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Libia | Storie di donne che si occupano di diritti umani: Manal, giornalista freelance, aggredita e minacciata

Aggredite, rapite, stuprate, minacciate di morte, definite prostitute e adultere sui social media.

Dall’inizio del conflitto armato del 2014, che ha politicamente diviso la Libia in due, decine di difensori dei diritti umani sono stati costretti a lasciare il paese. Tra loro molte donne.

In una sua recente pubblicazione, Amnesty International ha raccolto le storie di alcune blogger, giornaliste e attiviste, usando quando da loro richiesto degli pseudonimi.

Iniziamo da “Manal”.

“Manal” è una giornalista freelance di Tripoli. Nel 2012 è sfuggita a un tentativo di sequestro dopo che aveva pubblicato sul quotidiano “al-Jadida” un’inchiesta sulla vendita illegale in Tunisia di beni di proprietà statale.

Nel 2014, pochi giorni dopo aver rilasciato un’intervista al canale televisivo “al-Ahrar” in cui aveva criticato il sistema pensionistico e d’indennità da disoccupazione, è stata aggredita da tre persone che l’aspettavano in un parcheggio e riempita di schiaffi e pugni. Uscita dall’ospedale, ha presentato denuncia alla polizia. Il marito l’ha obbligata a smetterla di occuparsi di inchieste giornalistiche.

Ma “Manal” non è una donna che si arrende facilmente. Nell’aprile 2017 ha ripreso a scrivere, questa volta sui criteri di distribuzione di passaporti libici a cittadini stranieri. Questa volta, la milizia di turno se l’è presa direttamente col marito.

E cos’ha fatto il marito? Ha fatto sparire il pc e tutto l’archivio elettronico della moglie e poi ha avviato le pratiche per il divorzio.

Infine, tre mesi dopo, l’ultima inchiesta, sullo stupro di una bambina di 12 anni. Ad aggredirla, nell’occasione, è stato un comandante della Brigata rivoluzionaria di Tripoli, un’unità di sicurezza affiliata al ministero dell’Interno del governo riconosciuto dalla comunità internazionale.

Dopo un breve periodo in Tunisia, nell’ottobre 2017 è tornata a Tripoli. Ad attenderla c’era una milizia molto nota nella capitale.

L’hanno rapita, torturata, minacciata di stupro, accusata di essere una prostituta e avvisata che sarebbe stata denunciata per prostituzione alla Forza speciale di deterrenza, un’altra unità dipendente dal ministero dell’Interno.

Oggi “Manal” conduce una vita isolata. Esce di casa raramente. Dopo il divorzio, intorno a lei si è fatto il vuoto.

In una sua recente pubblicazione, Amnesty International ha raccolto le storie di alcune blogger, giornaliste e attiviste libiche, usando quando da loro richiesto degli pseudonimi. Dal 5 agosto, ne stiamo raccontando una al giorno.

 

“Samia” ha 27 anni e finché ha potuto, dal suo computer di Bengasi, ha fatto molto attivismo sui social, soprattutto dal suo profilo Facebook.

Finché, nel gennaio di quest’anno, i servizi segreti militari fedeli al generale Khalifa Haftar hanno emesso un mandato d’arresto per il “reato” di diffamazione a causa di alcuni post critici nei confronti dello stesso uomo forte della Libia orientale e dell’Esercito nazionale libico, ai suoi ordini.

Un suo amico l’ha avvertita dell’imminenza dell’arresto. Non trovandola a casa, i soldati di Haftar hanno arrestato il padre, un colonnello in pensione. Lo hanno portato via di corsa, senza neanche dargli il tempo di prendere le medicine per il cuore e la tiroide. “Fattele portare da tua figlia”, gli hanno detto, cercando in questo modo di stanarla.

“Samia” non ha portato le medicine al padre ma è corsa di tv in tv per denunciare il suo arresto. I militari hanno rilasciato l’uomo, a condizione che condannasse pubblicamente l’operato della figlia. Cosa che ha fatto.

“Samia” ora vive all’estero ma teme sempre che vi saranno altri tentativi di rappresaglia nei suoi confronti.

I post precedenti possono essere letti dalla pagina generale del blog “Le persone e la dignità” 

(Nella foto Libiyat, due giovani donne libiche)

 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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