufficio dei prodotti della ricerca dei singoli docenti”. L’inserimento forzato non c’è stato in tutte le università e la decisione è a discrezione del rettore. Alla Sapienza di Roma, per esempio, il rettore ha deciso di non sottoporre a valutazione nessuna pubblicazione senza il consenso degli autori.

A Pisa, una delle università dove la protesta è stata più sentita, anche a livello di adesioni da parte dei docenti, Iuliano e gli altri avevano inviato una lettera di diffida al rettore chiedendo di non procedere all’inserimento delle pubblicazioni senza il loro permesso. Le pubblicazioni tuttavia, sono state caricate.

Per la ricercatrice, si tratta di un’occasione persa: “Stavamo mettendo nelle mani del rettore un’arma potentissima per poter finalmente chiedere che venisse riconosciuto il merito di chi fa ricerca. Purtroppo ha prevalso la paura di perdere punti nella classifica ANVUR e, di conseguenza, fondi”.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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