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Mimmo Lucano all’ateneo di Palermo. "Migrazioni e Decreto Sicurezza"

L’esperienza dell’ex sindaco di Riace: a seconda del clima politico, un fatto virtuoso diventa un fatto criminogeno.

L’idea di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, era semplice e meravigliosa. Un’idea nata spontaneamente, naturale conseguenza all’evolversi degli eventi e delle circostanze, priva di premeditazione e assolutamente scevra da qualsiasi smania di potere. Facevano da sfondo, nel suo operare, ideali e valori insiti nella sua persona, tra cui il rispetto per la dignità umana, valore comune anche tra i relatori di rilievo riunitisi intorno al tavolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, lo scorso 31 ottobre. Tema dell’incontro: “Migrazioni e Decreto Sicurezza”.

Lucano aveva davanti agli occhi l’emergenza sociale della sua terra, il problema dello spopolamento e, in qualità di sindaco, voleva dare il suo contributo per migliorare la situazione, dare nuove speranze di fronte al silenzio e alla rassegnazione sociale.

L’intuizione di vedere gli immigrati come una risorsa e non come un problema da combattere, consentì di trasformare Riace in una piccola comunità globale. Si trattava degli stessi migranti che il Nord Italia trattava come se fossero rifiuti tossici. Non solo riuscì quindi a risolvere le problematiche interne alla cittadina, facendo confluire nuova linfa vitale alle attività locali, favorendo il recupero di antichi mestieri e molto altro, ma diede un piccolo contributo alla risoluzione delle urgenze mondiali.

E’ stato un impulso – ha detto Mimmo Lucano nel corso del suo intervento – un tentativo di rigenerazione sociale, l’apertura delle scuole, di un ambulatorio medico, della fattoria didattica … tutti elementi che mi rendevano orgoglioso di essere il sindaco di quella piccola comunità. Non rincorrevo notorietà o clamori mediatici, per anni abbiamo operato così. Questo fenomeno dell’immigrazione, che in Europa veniva così allontanato e visto con sospetto, per noi diventava invece, al contrario, un’opportunità. Riace ha creato una speranza ed ha attirato l’attenzione mondiale di antropologi, studiosi, filmaker e turisti solidali, quindi mai avrei pensato che un fatto virtuoso si trasformasse in una questione giudiziaria”.

Evidentemente le idee semplici, quelle che applicate alla realtà quotidiana funzionano, che sciolgono come neve al sole problemi e contrasti, che uniscono popoli e culture differenti, fanno paura ai poteri forti. Fanno paura a quei poteri che alle soluzioni possibili frappongono, per necessità proprie, la “fabbrica della paura”. Quando i popoli si uniscono, riscoprono una grande forza; è molto meglio, per il potere in auge, frammentare questo flusso di energia positiva, smantellarla, mettere gli uni contro gli altri per manipolare meglio un certo tipo di “massa”. Propaganda continua, disprezzo per i più deboli, costruzione di nemici funzionali alla strategia politica, contraddistinguono il clima recente. Verso quale deriva stiamo andando? Fortunatamente c’è chi non si volta dall’altra parte ed ha il coraggio di lottare a viso scoperto. Tutte le personalità che erano presenti all’incontro voluto dall’Associazione Peppino Impastato sono caratterizzate proprio da questo impegno, e legate da un filo invisibile.

Sono intervenuti: Raffaele Crocco, direttore di Associazione 46° Parallelo; Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea; Fulvio Vassallo Paleologo di Associazione Diritti e Frontiere; Umberto Santino del Centro Documentazione Peppino Impastato e No Mafia Memorial; coordinati da Pino Dicevi, segretario dell’Associazione Peppino Impastato di Cinisi. Presente anche Luisa Impastato, nipote di Peppino e presidentessa di Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato di Cinisi. Il suo discorso finale è riuscito a riassumere in maniera chiara ed incisiva l’impegno ed il valore di ognuno ed il coinvolgimento emozionale.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare la realtà in faccia: siamo una minoranza nel panorama e nel dibattito politico – ha sottolineato l’ex sindaco di Riace. Come diceva Umberto Santino, noi non abbiamo la forza per trasformare quello che vorremmo diventasse un “diritto”, un’idea di società differente. C’è un filo che ci unisce tra noi qui stasera, un legame forte basato sui temi dell’antimafia e dell’immigrazione. Un filo della memoria che non si spezzerà mai. Penso che razzismo, fascismo e mafia, siano facce della stessa medaglia. Ecco perché siamo qui, per cercare di comprendere il senso di quanto accade, per cercare di avvicinarci il più possibile alla realtà e alla verità, che spesso sono stravolte”.

Umberto Santino, del Centro Documentazione Peppino Impastato e No Mafia Memorial, sempre propositivo, ha lanciato qualche spunto: “… seguire il processo di Mimmo Lucano è un compito che ci assegniamo, almeno per tentare di fare controinformazione. Dovremmo costruire una rete, cercare di organizzare una nuova “resistenza”, far diventare sensibilità comune queste nostre riflessioni, lanciare una campagna informativa, costruire nel territorio reti e forme di presenza in grado di produrre non soltanto analisi ma anche alternative”.

Quando ho cominciato a fare il sindaco – ha proseguito Mimmo Lucano – in una realtà come Riace, nella Calabria ionica che è dominata da famiglie mafiose del territorio, mi legavo a Peppino Impastato perché mi dava coraggio. Pensavo c’è stato e c’è ancora. (…) Siamo delle persone legate da una storia, una comune volontà di avere una speranza. Altrimenti che senso avrebbe il nostro impegno?

Tutto funzionava bene a Riace, tanto che ne hanno fatto un Film tempestivamente bloccato poco prima del lancio in Rai. Il modello Riace disturbava evidentemente qualche forza politica in ascesa. C’è stata una precisa volontà, quasi scientifica come ha dello lo stesso Lucano, di smantellare tutto ciò che quella piccola comunità stava insegnando al mondo intero: la solidarietà. Si è passati da un periodo di emergenze, in cui faceva comodo chiamare il sindaco di Riace per convincerlo ad accettare grandi numeri di rifugiati – “per me non era un obbedire a Mario Morcone, ha detto Lucano, perché comunque coincideva con la mia “mission” – fino ad arrivare all’utilizzo strategico di ogni fatto per incriminare Mimmo Lucano e, soprattutto svilire, svuotare e criminalizzare l’idea di solidarietà stessa.

Mi sono trovato dentro questo processo – ha proseguito Lucano -  io che volevo semplicemente fare il sindaco per il mio territorio. Non immaginavo che mi sarei dovuto occupare dell’immigrazione, cercavo invece di capire come contrastare l’emigrazione, come creare le condizioni per una prospettiva di futuro. Riace fa parte delle cosiddette aree interne, e sono aree fragili della Calabria, dove c’è stato un forte spopolamento per motivi economici. C’è la presenza della criminalità che occupa gli spazi, è pervasiva, entra dentro le dinamiche dell’agire delle istituzioni, che ti priva della speranza di immaginare un futuro possibile. Riace è capitata dentro questo processo inconsapevolmente perché l’ex Ministro Salvini mi ha accusato di voler fare una sostituzione etnica. Io semplicemente ho detto che qui non c’era nessuno e molto probabilmente il responsabile sarà stato il vento che ha portato qui il primo veliero. I primi ad arrivare furono i kurdi. Poi hanno imparato la rotta ed è stato un susseguirsi. Qual è l’alternativa all’assistere passivamente all’oblio delle nostre comunità, dei piccoli comuni della Calabria con 3 o 5 abitanti e con le case completamente vuote? Questo era anche il destino di Riace che invece, paradossalmente, è stata rigenerata dall’arrivo di queste persone (dagli scarti umani come sono stati definiti). E’ stata una cosa spontanea e non premeditata. E’ prevalsa la sensibilità umana, è prevalso l’impulso che non ti fa rimanere a guardare quando le persone sbarcano. Ho sempre ribadito: finché ci sono case, ben venga”.

Una figura che ha avuto un ruolo, secondo me, centrale nella vicenda giudiziaria – riferisce ancora Lucano - è il prefetto di Reggio Calabria Michele di Bari. Guarda caso è stato proprio Salvini a volerlo a Roma, a ricoprire il ruolo che era di Mario Morcone. Salvini era venuto a San Ferdinando per fare propaganda e parlare di ruspe, a collegarsi culturalmente – qui lo dico assumendomi tutte le responsabilità – a dare nuova linfa culturale alle dinamiche delle Mafie”. Sanno benissimo le Mafie e scelgono così chi seguire ed appoggiare.

"L’ex prefetto di Riace ha avuto quindi un ruolo centrale per demolire quel processo non neutrale – Riace non è mai stata neutrale, l’ho ribadito sempre che si legava ad una dimensione che una volta si chiamava Sinistra Parlamentare - dove c’è un livello di condivisione di quelli che sono i percorsi degli ultimi. Noi ci affidiamo ad una mission politica che non appartiene ai partiti della Democrazia Cristiana, che per anni ha garantito un sistema di corruzione legato al condizionamento delle Mafie, come è stato per esempio Forza Italia e come oggi è la Lega.

I valori del cristianesimo e quelli della Lega o del Fascismo sono incompatibili, è inutile che ci giriamo intorno. Si parla di amore e di odio”.

 

Annalisa Martinelli

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