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La giustizia come Santa Inquisizione: quando l’errore diventa sistema

C’è un dato che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto: circa 100.000 persone accusate o private della libertà ingiustamente in trent’anni. Non un’iperbole, non una suggestione polemica, ma una stima che emerge incrociando i numeri ufficiali delle ingiuste detenzioni risarcite, le assoluzioni piene dopo lunghi procedimenti, e i casi mai indennizzati perché finiti in prescrizione o archiviati senza clamore.

Centomila vite.
Un numero pari a due città come Pisa cancellate dalla normalità, risucchiate in un tritacarne giudiziario che nessun risarcimento può riparare.

E qui occorre dirlo senza giri di parole: non siamo di fronte a una somma di sviste, ma a un modus operandi consolidato, incancrenito, tollerato, difeso corporativamente.

Il giudice che “si convince”

In troppi procedimenti la colpevolezza non viene dimostrata: viene immaginata.
Il giudice — spesso super stipendiato, intoccabile, privo di reale responsabilità personalesi innamora di una tesi. Magari sua, magari del PM, magari del GIP che ha firmato una custodia cautelare con motivazioni fotocopiate. Da quel momento, tutto viene piegato a conferma dell’idea iniziale.

Le prove contrarie diventano “irrilevanti”.
Le contraddizioni “non decisive”.
I dubbi “superabili”.

Il principio in dubio pro reo, cardine di ogni ordinamento civile, diventa una formula ornamentale, buona per i manuali universitari e le cerimonie ufficiali, ma sistematicamente sacrificata sull’altare della “tenuta dell’impianto accusatorio”.

La custodia cautelare come anticamera della condanna

La custodia cautelare — che dovrebbe essere extrema ratio — in Italia è spesso uno strumento di pressione psicologica, una scorciatoia investigativa, quando non una pena anticipata.
Non è un caso che oltre il 90% degli errori giudiziari riconosciuti riguardi proprio persone finite in carcere prima di una sentenza definitiva.

E non è un caso che chi entra da innocente esce distrutto, anche quando assolto:

  • lavoro perso

  • famiglia disintegrata

  • reputazione annientata

  • salute mentale compromessa

Il tutto per ricevere, anni dopo, qualche decina o centinaia di migliaia di euro, che lo Stato paga con disinvoltura, tanto non escono mai dalle tasche di chi ha sbagliato.

Il conto economico: un miliardo per coprire gli strafalcioni

Negli ultimi trent’anni, quasi un miliardo di euro è stato speso per risarcire errori giudiziari e ingiuste detenzioni.
Una media di 27–30 milioni l’anno, che potrebbe finanziare:

  • tribunali più efficienti

  • personale qualificato

  • sistemi investigativi moderni

Invece serve a coprire gli strafalcioni, a lavare la coscienza istituzionale, mentre le carriere dei responsabili proseguono indisturbate.

Qui sta il punto più scandaloso:

A fronte di decine di migliaia di errori accertati, le sanzioni disciplinari ai magistrati sono statisticamente irrilevanti.

Un sistema dove chi sbaglia non paga non è garantista: è irresponsabile.

Casi eclatanti: quando l’errore diventa accanimento

Le storie di chi ha passato 20, 30, 33 anni in carcere da innocente non sono incidenti isolati. Sono la punta dell’iceberg di un metodo:

  • testimonianze fragili elevate a verità assoluta

  • intercettazioni interpretate “creativamente”

  • perizie ignorate perché scomode

In alcuni casi, la revisione del processo arriva solo quando il colpevole muore o quando il sistema non può più salvare la faccia.

E anche allora, nessuna ammissione di colpa.
Nessun “abbiamo sbagliato”.
Solo un freddo indennizzo e silenzio.

Se vogliamo capire quanto profondamente una sentenza ingiusta possa devastare una vita, basta guardare ad alcuni casi documentati:

  • Angelo Massaro, condannato per un omicidio che non aveva commesso, trascorse 21 anni dietro le sbarre a causa di un’errata trascrizione di una intercettazione telefonica.

  • Beniamino Zuncheddu ha scontato 33 anni di carcere basandosi su una testimonianza poi risultata completamente inattendibile.

Questi esempi non sono inevitabili “incidenti” di percorso: sono il risultato di un sistema che manca spesso di controlli rigorosi, meccanismi di revisione efficaci e veri incentivi alla responsabilità.

La Santa Inquisizione moderna

Il parallelo è scomodo, ma inevitabile.
Come nell’Inquisizione:

  • l’accusa equivale a colpa

  • il dubbio è visto come intralcio

  • la difesa è tollerata, non valorizzata

  • la confessione (o il patteggiamento) è la scorciatoia più apprezzata

La differenza è che oggi non c’è il rogo, ma l’ergastolo sociale sì.

E il referendum?

Qui serve onestà intellettuale: anche dopo un referendum, questo atteggiamento potrebbe restare invariato.

Perché il problema non è solo normativo, è culturale:

  • una magistratura che si percepisce come potere morale

  • una corporazione impermeabile all’autocritica

  • una narrazione per cui l’errore è sempre “inevitabile”, mai colpevole

Senza un cambio profondo di mentalità, senza responsabilità reale, senza valutazioni di carriera legate anche agli errori gravi, nessuna riforma potrà impedire che il cittadino continui a entrare in tribunale come imputato presunto colpevole, non come innocente da giudicare.

Un sistema giudiziario si misura non da come punisce i colpevoli, ma da come protegge gli innocenti.
E su questo terreno, l’Italia — numeri alla mano — sta fallendo da decenni.

Non per sfortuna.
Non per fatalità.
Ma per un modus operandi deviato, consolidato e incattivito, che assomiglia sempre più a una Santa Inquisizione in toga, convinta della propria infallibilità.

E quando un potere smette di dubitare di sé stesso, diventa pericoloso.

 

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