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La vita non è correre sul tapis roulant

L’umanità si interroga sul senso della vita per una sola ragione: la morte. Come diamine è possibile che, dopo aver avuto la gran botta di culo di esser stati generati dall’incontro di un gamete con uno spermatozoo, e dopo aver scoperto quanto meravigliosa sia questa opportunità pazzesca chiamata Vita, vi sia una fine a tutto questo?

La situazione è talmente assurda, da generare da sempre accesi dibattiti e intime perplessità. La morte arriva e non sai quando. Se venissimo al mondo forniti di un codice a barre con tanto di data di dipartita, forse tutti noi vivremmo intensamente ogni attimo. Certo, è solo un pensiero come un altro, inapplicabile perché la morte arriva sotto varie forme, e non perché ci scade il tempo per avanzati limiti di utilizzo del nostro organismo, come succede con gli alimenti.

Nadia Toffa è volata via a 40 anni. La sua dipartita apre una riflessione che travalica ogni discussione filosofica sulla vita e la morte, perché consente di riflettere sugli umani del terzo millennio, e su una parte di essi, che hanno assimilato una convinzione contorta su ciò che siamo e su come interagiamo tra noi, attraverso gli strumenti tecnologici che fan sentire moderni e civilizzati anche gli individui che, nel percorso dell’evoluzione della specie, son rimasti parecchio indietro.

Scelta alquanto ardua quella di Nadia, decidere di rendere pubblico il male estremo e la fragilità attraverso un social network come Instagram, abitato solo da narcisisti in cerca di visibilità, da influencer influenzati dall’egocentrismo donato loro dall’insaziabile fame di protagonismo che caratterizza i nostri tempi.

Come si è permessa questa donna il cui sorriso disarmante nascondeva paure terribili, sofferenze atroci, delusioni di ogni sorta, a spiattellare al mondo una verità assoluta? Il male esiste, la sofferenza atroce non è da nascondere. Ve la presento come su un palcoscenico si presenta un ospite d’onore. Fa parte di me. E se a me tenete, dovete accettare anche l’ospite.

In molti hanno apprezzato questa scelta. Pubblicizzare il dolore, parlare apertamente di una patologia che, fino a pochi anni fa, era innominabile e fonte di vergogna, è stato un atto coraggioso, che non voleva però essere una medaglia sul petto, quanto una possibilità di poter condividere il proprio tormento e le paure col maggior numero di persone. Per non pensare, come assumere una droga per non dover guardare alla realtà. O qualcuno pensa che Nadia non si fottesse di paura?

Chi l’ha messa alla gogna, colpevole di aver inquinato gli ambienti fatati di Instagram e di Twitter, un mondo parallelo popolato da gente virtualmente perfetta e umanamente imperfetta, ha peccato due volte: la prima, per non aver concesso spazio a chi stava morendo e aveva doppiamente diritto di abitare quel mondo parallelo, la seconda, per essersi azzardati a dar fuoco alla tastiera, scrivendo infamie di ogni sorta senza mai fermarsi a riflettere.

Ho solo una cosa da aggiungere: una parte di umanità è rimasta incastrata nel mondo della perfezione virtuale, al punto tale da epurare tutto ciò che non è levigato, patinato, modificato, riadattato allo scopo di ottenere attrazione. Esiste anche una seconda opzione: la cattiveria. Che esiste ed è sempre esistita, ma ora si palesa a causa della diffusione dei social.

A ogni singolo utente del web che ha macchiato i social con le frasi infami scritte all’indirizzo di Nadia, ma anche di tante altre persone colpevoli di non essere infami, ricordo una cosa: la vita non è correre sul tapis roulant. Non è un clic sul PC per accedere a un mondo inesistente e in cui vivere inventandosi un personaggio. La vita è quando scendi dal tapis roulant, e devi ricominciare a prender fiato, e a guardarti intorno per accettare la realtà, che ti piaccia o no.

Vi ho dedicato troppo tempo e quindi ora smetto.

Addio Nadia, grazie per essere esistita

Questo articolo è stato pubblicato qui

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