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Quando la psichiatria territoriale arretra, la Tuscia risponde con la terra: la rivoluzione silenziosa della Fattoria di Alice

La storia del welfare italiano è un cantiere permanente di riforme incompiute: un patrimonio di leggi avanzate e principi innovativi che troppo spesso si scontra con risorse insufficienti, servizi fragili e una quotidianità fatta di difficoltà per le persone con sofferenza psichica e per le loro famiglie.

di Alice di Laura Tussi su FARO DI ROMA

A partire dalla legge Basaglia, l’Italia ha scelto di superare il manicomio come luogo di segregazione, affermando un principio radicale: restituire dignità, diritti e cittadinanza alle persone con disturbi psichici. Ma il passaggio dalla riforma alla sua piena attuazione si è misurato, e continua a misurarsi, con le difficoltà della sanità pubblica, con la disomogeneità dei servizi territoriali e con il peso spesso insostenibile che ricade sulle famiglie.

È dentro questa realtà che la Tuscia offre una testimonianza significativa di cittadinanza attiva. Una storia nella quale l’impegno delle famiglie non si limita alla richiesta di assistenza, ma diventa capacità di costruire relazioni, opportunità e percorsi concreti di inclusione.

Trent’anni di impegno contro lo stigma

Nata nel 1993, l’Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia rappresenta da oltre trent’anni un punto di riferimento per un territorio nel quale la questione della salute mentale continua a interrogare istituzioni, servizi e comunità.

La sua esperienza non si è esaurita in una funzione assistenziale. L’associazione ha svolto anche un ruolo di sollecitazione nei confronti delle istituzioni e dei servizi pubblici, contribuendo a mantenere al centro il tema dei diritti e della partecipazione sociale delle persone con sofferenza psichica.

È una prospettiva che mette in discussione un’idea ancora troppo diffusa: quella secondo cui la salute mentale riguarderebbe esclusivamente il singolo e la sua famiglia. Al contrario, la sofferenza psichica coinvolge l’intera comunità e chiama in causa il modo in cui una società costruisce inclusione, relazioni e opportunità.

La Fattoria di Alice: dalla cura alla partecipazione

È in questo percorso che si colloca l’esperienza della Fattoria di Alice, progetto nel quale l’agricoltura sociale diventa uno strumento concreto di inclusione e di riabilitazione.

La terra, il lavoro manuale, la relazione con gli altri, la responsabilità e la possibilità di vedere riconosciuto il proprio contributo assumono un valore che va oltre la semplice attività occupazionale. Il lavoro agricolo diventa occasione per recuperare autonomia, relazioni sociali e senso di appartenenza alla comunità.

La persona con sofferenza psichica non viene così considerata soltanto nella dimensione della malattia o del bisogno assistenziale, ma nella sua complessità: come persona capace di fare, produrre, partecipare e assumere responsabilità.

È questo forse l’aspetto più significativo dell’esperienza: spostare il baricentro dalla sola cura alla possibilità di costruire una vita sociale riconosciuta e dignitosa.

Quando il volontariato diventa una supplenza

Proprio per questo, esperienze come quella della Fattoria di Alice pongono una domanda politica che non può essere elusa. Quanto può essere affidato alla capacità di mobilitazione delle famiglie, delle associazioni e del volontariato ciò che dovrebbe essere garantito attraverso politiche pubbliche strutturate?

La straordinarietà di una buona pratica territoriale non dovrebbe trasformarsi nella giustificazione della sua precarietà. Al contrario, dovrebbe diventare un punto di partenza per rafforzare i servizi pubblici, sostenere i percorsi di inclusione e costruire una rete stabile tra sanità, servizi sociali, famiglie, associazioni e territorio.

Il rischio, altrimenti, è quello di celebrare le esperienze virtuose senza affrontare le condizioni che le rendono necessarie. Si riconosce il valore di chi, dal basso, costruisce risposte concrete, ma non sempre si interviene sulle fragilità strutturali che quelle stesse esperienze cercano quotidianamente di compensare.

Dalla Tuscia una lezione per il welfare

La lezione che arriva dalla Tuscia è dunque importante: la salute mentale non può essere affidata né alla solitudine delle famiglie né a una concezione puramente assistenziale della cura.

Servono diritti esigibili, servizi territoriali adeguati, risorse e continuità nei percorsi di presa in carico. Ma serve anche un cambiamento culturale: riconoscere che la persona con sofferenza psichica non coincide con la propria diagnosi e che l’inclusione non può ridursi all’assenza di esclusione.

La Fattoria di Alice mostra, attraverso la concretezza della terra e del lavoro, che la riabilitazione può significare anche partecipazione, responsabilità e cittadinanza. È una piccola ma significativa rivoluzione dal basso.

E proprio per questo pone alle istituzioni una domanda semplice e radicale: se questi percorsi dimostrano che l’inclusione è possibile, perché non trasformarli da esperienze isolate in una componente stabile delle politiche pubbliche per la salute mentale?

 

Laura Tussi

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