La grande bellezza: di Roma e dell’arte di Fellini
Film pretenzioso che attraverso una stupenda fotografia di Luca Bigazzi (lo stesso di L’Amico di Famiglia) e sfruttando luoghi di Roma, un po’ sconosciuti ma a dir poco magnifici, imbastisce una storia di critica ed autocritica a tutto un ceto sociale che vive nei salotti romani, non si capisce bene attraverso quali sostegni economici (ma forse non importa) passando da un appuntamento notturno all’altro dove si beve, si balla e si sballa, ci si spoglia e si spettegola.
Jep Gambardella (Toni Servillo), il protagonista, “che non può più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare” è stanco e deluso di questa sua dissipata vita dalla quale, nel contempo, non riesce a fuggire per tornare alle origini di scrittore creativo e di successo con speranza di vivere un amore vero e non falso come quello propostogli dalla spogliarellista con cui si accompagna (Sabrina Ferilli verbalmente più popolana e coatta che mai) in cambio di una vita lussuosa in un appartamento fantastico “vista Colosseo” circondata di oggetti e vestita di abiti per lei impensabili.
Film che prende a piene mani da “Fellini” nell’atmosfera generale, innanzitutto, ma anche attraverso precise simbologie: la presenza di persone esteticamente estreme (la nana, la grassa sfatta, la ultracentenaria, l’esotica giraffa nel contesto romano) e chissà quant’altri che non ho colto. Peraltro già nel 2005, con il succitato “L’Amico di Famiglia” Sorrentino aveva riproposto in modo eccessivo tali simbologie “Felliniane”.
In taluni scorci della pellicola mi sembra di scorgere persino nostalgie del Grand Hotel di Rimini di cui Fellini diceva: “Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi… Le sere d’estate Il Grand Hotel diventava Istanbul, Bagdad e Hollywood…”.
L’interpretazione, da alcuni tanto enfatizzata, di Toni Servillo, non mi è sembrata eccezionale; ho colto un senso di piattezza espressiva (forse appositamente usata per esprimere l’insoddisfazione del protagonista rispetto alle proprie aspettative) tant’è che mi ha fatto pensare che Servillo cambia più spesso il colore della giacca che non l’atteggiamento interpretativo.
Un lungo film (quasi due ore e mezzo) che ripropone con continuità immagini ed atmosfere stupende, ma che già dopo 30-40 minuti ha esaurito la vena narrativa e nulla aggiunge, nella sceneggiatura, a quanto espresso e colto dallo spettatore. Un film con punte di eccellenza in un tracciato complessivo medio e piatto.
Il premio ricevuto aFilm pretenzioso che attraverso una stupenda fotografia di Luca Bigazzi (lo stesso di L’Amico di Famiglia) e sfruttando luoghi di Roma, un po’ sconosciuti ma a dir poco magnifici, imbastisce una storia di critica ed autocritica a tutto un ceto sociale che vive nei salotti romani, non si capisce bene attraverso quali sostegni economici (ma forse non importa) passando da un appuntamento notturno all’altro dove si beve, si balla e si sballa, ci si spoglia e si spettegola.
Jep Gambardella (Toni Servillo) , il protagonista, “che non può più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare” è stanco e deluso di questa sua dissipata vita dalla quale, nel contempo, non riesce a fuggire per tornare alle origini di scrittore creativo e di successo con speranza di vivere un amore vero e non falso come quello propostogli dalla spogliarellista con cui si accompagna (Sabrina Ferilli verbalmente più popolana e coatta che mai) in cambio di una vita lussuosa in un appartamento fantastico “vista Colosseo” circondata di oggetti e vestita di abiti per lei impensabili.
Film che prende a piene mani da “Fellini” nell’atmosfera generale, innanzitutto, ma anche attraverso precise simbologie: la presenza di persone esteticamente estreme ( la nana, la grassa sfatta, la ultracentenaria, l’esotica giraffa nel contesto romano) e chissà quant’altri che non ho colto. Peraltro già nel 2005, con il succitato “L’Amico di Famiglia” Sorrentino aveva riproposto in modo eccessivo tali simbologie “Felliniane”. In taluni scorci della pellicola mi sembra di scorgere persino nostalgie del Grand Hotel di Rimini di cui Fellini diceva:“delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi… Le sere d’estate Il Grand Hotel diventava Istanbul, Bagdad e Hollywood…”.
L’interpretazione, da alcuni tanto enfatizzata, di Toni Servillo, non mi è sembrata eccezionale; ho colto un senso di piattezza espressiva (forse appositamente usata per esprimere l’insoddisfazione del protagonista rispetto alle proprie aspettative) tant’è che mi ha fatto pensare che Servillo cambia più spesso il colore della giacca che non l’atteggiamento interpretativo.
Un lungo film (quasi due ore e mezzo) che ripropone con continuità immagini ed atmosfere stupende, ma che già dopo 30-40 minuti ha esaurito la vena narrativa e nulla aggiunge, nella sceneggiatura, a quanto espresso e colto dallo spettatore. Un film con punte di eccellenza in un tracciato complessivo medio e piatto.
Il premio ricevuto a Berlino 2013 come miglior film, miglior regista e miglior attore protagonista credo sia un omaggio alla meravigliosa Roma, al fascino dei suoi luoghi e della sua arte ed al cinema Felliniano. Vedremo agli Oscar 2014, ove il film è candidato, se verranno bissati i successi ottenuti in Europa.
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