La villa portoghese
Film senza emozioni forti ma dotato di atteggiamenti positivi per rapportarsi col prossimo, un film posato, tranquillo si direbbe e di buoni propositi. Una moglie che se ne va, lascia l'appartamento di Madrid dove viveva da un po' con il suo marito Fernando, una partenza solitaria e silenziosa, stava per scrivergli un messaggio, forse un saluto o un'informazione sul suo andarsene, ma strappa il foglietto.

Si erano sposati dopo due mesi che si conoscevano, lei serba e lui spagnolo. Un sereno Fernando (Manolo Solo), si direbbe un bon vivant senza conflitti con alcuno, professore universitario che consiglia ai suoi studenti di conoscere gli itinerari e le conformazioni di luoghi del mondo senza esplorarli ma disegnandoli, come facevano i navigatori antichi. Lui sa di storia e di geografia. Parte anch'egli ma per una vacanza in Portogallo, vorrà riflettere su quell'improvvisa assenza, si congeda dall'università, chissà per quanto. In Portogallo s'inventa di lavorare … come giardiniere: un uomo conosciuto nell'albergo dove alloggia in riva al mare, che era di quel mestiere, gli dice che le piante basta guardarle e capisci cosa vogliono. Finirà in una villa con la tenutaria Amalia (Maria de Medeiros) che ha buoni amici e un certo fascino nascosto o insondabile, “davanti a me c'è un'altra vita” sembra dire Fernando a sé stesso, pacato, poco loquace e mai con toni aspri. Scopre che la moglie in realtà è partita per sempre, sapeva di esser malata terminale. Qualcosa lega un pochino questo film ad un altro, Tre ciotole, dal libro di Michela Murgia.
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